Sci di fondo, la staffetta italiana dalle farfalle nello stomaco alle macerie. Il sistema va rifondato, ma da chi?

Nella giornata di domani ai Mondiali di Oberstdorf andrà in scena la staffetta maschile, gara che per l’Italia evoca ricordi di imprese sensazionali e di prove di grande orgoglio. Purtroppo però si vive di ricordi, in quanto il presente è ben diverso dal glorioso passato. Al di là del ritiro dal Mondiale, nella competizione di venerdì 5 marzo non ci sarebbero state ambizioni diverse da quelle di ottenere un piazzamento dignitoso. In realtà, più ancora della triste attualità, spaventa l’assenza di prospettive future. Ora come ora, all’orizzonte non si vede nessun astro in grado di tornare a illuminare un rigoglioso panorama sul quale da tempo è calata una notte senza stelle.

Sono passati otto anni dall’ultima volta in cui l’Italia ha concretamente lottato per le medaglie. Ai Mondiali della Val di Fiemme 2013 gli azzurri presentarono un quartetto idealmente capitanato dal quarantenne Giorgio Di Centa, attorniato da Dietmar Nöckler, Roland Clara e David Hofer. La squadra italiana concluse quarta, battuta in volata da Norvegia, Svezia e Russia. Ai Giochi olimpici di Sochi dell’inverno successivo, pur senza essere dei contendenti per il podio, i medesimi uomini conquistarono un onorevole quinto posto a 1’20” dalla Svezia trionfatrice e a 50” dalla Francia, bronzo.

Da quel momento, per la staffetta azzurra si è completamente spenta la luce. Sesta a Falun 2015, ma a due minuti e mezzo dalla zona medaglie. Ottava a Lahti 2017, a cinque minuti e mezzo dalla Norvegia vincitrice e a 3 minuti dal bronzo. Poco meglio a PyeongChang 2018, settima a due minuti e mezzo dalla Norvegia e a due minuti dal bronzo, dopodiché è stato archiviato il disastro di Seefeld 2019, quando l’Italia è si piazzata decima a 4’40” dalla Norvegia e a 3’40” dalla medaglia di bronzo. Più che un declino, un autentico crollo. Non solo rispetto ai trionfi degli anni ’90 e dell’inizio del XXI secolo, ma anche nei confronti di quanto accaduto fino a Sochi.

La devastante regressione della staffetta è lo specchio della profonda crisi dello sci di fondo italiano. Senza voler scomodare il quartetto di Lillehammer 1994, nel quale erano inseriti tre campioni del mondo (De Zolt, Albarello e Fauner) a cui si aggiungeva un plurimedagliato iridato (Vanzetta), viene il magone anche a guardare la squadra di Torino 2006. Al lancio si schierava Fulvio Valbusa, due medaglie mondiali in prove distance, seguito da Giorgio Di Centa, a sua volta già salito sul podio iridato in uno skiathlon. Dopodiché si poteva contare su un campione del mondo della 15 km e vincitore della 50 km di Holmenkollen (Pietro Piller Cottrer), seguito da un finisseur di assoluto livello quale Cristian Zorzi, medagliato olimpico e mondiale nelle sprint, capace però di tenere un ritmo elevatissimo per 10 km, tanto da non farsi riprendere da mostri sacri dell’epoca, quali Mathias Fredriksson e Tobias Angerer. Oggi invece su chi si può contare? Lasciamo perdere. L’Italia fatica persino a mettere in piedi una squadra. A Seefeld, l’odierno equivalente di Zorzi, ovvero Federico Pellegrino, è stato addirittura schierato in seconda frazione per consentire al team di non sprofondare nelle retrovie.

Non si può fare una colpa agli attuali atleti di non essere all’altezza di quelli del passato. Loro sono il sintomo, non la malattia. Sul banco degli imputati va invece messo l’intero sistema italiano, incapace di produrre fondisti all’altezza delle moderne esigenze dello sci di fondo. Perché? Come è possibile? Forse gli alieni del film Space Jam sono atterrati nelle valli alpine e hanno rubato tutto il talento, come avevano fatto con i giocatori di basket in quella divertente pellicola con protagonisti Michael Jordan e Bugs Bunny? Impossibile, anche perché a livello junior i risultati non mancano, ma la transizione verso la categoria senior ormai non riesce quasi a nessuno.

Un tempo si aspettava la staffetta con trepidazione, non si dormiva la notte e si avevano le farfalle nello stomaco al pensiero di cosa avrebbero potuto fare gli azzurri, capaci di sfidare ad armi pari i norvegesi. Invece oggi guardiamo alla 4×10 km solo nel ricordo dei tempi che furono, sperando in un autentico miracolo. L’eco dei trionfi passati è ben presente nella mente e nell’animo degli appassionati e di chi, lo sci di fondo, continua a raccontarlo e ad amarlo nonostante tutto. Un’eco però destinata a farsi sempre più tenue. Potranno le nuove generazioni vivere le medesime emozioni vissute dai nostri padri e da noi stessi, quando eravamo più giovani?

Affinché questo possa avvenire, bisogna prendere atto del fallimento di un intero sistema. Basta alibi, basta scusanti e soprattutto basta politica applicata allo sport! Lo sci di fondo non può essere lo strumento per compiacere comitati, sci club e corpi militari.  La realtà dei fatti è drammatica, il fondo italiano è in macerie e se si vuole arrivare a Milano-Cortina 2026 è necessaria una profonda riflessione e una riforma del suddetto sistema. Attenzione però, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Ad attuare tale rivoluzione non possono essere coloro i quali hanno gestito e stanno tutt’ora gestendo l’ambiente. Solo partendo da questo presupposto si potrà effettuare un vero cambiamento. Come si suole dire, chi lascia la vecchia strada per la nuova, sa quel che perde e non sa quel che trova. Verissimo, proprio per questo è necessario abbandonare il sentiero attuale il più presto possibile. Quindi largo a chi è considerato anti-sistema, largo ad allenatori e tecnici osteggiati dall’attuale establishment. D’altronde, peggio della prospettiva corrente, ovvero quella di un coma irreversibile della disciplina, non c’è assolutamente nulla. È una mossa della disperazione, ma dopotutto è la situazione a essere disperata. Nell’ipotesi più grama, tutto rimarrebbe come è adesso. Dunque, perché non tentare?

FOTO : La Presse

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