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Tennis

Jannik Sinner si racconta: “Nel caso Clostebol ho pagato per un errore non mio. Robot? Non è un termine dispregiativo”

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Jannik Sinner
Jannik Sinner / IPA Sport

Jannik Sinner arriva al Roland Garros 2026 con il peso e il prestigio del grande favorito. Il numero uno del mondo, complice anche l’assenza di Carlos Alcaraz, si presenta a Parigi da uomo da battere, forte di una continuità impressionante e di una maturità che ormai va ben oltre il tennis giocato. Eppure, nell’intervista concessa a L’Équipe, il campione altoatesino ha mostrato soprattutto il lato più umano di sé, affrontando senza filtri temi delicati come la pressione del vertice, la squalifica legata al caso Clostebol e quella percezione pubblica che spesso lo dipinge come un “robot”.

Un’etichetta che Sinner non respinge, ma che prova a spiegare con lucidità. “Ho l’immagine di un giocatore senza emozioni, ma questo perché sono molto concentrato su ciò che devo fare“, racconta. “Robot? Non trovo il termine dispregiativo. È così che lavoro“. Dietro quella freddezza apparente, infatti, c’è un’idea molto precisa di tennis: “Cerco sempre di essere il più preciso possibile, di giocare il colpo giusto al momento giusto. E questo richiede di essere in ottima forma fisica e mentale“.

La sensazione, però, è che Sinner consideri il proprio percorso ancora lontano dal punto di arrivo. Nonostante i successi già conquistati, il classe 2001 è convinto di avere enormi margini di crescita: “Non credo sia possibile esprimere il 100% del proprio potenziale a 24 anni. Punto a raggiungerlo nei prossimi anni“. Poi descrive quella che immagina come la versione definitiva di sé stesso: “Un giocatore con un grande servizio, aggressivo, ma anche lucido e capace di interpretare ogni situazione di gioco“.

Nel corso dell’intervista emerge anche il peso della notorietà. Jannik non nasconde quanto il vertice mondiale comporti inevitabilmente rinunce e attenzioni continue: “Essere uno dei migliori giocatori al mondo ha un prezzo. La gente ti riconosce, è così e basta“. Ma la sua risposta resta coerente con il personaggio che il pubblico ha imparato a conoscere: basso profilo, equilibrio e normalità. “Non ho né il desiderio né il bisogno di vantarmi, né fuori dal campo né altrove“. Piuttosto, il tennista azzurro rivendica l’importanza di conservare uno spazio personale autentico: “Si hanno 24 anni una sola volta, e cerco di godermeli, di divertirmi fuori dal campo. Penso di aver trovato un buon equilibrio“.

Uno dei passaggi più intensi riguarda inevitabilmente il caso Clostebol, la vicenda che ha accompagnato uno dei momenti più complessi della sua carriera. Il pusterese evita toni polemici e preferisce concentrarsi sull’impatto umano della situazione: “È stato un periodo difficile da superare perché ho dovuto pagare il prezzo di un errore che non era mio“. Il riferimento più doloroso, però, riguarda il lungo periodo precedente alla sospensione: “La cosa più difficile sono stati i mesi che l’hanno preceduta. Non potevo parlarne con nessuno. In campo sembravo molto triste, e lo ero: non mi sentivo libero“.

Da quella fase, tuttavia, il campione nostrano sostiene di aver tratto nuova forza. “Una mattina mi sono svegliato con l’idea di trasformare tutto questo in qualcosa di positivo“, spiega. Prima la famiglia, poi il lavoro in palestra, infine il ritorno nel circuito: “Quando sono tornato a Roma ero felice, sollevato. Volevo solo godermi il momento“.

Una rinascita culminata poi con risultati straordinari, a conferma della sua capacità di metabolizzare rapidamente anche le sconfitte più dure. Come quella nella finale del Roland Garros 2025: “Non è stato semplice lasciarsela alle spalle, ma da quell’esperienza ho tratto insegnamenti importanti“. E infatti, aggiunge,il successo arrivato subito dopo a Wimbledon è legato anche alla mia capacità di guardare avanti rapidamente, sia nelle sconfitte sia nelle vittorie“.

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