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Tennis

Jannik Sinner conferma il tallone d’Achille del quinto set: le statistiche sono impietose

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Jannik Sinner LaPresse
Jannik Sinner / LaPresse

C’è un confine sottile tra vincere e perdere. Jannik Sinner, ancora una volta, si è fermato proprio lì al quinto set. Novak Djokovic stupisce ancora ed elimina l’azzurro nella semifinale degli Australian Open 2026, imponendosi dopo oltre quattro ore di battaglia: 6-3, 3-6, 6-4, 4-6, 6-4. Il serbo vola così alla sua 38ª finale Slam, mentre per Sinner resta l’amaro sapore di un’occasione persa e di una fragilità che, a certi livelli, non può più essere ignorata.

Il match ha raccontato una storia chiara: Djokovic chirurgico nei momenti chiave, Sinner brillante a tratti ma incapace di dare il colpo decisivo. Il dato che pesa come un macigno è quel 2 su 18 sulle palle break. Non è solo una statistica: è la fotografia di una mancanza di lucidità nei frangenti che decidono le grandi partite. Contro un avversario come Djokovic, ogni esitazione diventa una colpa capitale. E così è effimero constatare i 12 punti in più con cui ha chiuso il giocatore italiano.

E poi c’è il tema che ormai non può più essere liquidato come una coincidenza. Con questa sconfitta salgono a 11 i ko su 17 quinti set disputati nei tornei dello Slam. Sei vittorie, undici sconfitte: numeri che stonano terribilmente con lo status di top-player. Il quinto set continua a essere una terra ostile per Sinner, il momento in cui il talento non basta più e servono freddezza, cinismo e una gestione emotiva da fuoriclasse.

Nemmeno i 24 ace, primato personale in un match Slam, riescono a salvare il bilancio di una serata che lascia più interrogativi che certezze. Jannik ha lottato, ha spinto, ha retto fisicamente, ma alla fine ha ceduto proprio dove i campioni veri fanno la differenza: nella capacità di alzare il livello quando la tensione diventa insostenibile.

Al netto della prestazione monumentale di Djokovic, resta una verità scomoda: l’azzurro, oggi, nei match che si decidono al quinto set non riesce ancora a imporsi come il suo talento e la sua classifica suggerirebbero. È un limite evidente, su cui lui e il suo staff dovranno riflettere seriamente. Perché per vincere i Major non si può sempre dominare.

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