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Formula 1GP USA

Kimi Antonelli, il titolo mondiale è sempre più vicino: la lezione di un ragazzo che continua a correre con il sorriso

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Kimi Antonelli
Kimi Antonelli / IPA Sport

Per Holly, all’anagrafe Oliver Hutton, il pallone era un amico. Per Andrea Kimi Antonelli, vent’anni, bolognese, l’amico ha quattro ruote, una stella a tre punte sul muso e una discreta tendenza a lasciarsi alle spalle gli avversari. Cambia il campo, non il resto: il sorriso largo, il paddock abitato con la confidenza del cortile di casa, l’aria di chi si diverte. Sempre. Anche quando fa sul serio. Anzi, soprattutto allora. Holly attraversava mezzo Giappone con una squadra di avversari attaccata alle caviglie. Kimi, per ora, attraversa i Gran Premi lasciando agli altri il compito di spiegarsi che cosa sia successo.

Austin, capitolo nove. Nona vittoria della stagione, partenza dalla pole, una prima curva che vale già mezza sentenza. Max Verstappen, uno che con gli spiriti bollenti ha costruito una carriera, si ritrova Kimi davanti e due Ferrari negli specchietti. Non proprio la compagnia ideale per una domenica tranquilla. Ma la tranquillità, a quel punto, è un lusso che si può permettere soltanto Antonelli.

La gara diventa una questione di pazienza, sensibilità, conti fatti senza ostentare la calcolatrice. Le gomme medie durano, resistono, raccontano una storia diversa da quella prevista dagli inseguitori. Verstappen anticipa la sosta al tredicesimo giro, le Ferrari gli vanno dietro. Kimi aspetta fino al ventiquattresimo, rientra terzo e si tiene in tasca la carta della sosta unica. Una scelta, più che una scommessa. Al trentaduesimo giro Verstappen torna ai box, Leclerc si ritrova in testa. Per mezzo giro, appunto. Poi arriva Kimi, passa, saluta e se ne va. Il monegasco prova a rispondere con una sequenza di giri veloci. Bello, encomiabile, inutile. Il vantaggio della Mercedes è ormai una distanza da misurare più con il binocolo che con il cronometro.

Ordine d’arrivo: Antonelli, Leclerc, Verstappen, Hamilton. George Russell, cinque secondi di penalità per un’uscita di pista, ottavo, a 54 secondi dal compagno. Una vittoria per dispersione, verrebbe da dire prendendo in prestito il vocabolario del ciclismo. Gli altri hanno pedalato, Kimi ha trovato la strada.

Il sorriso, naturalmente, resta quello. Ma sotto c’è un ragazzo che lavora. Studia, ascolta, assorbe. Guarda un dettaglio, lo mette da parte, lo rimastica, poi lo restituisce sotto forma di decimi. La semplicità, in certi casi, è una faccenda complicatissima. Antonelli sembra averla capita presto: la velocità serve, la testa decide. “Non sapevo quanto dovessi gestire, quanto dovessi spingere“, racconta dopo la gara. E quando parla della macchina nuova non vende miracoli. Promuove le curve medie e veloci, segnala le difficoltà nelle lente, dove l’anteriore tende a bloccarsi. C’è da lavorare, insomma. Però “finalmente stiamo iniziando a vedere i risultati“. Un campione in costruzione che, mentre gli altri celebrano, apre il cofano e controlla il livello dell’olio.

I numeri, nel frattempo, hanno perso ogni pudore. Antonelli è a 365 punti, Russell a 242, Hamilton a 241. Centoventitré lunghezze sul compagno di squadra. Con 125 punti ancora disponibili nei cinque Gran Premi rimasti, il Mondiale è lì, davanti, quasi a portata di mano. Il primo match point è sfumato perché Hamilton ha chiuso quarto e Russell ottavo. In Messico potrebbe bastare un nono posto, anche con una vittoria di Russell; se George non vince, Kimi può laurearsi campione comunque. La matematica, a questo punto, comincia a fare il tifo.

Per l’Italia sarebbe un appuntamento con la storia: un iridato tra i piloti, 73 anni dopo Alberto Ascari. Una lunga attesa, parecchie promesse, qualche illusione. E adesso questo ragazzo di Bologna che sembra non avere fretta di diventare grande. Con buona pace di Mario Andretti, che sulle origini italiane ha argomenti a suo sostegno.

Toto Wolff, intanto, interpreta la parte del padre che non vuole prendersi meriti. “Kimi è andato oltre il potenziale della macchina. Per me è la corsa migliore che abbia fatto finora. Una gara da campione, anche se non è ancora campione“. Poi arriva la domanda inevitabile: quanto c’è di suo, in tutto questo? E il capo Mercedes sposta il riflettore. Non lui, dice. Il merito va al programma junior, a Gwen Lagrue, che individuò Antonelli quando aveva undici anni, e a nove anni trascorsi a farlo crescere in casa, tra simulatori, ingegneri e confronti continui.

Il conto? Oltre dieci milioni di dollari. Una cifra che rende l’investimento meno romantico e parecchio più concreto. Wolff la racconta con il sorriso di chi non ha fatto beneficenza, ma nemmeno si è limitato a comprare un pilota. Ha provato a costruirlo. E adesso può permettersi di guardare indietro, all’anno scorso, alle corse deludenti, a chi sosteneva che Kimi non fosse ancora pronto per la Mercedes, a chi lo avrebbe voluto fuori dalla Formula 1. E soprattutto a Spa, alle lacrime nel parco chiuso, quando il peso delle aspettative sembrava più grande del talento.

L’immagine migliore, però, non arriva dal podio, né dalla sala stampa, né dalla classifica. Arriva dall’ufficio di Wolff, prima della gara. Kimi entra, guarda il suo capo e gli confida: “Sai che non mi viene proprio da pensare al Mondiale?“. Wolff approva. Bravo, gli dice, continua così. Fai il lavoro più bello del mondo. Antonelli, infatti, torna a fare Antonelli. Sorride, sale in macchina, corre. E lascia agli altri la fatica di immaginare come finirà.

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