Da Carlo Molfetta a Vito Dell’Aquila: 9 anni dopo Mesagne torna Capitale del taekwondo

Un filo rosso lungo 9 anni e 12.647 km: come da Mesagne a Tokyo, inserendoci nel mezzo una fermata necessaria a Londra.

Un comune di 27.000 abitanti circa che produce due campioni olimpici nel taekwondo: la provincia italiana al suo massimo, in un testamento sportivo che non è nuovo per il Bel Paese. Da Jesi, la “Città della Scherma”, a Marcianise, il “Nucleo della Boxe”, arrivando adesso sino a Mesagne che, senza alcun tema di smentita si può prendere il titolo di “Capitale del taekwondo”.

Da una rimonta all’altra: Molfetta vince griffando il primo oro tricolore nella storia disciplina mentre Dell’Aquila ne sigla il seguito, in un gettare il cuore oltre l’ostacolo che si regge su tecnica, precisione e  determinazione.

Nei loro stili che inevitabilmente si incrociano anche se sono diversi, per identità e peso (Uno era interprete dei +80 kg, l’altro lo è dei -58 kg), c’è tutto questo e tanto altro.

La cultura del lavoro, la capacità di far “decantare” il proprio momento e quel fiuto eccezionale per le occasioni speciali.

“A mettere pressione  a me stesso ci penso io: essere il rappresentate dell’Italia – ha raccontato Dell’Aquila, in un intervista a dicembre del 2020 –  è bello, anche perchè sto riportando il movimento alle Olimpiadi dopo l’assenza che si è verificata a Rio 2016, ma seguendo il solco tracciato dall’oro di Carlo Molfetta a Londra 2012″.

Evidentemente era già scritto nelle stelle: una traiettoria meravigliosa. Dalle palestre e dai tatami di Mesagne prima a Londra e poi sino a quel “rosso” del Sol Levante e della corazza di Dell’Aquila nella finalissima vinta contro il tunisino Mohamed Khalil Jendoubi, come un filo conduttore che è pronto a rigenerarsi e magari in futuro a trovare nuovi gloriosi risvolti a Cinque Cerchi.

Foto: FITA

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