Così la Ferrari è piombata in una crisi profonda. Le radici di un fallimento


E’ finita nel modo peggiore possibile. Un fine settimana che definire da incubo è poco per una Ferrari che, per stessa ammissione del team-principal Mattia Binotto, non è all’altezza del proprio nome. Dopo un venerdì che sembrava lasciar intravedere segnali incoraggianti con le novità di un fondo completamente aggiornato ed una nuova ala anteriore, da ieri mattina il Cavallino Rampante è precipitato in un abisso senza fine. In qualifica la SF1000 è annegata letteralmente sotto la pioggia, oggi la gara di Sebastian Vettel e Charles Leclerc è durata meno di un giro per un incidente allucinante.

Un episodio che dipinge nel migliore dei modi il quadro della crisi profonda in cui è piombata la Ferrari. Per il secondo anno consecutivo il progetto iniziale della monoposto è stato fallito, questa volta però in maniera netta. Nel 2019, perlomeno, la Rossa era stata per lunghi tratti la seconda forza alle spalle della Mercedes, pur non riuscendo mai realmente ad impensierire la scuderia di Stoccarda per il titolo iridato; ora veleggia mestamente a centro gruppo, con prestazioni inferiori a Racing Point e McLaren. La stagione è ormai compromessa, impossibile da rimettere in piedi. Un team come la Ferrari deve fissarsi come unico e solo obiettivo la vittoria, traguardo che ad oggi valica i confini del mondo delle idee platoniane. Attualmente appare distante persino un livello dignitoso.

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Se la SF1000 si è rivelata un vero e proprio fallimento, gravata da lacune di telaio e, soprattutto, di motore, la direzione dei piloti appare persino peggiore. Non è stata gestita nel migliore dei modi la questione del mancato rinnovo di Sebastian Vettel, che non ha nascosto il proprio malumore alla stampa: di certo non il modo ideale per motivare un pilota nella suo ultimo anno di contratto. Inoltre il rapporto tra il tedesco e Charles Leclerc, al di là delle formalità di facciata, è degenerato ben presto sin dallo scorso anno, fino all’incidente di Interlagos del novembre 2019. “Non dovrà mai più ricapitare“, disse Mattia Binotto. Come è andata a finire, lo sappiamo tutti…In Ferrari, è evidente, manca una guida forte che sappia utilizzare il pugno di ferro quando necessario. Ci duole dover tornare nuovamente a menzionare il compianto presidente Sergio Marchionne, tuttavia dalla sua prematura scomparsa è iniziata una repentina ed inesorabile discesa. L’approccio soft di Binotto non paga, non genera risultati. Il crack è avvenuto ad Interlagos, si è ripetuto oggi e potrà materializzarsi nuovamente. Perché quando si sbaglia si riceve una semplice pacca sulla spalla ed un richiamo neanche tanto convinto.

La Ferrari di oggi è una squadra allo sbando, senza un progetto di crescita definito e politicamente sempre più debole dall’avvento nel Circus di Libery Media. La sensazione palpabile è che sia gestita male, di sicuro non nella maniera adeguata per sfidare un colosso tritasassi come la Mercedes. Sono tante le similitudini con gli anni ’90: anche quella era una Ferrari da metà classifica, distante anni luce dai team di riferimento. Dopo un lustro tra anonimato e comparsate, nel 1996 approdarono a Maranello Jean Todt, Ross Brawn e Michael Schumacher. Ed iniziò un’altra storia. Servirà munirsi di pazienza.

I PROBLEMI DELLA FERRARI 2020

  • Macchina non all’altezza, progetto sbagliato dalle fondamenta.
  • Impossibilità di apportare rivoluzioni tecniche alla vettura a causa delle norme che, a seguito dell’emergenza sanitaria, limitano lo sviluppo.
  • La cronica lacuna della galleria del vento, con i dati sovente non corrispondenti al responso della pista.
  • Apice dirigenziale semi-assente, quasi disinteressato. Manca una guida forte che compatti il gruppo e generi una pressione positiva. Manca un Marchionne.
  • Gestione Binotto troppo permissiva nel consentire ai piloti di superare il limite.
  • Un motore non all’altezza, come testimoniano anche le prestazioni dei ‘clienti’ Haas ed Alfa Romeo. Pesa l’accordo segreto con la FIA dopo le irregolarità riscontrate nel 2019.

federico.militello@oasport.it

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Foto: Lapresse

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