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Tennis

Jannik Sinner ‘colpevole’ di vincere troppo: la discutibile e contradditoria analisi del Telegraph

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Jannik Sinner
Jannik Sinner / LaPresse

C’è una singolare contraddizione nell’analisi proposta dal Telegraph a firma di Simon Briggs: da un lato si sostiene che il dominio di Jannik Sinner stia impoverendo il tennis maschile, vista l’assenza dello spagnolo Carlos Alcaraz per infortunio, trasformandolo in un esercizio di prevedibilità; dall’altro si ignora completamente che il tennis, storicamente, ha costruito le proprie epoche più gloriose proprio attorno ai dominatori assoluti.

L’idea secondo cui le vittorie dell’altoatesino rappresenterebbero un “problema” per il circuito appare fragile non soltanto sul piano storico, ma anche su quello logico e commerciale. Perché mentre il Telegraph parla di un tennis ridotto a monologo, il movimento continua a registrare numeri record: crescita di pubblico nei tornei, audience televisive in aumento, streaming globali in espansione. Dati che raccontano una realtà diametralmente opposta rispetto alla narrazione catastrofista proposta dal quotidiano britannico.

E allora la domanda diventa inevitabile: se il dominio di Sinner sarebbe nocivo per il tennis, perché non lo era quello di Roger Federer? Nel 2005 Federer chiuse la stagione con 81 vittorie e appena 4 sconfitte: un impressionante 95,29% di successi. L’anno successivo andò persino oltre, arrivando a 92 vittorie e 5 sconfitte. Numeri che, ancora oggi, appartengono a una dimensione quasi irreale. Eppure nessuno parlava di sport “danneggiato”, di circuito “prevedibile”, di spettacolo compromesso. Al contrario: quella supremazia veniva celebrata come l’apoteosi del tennis moderno.

La verità è che il problema non era la prevedibilità. Il problema, semmai, è la percezione estetica della prevedibilità. Roger trasformava il dominio in arte. Il suo tennis aveva una leggerezza aristocratica, una grazia quasi teatrale che rendeva digeribile perfino la ripetizione della vittoria. Sinner, invece, domina con un linguaggio diverso: essenziale, feroce, da “Cannibale” alla Eddy Merckx nel ciclismo che fu o alla Tadej Pogacar in tempi moderni. Meno ricamo e più pressione costante. Meno velluto e più cemento armato. Ma il concetto non cambia: entrambi schiacciano il circuito attraverso una superiorità tecnica e mentale evidente.

E infatti il parallelismo con gli anni d’oro dello svizzero è persino più calzante di quanto si voglia ammettere. Anche allora, tolto Rafael Nadal soprattutto sulla terra battuta, il resto del circuito appariva spesso incapace di reggere il confronto. Oggi il dualismo Sinner-Alcaraz ripropone uno scenario molto simile: due giocatori sopra il sistema, con gli altri costretti a rincorrere.

Per questo appare forzato sostenere che la stagione 2026 dell’italiano, 36 vittorie e appena 2 sconfitte, il 94,74% di successi, record assoluto nell’Era Open di vittorie consecutive nei Masters 1000 e primato come più giovane di sempre a vincere tutti i Masters, rappresenti un rischio per il tennis. Semmai, è il contrario: le grandi dinastie hanno sempre alimentato il fascino dello sport, perché il pubblico non guarda soltanto per l’incertezza del risultato. Guarda per assistere alla grandezza.

Il dominio, nel tennis, non ha mai allontanato gli spettatori. Li ha sempre attratti. Borg, Sampras, Federer, Djokovic: ogni epoca ha avuto il proprio tiranno tecnico, e ogni volta il sistema ne ha beneficiato in termini di attenzione globale, rivalità narrative e valore mediatico. Per questo l’argomento del Telegraph sembra poggiare più su una sensazione estetica che su un’analisi reale del fenomeno. Come se la questione fosse: bastava qualche tocco di classe in più a non far sbadigliare? Ma il tennis non dovrebbe essere valutato in base all’eleganza con cui si domina. Conta il dominio stesso. E Sinner, oggi, sta semplicemente facendo ciò che i più grandi hanno sempre fatto: vincere.

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