Canottaggio
Giovanni Abagnale: “Allenarsi da soli in inverno: pro e contro. A Rio 2016 avvenne un cambio di mentalità”
Giovanni Abagnale è stato l’ospita dell’ultima puntata di OA Focus, in onda sul canale YouTube di OA Sport. Il canottiere campano classe 1995, medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro 2016, ha raccontato la sua carriera sin dagli inizi, tra presente e obiettivi futuri.
Il nativo di Gragnano, vincitore anche di un argento mondiale e un oro, un argento ed un bronzo continentale, dà il via al suo racconto partendo dalle origini: “Da piccolo giocavo a basket! Fino agli 11 anni poi, dopo un ricovero in ospedale, mi era stato sconsigliato di praticare sport. Per 2-3 anni infatti non ho fatto attività. Quindi, il primo giorno del liceo, un tecnico mi chiese se nel pomeriggio volessi andare a fare allenamento con loro. Io credevo si trattasse di basket. Non avevo capito fosse il canottaggio. Ho iniziato solo a primavera effettivamente, ma poi quel tecnico è diventato quasi un secondo padre per me”.
Come mai proprio il canottaggio? “Per me un ragazzo dovrebbe fare sport a prescindere, poi ognuno com’è giusto che sia sceglie il suo. Nel mio caso la sensazione della barca che scorre sull’acqua penso sia meravigliosa. Quando sono in barca tutto scompare. Penso solo a me stesso ed a quel momento. I problemi li lascio fuori. Il canottaggio è anche bello perchè è uno sport di gruppo. La squadra è fondamentale. Tranne il singolo, nel quale sei da solo, ovviamente”.
Anche se il canottaggio regala emozioni speciali ad Abagnale, non tutto è rose e fiori: “Il nuovo allenatore ci fa allenare nel periodo invernale da soli. Per anni e anni non l’avevo mai fatto e per me, quindi, è una novità assoluta. A volte ti avvilisci un po’ a lavorare da solo, in altre ragioni e pensi che devi sfruttare quel momento per migliorare. Io lavoro con un solo remo, ma in squadra è tutta un’altra cosa”.
L’apice, per il momento, della carriera del canottiere della Marina Militare è, ovviamente, il bronzo olimpico di Rio de Janeiro 2016: “Cosa mi rimane di quell’evento? Ovviamente quella meravigliosa esperienza. Io avevo solo 21 anni ed eravamo giovanissimi assieme a Di Costanzo che ne aveva 24. Era la nostra prima Olimpiade, quello che sogni sin da bambino. Eravamo arrivati con la voglia di divertirci nel vero senso della parola. Sapevamo che andavamo veloci, ma non avevamo mai fatto una gara insieme. Io venivo dall’otto, lui dal quattro. Sapevamo che con quella barca l’Italia non faceva medaglia dal 1948 e l’emozione è stata enorme”.
Si può dire che Rio de Janeiro 2016 abbia un po’ rappresentato la svolta per il canottaggio italiano? “Senza dubbio. Per me abbiamo dimostrato che vincere non è impossibile. Abbiamo dato l’esempio e la consapevolezza a tutti che si possano fare grandi cose. Dai il là al pensiero che tutto sia possibile”.
Sono passati 10 anni da quel momento. Cos’è cambiato? “Io mi sento ancora giovanissimo e sempre quell’atleta. A livello generale gli atleti sono un po’ cambiati, mentre le imbarcazioni sono totalmente rivoluzionate anche solo a livello di materiali. Negli ultimi 2 anni abbiamo anche cambiato l’approccio agli allenamenti. Ad ogni modo tutto è più una questione di mentalità. La base è la stessa, ma ci sono novità dal punto di vista del lavoro”.
La seconda esperienza olimpica, con meno sorrisi, nel 2021 a Tokyo. “La mattina della semifinale mi sono svegliato dopo aver dormito pochissimo, mi sentivo che qualcosa non andasse per il verso giusto. Infatti un nostro compagno si è svegliato positivo al Covid. Quindi Di Costanzo è stato preso per andare a completare il Quattro al posto del positivo. Io, quindi, ho dovuto gareggiare con la riserva e le cose non sono andate benissimo”.
Torniamo al presente. Obiettivi per il 2026? “Semplice: Coppa del Mondo, Europei e Mondiali che sono l’obiettivo più importante. Sono tutte gare che ci daranno modo di crescere in direzione di Los Angeles 2028. Dobbiamo concentrarci su quello che dobbiamo fare e divertirci, non tanto sulla base”.
