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Chi restituirà l’Olimpiade di casa a Rebecca Passler? Il caso Sinner sembra non aver insegnato nulla
Chi restituirà davvero l’Olimpiade di casa a Rebecca Passler? È la domanda che resta sospesa mentre il calendario corre verso la fine dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026 e l’Italia scopre, ancora una volta, di non aver imparato abbastanza dai propri casi-limite.
La vicenda Passler è diventata rapidamente un cortocircuito: positività a un controllo fuori competizione, sospensione provvisoria, ricorso accolto per fumus boni iuris, rientro agli allenamenti. Poi, però, l’esclusione dalle scelte tecniche “per non infastidire” la federazione internazionale. Un paradosso che pesa più di una squalifica: formalmente riabilitata, sostanzialmente messa ai margini. A casa sua, ad Anterselva, dove il biathlon è identità prima che sport.
Il messaggio che passa è ambiguo e pericoloso. Da un lato, il sistema antidoping, con Nado Italia, riconosce la plausibilità di un’assunzione involontaria. Dall’altro, la gestione sportiva sembra dire che la riabilitazione giuridica non basta: il “rumore” conta più dei fatti. Così l’atleta paga due volte, mentre la squadra tutela se stessa. È davvero questa la linea che dovrebbe guidare un’Olimpiade in casa?
Il caso di Jannik Sinner, logorato da una responsabilità oggettiva che prescinde dal dolo e chiuso con un accordo con la WADA, avrebbe dovuto insegnare qualcosa: che la tutela dell’atleta non può fermarsi al codice, e che la comunicazione, oltre alla sostanza, decide reputazioni e carriere. E invece no. La lezione sembra evaporata.
Nel mezzo, le istituzioni sportive oscillano. La Federazione Italiana Sport Invernali aveva rivendicato soddisfazione per l’esito del ricorso, il presidente Flavio Roda aveva parlato di valore aggiunto per il gruppo. Ma quando arriva il momento di scegliere, prevale la prudenza politica sulla coerenza sportiva. Il risultato? Una staffetta di biathlon senza Passler.
Chi restituirà, allora, l’Olimpiade di casa all’altoatesina? Non bastano sentenze interlocutorie né dichiarazioni di principio. Servono regole applicate fino in fondo, tempi rapidi, e soprattutto una responsabilità condivisa che non scarichi tutto sull’atleta quando l’errore è sistemico.
