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Roland GarrosTennis

Matteo Berrettini: “Sto ricostruendo la mia fiducia partita per partita, ho dimostrato a me stesso di essere competitivo”

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Matteo Berrettini
Matteo Berrettini / IPA Sport

Cinque anni dopo l’ultima volta, Matteo Berrettini torna nella seconda settimana del Roland Garros al termine di una delle partite più intense e significative della sua carriera recente. Sul Philippe-Chatrier il romano ha piegato l’argentino Francisco Comesana dopo una maratona di 5 ore e 13 minuti, imponendosi 7-6(5), 5-7, 6-7(5), 6-4, 7-6(14) in un confronto durissimo, deciso soltanto al super tie-break del quinto set.

Una battaglia di nervi, resistenza e qualità tecnica, nella quale Berrettini ha annullato due match point all’avversario, ha mancato quattro occasioni per chiudere l’incontro e ha infine trovato la forza di sfruttare la quinta. Un epilogo che sintetizza perfettamente il significato di una vittoria che va oltre il semplice risultato sportivo.

Al termine del match, il romano ha faticato persino a ricostruire mentalmente quanto accaduto in campo. “Non lo so, forse il fatto che non giocavo questo torneo da cinque anni e volevo godermi un’altra partita“, ha spiegato sorridendo quando gli è stato chiesto cosa abbia fatto la differenza nei momenti decisivi. “Quando una sfida è così tirata, con match point da una parte e dall’altra, è una questione di nervi e a volte serve anche un po’ di fortuna. Di solito mi ricordo tutto, invece adesso faccio fatica a ricordare cosa è successo. Mi tornano in mente solo alcuni punti“.

La chiave, secondo Berrettini, è stata soprattutto la capacità di restare lucido nei momenti più delicati. Un aspetto che si è riflesso anche nel rendimento del suo colpo simbolo, il servizio. “È la base del mio gioco, ma quando mentalmente non sei dentro la partita non importa quali armi possiedi, perché ti tradiscono nei momenti importanti. Oggi il servizio ha funzionato quando contava davvero e questo dimostra che ero presente mentalmente, ero tosto, resiliente. Una cosa è avere un’arma, un’altra è sapere come usarla“.

Dietro una prestazione di questo livello c’è stata anche una gestione impeccabile delle tensioni accumulate durante oltre cinque ore di lotta. Matteo ha raccontato come il corpo reagisca inevitabilmente nelle fasi più concitate di un match: il battito cardiaco accelera, il respiro si fa più pesante e il rischio è quello di irrigidirsi, affidandosi soltanto alla forza del braccio anziché alla fluidità dell’intero movimento. “Fa parte di quello che facciamo“, ha spiegato, ricordando anche un errore di rovescio sul 12-12 del super tie-break, nato proprio dalla pressione del momento.

Negli ultimi mesi e anni ho dubitato un po’ troppo di me stesso“, ha confessato. “La mia famiglia, gli amici e il team mi hanno sempre detto che avevo ancora tutto dentro, ma a volte pensavo di non riuscire a tornare, di non riuscire a sentirmi di nuovo bene in campo. Per questo mi sono emozionato: ho dimostrato a me stesso ancora una volta che posso farcela, che posso competere bene, lottare e divertirmi“.

La fiducia, oggi evidente, è stata costruita passo dopo passo. L’azzurro ha spiegato come il ritorno iniziato la scorsa estate sia stato accompagnato da una lenta ricostruzione fisica e mentale. “Molte volte sentivo che il corpo c’era ma la testa no, oppure il contrario. È dura perché servono tante cose per esprimere il tuo miglior tennis“. Dopo una preparazione invernale positiva, l’ennesimo problema agli addominali accusato in Australia aveva riaperto vecchie paure. “Ti chiedi se il corpo reggerà. Ho lavorato molto per uscire da quella mentalità e oggi mi fido nuovamente del mio fisico“.

Anche l’esperienza accumulata negli anni potrebbe rappresentare un fattore importante nella seconda settimana parigina. Berrettini sa cosa significhi arrivare in fondo in uno Slam, pur riconoscendo che il lungo periodo trascorso lontano dalle fasi finali dei Major impone prudenza. “Quando sono arrivato qui non avevo la fiducia di qualche anno fa, ma l’ho costruita partita dopo partita. Adesso mi sento fiducioso: essere al quarto turno significa che posso andare avanti e che sto giocando bene“.

Particolarmente significativa è stata la sua capacità di non lasciarsi trascinare dai fantasmi del passato durante la sfida contro Comesana. “In altre occasioni mi capitava di pensare che due anni prima certi colpi non li avrei sbagliati. Oggi no. Sono rimasto nel presente e ho avuto la sensazione di esprimere un livello molto alto“. Un segnale importante di maturità, soprattutto in un circuito che, a suo giudizio, è diventato sempre più competitivo. “Il livello medio è altissimo e ogni partita è una battaglia“.

Nei momenti più drammatici del super tie-break, tra match point annullati e occasioni sprecate, il pensiero inevitabilmente corre agli errori appena commessi. Tuttavia, secondo Berrettini, la differenza sta nella capacità di tornare immediatamente sul punto successivo. “La mente va allo smash sbagliato, al servizio uscito di un millimetro, ma non puoi fermarti lì. Devi continuare a essere aggressivo, accettare di non essere lucidissimo dopo cinque ore di gioco e avere il coraggio di andare a prenderti la vittoria“.

Determinante nel percorso di rilancio è stato anche il contributo del nuovo allenatore Thomas Enqvist. Lo svedese, ha raccontato Berrettini, gli ha restituito una convinzione che negli ultimi tempi si era affievolita. “Ogni giorno mi dice che sono uno dei giocatori più forti del mondo. Non lo fa per motivarmi e basta, ma perché ci crede davvero. Dopo aver perso il terzo set oggi mi ha detto: ‘Il quarto è il nostro set’. Ha continuato a trasmettermi fiducia“.

Una fiducia che ora trova conferma nei risultati. Grazie a questa impresa, Berrettini approda agli ottavi di finale del Roland Garros, dove affronterà un altro argentino, Juan Manuel Cerúndolo. Il sudamericano ha eliminato Martin Landaluce al termine di un’altra maratona di quasi sei ore, la terza più lunga nella storia del torneo.

Dichiarazioni da Vanni Gibertini

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