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Roland GarrosTennis

Sinner, dalla “noia del dominio” ai dubbi sugli Slam: la narrazione schizofrenica attorno al numero uno

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Jannik Sinner
Jannik Sinner / LaPresse

Jannik Sinner è passato nel giro di poche settimane dall’essere un problema per il tennis all’essere un problema per sé stesso. E forse questa apparente contraddizione racconta più del dibattito che circonda il numero uno del mondo che non del suo reale valore tennistico.

Fino a pochi giorni fa, infatti, la narrazione dominante era un’altra. Dopo una serie impressionante di successi nei Masters 1000, culminata con cinque titoli consecutivi nello stesso anno, un risultato senza precedenti nell’era moderna del circuito, Sinner era diventato il simbolo di una superiorità talmente marcata da suscitare perfino una critica paradossale: rendere il tennis maschile “noioso”. È stato questo il senso dell’editoriale pubblicato dal Telegraph, secondo cui il dominio dell’azzurro avrebbe privato il circuito di suspense e imprevedibilità, trasformando i tornei in una corsa dal finale già scritto.

Un giudizio che, già di per sé, certificava l’eccezionalità del momento vissuto dall’italiano. Nel tennis, sport per definizione fondato sull’incertezza, sulla varietà delle superfici, sulle differenze climatiche e sulla fragilità fisica che accompagna una stagione di undici mesi, costruire un’immagine di imbattibilità è quasi impossibile. Eppure Sinner ci era riuscito. Non si discuteva più se avrebbe vinto, ma se il suo vincere troppo stesse diventando un problema per lo spettacolo.

Poi è arrivato il Roland Garros. Una sconfitta inattesa, maturata dopo essere stato avanti di due set e con un vantaggio apparentemente incolmabile nel terzo, ha improvvisamente ribaltato la prospettiva per come il tutto si è sviluppato. Da dominatore assoluto a giocatore sotto esame. Da uomo che vinceva troppo a tennista che, secondo alcuni commentatori, mostrerebbe limiti strutturali nei grandi tornei.

È qui che emerge la natura quasi schizofrenica di certe valutazioniPatrick Mouratoglou ha puntato il dito sulla difficoltà di Sinner nei match oltre le tre ore e cinquanta minuti, sulla presunta incapacità di trovare soluzioni alternative quando il piano principale si inceppa e sulla scarsa adattabilità alle condizioni climatiche più estreme. Tim Henman ha evidenziato la sofferenza fisica nei confronti lunghi disputati sotto il caldo intenso. Boris Becker ha sollevato interrogativi sulla gestione delle energie e sulla preparazione di una partita che sembrava già vinta.

Osservazioni legittime, perché il crollo contro Cerúndolo è stato troppo evidente per essere ignorato. Ma il problema nasce quando dall’analisi di un risultato negativo si passa alla costruzione di una teoria generale.

Perché parlare oggi di una presunta inadeguatezza di Sinner negli Slam significa dimenticare un dato fondamentale: l’altoatesino ha già conquistato quattro titoli Major. E il primo lo ha vinto in rimonta, al quinto set, dopo essere stato sotto di due parziali. Non esattamente il curriculum di un giocatore incapace di reggere le grandi battaglie, non dimenticando la sfida dell’anno scorso a Parigi contro Carlos Alcaraz: oltre cinque ore di gioco e un incontro che ha sì sorriso all’iberico, ma il cui esito è stato incerto fino alla fine.

Il tennis contemporaneo, forse più di ogni altro sport individuale, tende a trasformare ogni risultato nell’anticipazione di una verità definitiva. Una vittoria diventa la prova di una superiorità assoluta. Una sconfitta si trasforma immediatamente nell’emersione di un limite irrisolvibile. Ma la realtà è quasi sempre più complessa.

Sinner resta lo stesso giocatore che pochi giorni fa stava riscrivendo la storia dei Masters 1000. Resta il numero uno del mondo. Resta un campione che ha già dimostrato di saper vincere gli Slam e di saperlo fare anche nelle condizioni di massima pressione. Allo stesso tempo, la partita persa a Parigi evidenzia aspetti su cui lavorare: la gestione delle energie, l’adattamento alle condizioni estreme, la ricerca di soluzioni tattiche quando il piano A non basta più.

La differenza è che queste considerazioni dovrebbero arricchire il giudizio, non ribaltarlo. Perché se fino a ieri Sinner veniva accusato di togliere pathos al tennis a causa della sua superiorità e oggi viene descritto come un giocatore vulnerabile nei Major dopo una singola sconfitta, il rischio è quello di perdere il senso delle proporzioni. E le proporzioni, nello sport, contano quanto i risultati.

Forse la verità sta nel mezzo. Sinner non è il robot imbattibile che qualcuno aveva dipinto durante la sua straordinaria serie di vittorie. Ma non è nemmeno il giocatore incompleto che alcune analisi frettolose stanno tratteggiando dopo il Roland Garros. È semplicemente un campione che ha alzato talmente tanto l’asticella delle aspettative da essere giudicato con un metro diverso rispetto a tutti gli altri.

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