Seguici su
LEGGI OA SPORT SENZA PUBBLICITÀ
ABBONATI

CiclismoStrada

Giardini: “Vedo una schiarita per il ciclismo italiano. Tra 4-5 anni torneremo competitivi e avremo il nostro posto”

Pubblicato

il

Giulio Ciccone
Giulio Ciccone / IPA Sport

Gian Luca Giardini è intervenuto a Bike Today, appuntamento condotto da Gianluca Bruno sul canale YouTube di OA Sport TV, per analizzare e tracciare un bilancio della stagione 2026, ormai passata agli archivi, del ciclismo italiano ed internazionale.

La stagione con e senza Tadej Pogacar: “Nelle ultime stagioni ci siamo un po’ abituati allo strapotere di Pogacar, a molti non piace perché il risultato sembra sulla carta abbastanza scontato in partenza, ma abbiamo visto che nel ciclismo non c’è niente di scontato, può succedere qualsiasi cosa e poi comunque abbiamo visto delle bellissime corse dopo l’incidente di Tadej, ma anche delle corse molto noiose, molto peggiori di quelle in cui lui a 80 km dall’arrivo se ne va e domina, quindi si stanno formando un po’ due partiti, conservatori e progressisti, come dappertutto, però è anche il bello del ciclismo“.

La vittoria alla Milano-Sanremo: “Giocava quasi in casa, perché lui risiede a Montecarlo, quindi poteva, anche dal punto di vista logistico, andare a provare il percorso una volta, due volte, tutte le volte che voleva. Credo che gli rimanga un sassolino nella scarpa, che è quello di Roubaix, più che un sassolino, una pietra. Lì sarà molto più difficile, secondo me, per lui, perché è la meno adatta alle sue caratteristiche ed è quella dove 15 kg, quindi 60-70 watt in più fanno la differenza in pianura, e non ci sono gli strappi come al Fiandre, dove puoi far valere il suo minor peso a parità di watt per kilo. Secondo me è destinata a rimanere un’incompiuta per Pogacar la Parigi-Roubaix, anche se nell’ultima ha messo in difficoltà un campionissimo come Van Aert“.

La possibilità di vincere la Parigi-Roubaix: “Secondo me è più che un problema tecnico, perché anche la Sanremo non è che sia proprio fatta su misura per lui, però è un tipo di preparazione che è più, diciamo, compatibile con quello che dovrà fare successivamente, per la Roubaix è complicato. Intanto la Roubaix è un mese dopo, quindi più vicina alle corse che normalmente fa, la Liegi e poi i Grandi Giri, e quindi deve sacrificare alcuni obiettivi per potersi concentrare sulla Roubaix. Non so se avrà voglia di farlo, però ci ha fatto stupire tantissime volte, che a questo punto non ci meravigliamo più di niente“.

Del percorso del Giro si conosce già la tappa col doppio Mortirolo: “A me quei tapponi così estremi alla fine hanno spesso deluso, perché alla fine tutti hanno paura e aspettano l’ultima salita e tante volte le salite medie danno più spettacolo di quelle estreme affrontate più volte, però i corridori sono poi loro alla fine che danno lo spettacolo, quindi il tracciato, l’importante è che sia equilibrato, cioè che ci siano arrivi in salita, tapponi, ecco, mi auguro un tappone, almeno uno, che superi i 200 km, con almeno 3-4mila metri di dislivello, perché in una grande corsa a tappe ce ne vorrebbero due, secondo me, ma almeno uno di quei tapponi ci deve essere, e mi piacerebbero due cronometro, mi piacerebbe una cronometro breve in pianura ed una un po’ più articolata, senza andare ad esagerare, però i 20-25 km mi piacerebbero, anche per aprire le porte agli uomini come Evenepoel“.

Già svelato, invece, il percorso del Tour: “Per quello che riguarda le crono, credo che siano abbastanza corpose come chilometraggio, non tanto come altimetria. Ecco, io ne avrei fatta magari una pianeggiante e una non cronoscalata, però una un po’ più difficile per equilibrare le cose, ma il segreto è proprio l’equilibrio con cui dosare gli arrivi in salita e gli arrivi in volata. Probabilmente hanno messo due occasioni per gli uomini veloci o quasi per indurli a non ritirarsi l’ultima settimana, quando ci sono le grandi salite, quindi per portare più campioni possibili a Parigi e potrebbe essere una motivazione. L’altra è meramente economica, magari le città che ospitano partenza ed arrivo della penultima tappa era impossibile inserirle prima ed hanno trovato una sistemazione lì“.

Il bilancio degli italiani: “Rimane per me una stagione sufficiente per i nostri ragazzi, perché qualcuno ha vinto, Ganna e Milan soprattutto, qualcuno ha convinto, come Ciccone, che ci ha fatto divertire, anche se gli è mancato il grande guizzo, gli è mancato veramente poco, abbiamo visto tanti giovani bravini crescere, da bravini diventare molto bravi. Aspettiamo il salto di qualità, però abbiamo Pellizzari, abbiamo Piganzoli, e ne abbiamo altri, passerà professionista Finn, non so quando riusciremo a vedere Magagnotti tra i professionisti stabilmente, perché hanno probabilmente idea di fargli fare un altro anno nella Devo, però insomma abbiamo un parterre di giovani che non è affatto male, e quindi vediamo non la luce in fondo al tunnel, ma vedo proprio una schiarita rispetto a qualche anno fa“.

Le motivazioni delle difficoltà degli ultimi anni del movimento azzurro: “Probabilmente abbiamo avuto un vuoto generazionale perché ci siamo un po’, in certi anni, seduti sugli allori, e mentre gli altri andavano avanti con allenamenti, alimentazione, metodologie differenti, noi ci siamo sempre un po’ basati sui nostri vecchi metodi, perché avevamo vinto, avevamo sempre fatto così, perché cambiare, ma abbiamo sempre fatto così, mi hanno insegnato che è la frase più utilizzata nelle aziende che falliscono. Quindi noi quando l’abbiamo capito era tardi, ci mancavano due generazioni di corridori. Adesso stiamo cominciando a costruire, cominciamo a vedere i frutti e fra 4-5 anni torneremo sicuramente competitivi, non come negli anni 1990-2000, perché è probabilmente decuplicato il campo degli avversari, essendo il ciclismo moderno mondializzato, mentre una volta c’erano cinque Nazioni che concorrevano, però il nostro posto lo ritroveremo, almeno questa è la mia idea, e sono fiducioso“.

CLICCA QUI PER L’INTERVISTA COMPLETA A GIAN LUCA GIARDINI

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
Pubblicità