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Alessandro Zanelli, basket: “Ci siamo fermati quando stavamo crescendo moltissimo. Banks mi ha dato tantissima fiducia”



Sono tre i giocatori rimasti quest’anno all’Happy Casa Brindisi nel passaggio dalla stagione 2018-2019 a quella 2019-2020. Due compongono l’asse play-pivot Adrian Banks-John Brown, il terzo è Alessandro Zanelli, arrivato in Serie A nella scorsa stagione dopo aver effettuato un ragionato percorso di crescita in A2. Ed è proprio quest’ultimo che abbiamo raggiunto telefonicamente, per un viaggio tra la stagione della sua squadra, la sua carriera e interessanti considerazioni sul doppio impegno tra campionato e Champions League della formazione pugliese.

Bisogna doverosamente premettere che l’intervista è stata realizzata prima della decisione della FIP di interrompere definitivamente la stagione 2019-2020.

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Fare un bilancio di questa stagione appare abbastanza complesso, visto che non è una stagione conclusa.
“Sembra difficile in questo momento che si possa riprendere, ma la speranza è l’ultima a morire, quindi ci speriamo tutti, perché per prima cosa vorrebbe dire che ci sono delle ottime notizie e per tutto il Paese sarebbe una cosa positiva, e poi per noi stessi, per finire quello che abbiamo iniziato”.

La squadra aveva raccolto più di una soddisfazione, stava girando particolarmente bene, “minacciando” di scalare i piani alti.
“È finito tutto al culmine del momento in cui stavamo crescendo di più. È stata una stagione sicuramente importante, dove abbiamo fatto anche la Champions, che è stata un’esperienza molto bella, che ci ha dato delle cose e tolto delle altre, ma quello che stavamo imparando a livello di conoscerci tra di noi, l’esperienza in campo, ci stava ripagando nell’ultimo periodo, quando siamo usciti dalla Coppa, purtroppo, ma stavamo lavorando di più durante la settimana ed inserendo degli accorgimenti che prima non eravamo riusciti a fare per mancanza di tempo. Stavamo crescendo, forse più ancora rispetto all’anno scorso, avevamo margini per crescere ancor di più, quindi c’è anche questo rammarico“.

Una crescita, questa, paradossalmente arrivata dopo la fine del doppio impegno in Champions League. E a tal proposito, cos’è mancato per vincere in trasferta?
“Ne abbiamo perse due-tre che hanno lasciato un po’ di rammarico sicuramente, tra tutte Saragozza, che era quasi vinta, ma anche quella con il PAOK, in cui siamo stati avanti per 35 minuti. Quelle 2-3 partite avrebbero cambiato la classifica, che era veramente cortissima fino all’ultima giornata. Ci è mancato sicuramente quel pizzico di esperienza in più in campo europeo, quasi tutti noi eravamo nuovi e ci sono delle dinamiche un po’ diverse in campo e stili di gioco diversi e più fisicità, vengono lasciati correre di più i contatti, e quindi inizialmente abbiamo fatto fatica ad adeguarci e ci siamo riusciti verso la fine, però nei momenti chiave della stagione gli infortuni ci hanno un po’ penalizzato”.

Stagione 2018-2019 e 2019-2020. Dall’una all’altra siete rimasti in tre. Quanto è complicato gestire un cambio di abitudine nel giocare con nove elementi diversi da anno ad anno?
“Penso che la società sia riuscita a fare un ottimo lavoro in estate per le possibilità che aveva, e siamo riusciti a riconfermare due giocatori fondamentali per il nostro gioco come Adrian Banks e John Brown oltre che il coach, così le idee guida sono rimaste le stesse, ed era importante, ed ha visto che erano idee d’intenti con riscontri importanti, e anche il direttore sportivo. C’era un trend con idee abbastanza chiare, non si partiva da zero. Chiaramente sono cambiati dei giocatori intorno, è cambiato il nostro modo di giocare, abbiamo provato ad avere più fisicità e quest’anno abbiamo forse un po’ più di talento a livello offensivo, più atletismo. Sicuramente abbiamo un po’ meno la capacità di letture in certe situazioni, soprattutto a livello difensivo, però era una cosa che la società aveva deciso perché con il doppio impegno magari hanno fatto anche un discorso di prendere atleti un po’ più giovani, in quanto giocando ogni tre giorni cambiano un po’ le prospettive”.

Tu sei uno di quei giocatori che, come l’anno scorso Riccardo Moraschini, aveva dovuto fare della lunga “gavetta” in A2 per riuscire poi a imporsi sul palcoscenico maggiore. Quanto è stato importante il fatto di giocare in A2 in tante situazioni diverse come ne hai vissute?
“È stato un percorso che era deciso nella mia testa con i miei agenti. Era quello che ci eravamo prefissati. Per arrivare in Serie A volevo arrivare pronto, non a rappezzare una squadra. Volevo entrare in una realtà che credesse in me, che mi permettesse di giocarmi le mie chance, e di vedere se ero all’altezza o meno. Volevo fare in modo di dimostrare prima di tutto, e di imparare a stare in campo in determinati momenti, ad avere la squadra in mano, a fare quel passo in più aspettando poi la A con l’occasione giusta. Quando è arrivata Brindisi, due anni fa, sono stato il primo a firmare, ai primi di giugno, e non ho esitato perché avevo capito nelle intenzioni della società e dell’allenatore e della dirigenza, tra cui Simone Giofrè, che volevano darmi quella chance che cercavo e mi ero meritato per tanti anni dopo che avevo fatto la gavetta. Quindi alla fine sono contento della scelta fatta perché volevo provare a mettermi in gioco. Loro mi hanno dato l’opportunità, hanno creduto in me anche nelle partite in cui giocavo meno bene, ma ho sempre sentito la fiducia e questo è impagabile”.

Treviso, stagione 2010-2011. Com’era quel gruppo delle giovanili che vinse lo scudetto Under 19?
“Con me c’era Raphael Gaspardo, che ho ritrovato quest’anno e siamo stati felicissimi di ritrovarci da professionisti, ed era un obiettivo che ci eravamo dati per cui è stato bellissimo. Ho avuto la fortuna di fare un settore giovanile importante, allenandomi quotidianamente con tantissimi giocatori da Serie A e A2, Alessandro Gentile, Andrea De Nicolao, Roberto Rullo, Jakub Wojciechowski, Andrea Renzi, Niccolò Martinoni, ne potrei veramente elencare tanti di giocatori diventati poi di alto livello. Questa è stata una fortuna per me, perché mi ha sempre permesso di allenarmi ad alti livelli, di migliorare e di essere uno stimolo l’uno per l’altro. Anche Marco Ceron, che è stato davvero sfortunato, è venuto fuori sempre da quel settore giovanile. E’ un mio carissimo amico e gli auguro ogni bene, e spero che si riprenda delle soddisfazioni perché se le merita tutte”.

La situazione che si sta verificando con il problema del coronavirus che ha fermato tutta l’attività fino al 13 aprile come la stai vivendo?
“Diciamo che non è facile, perché per noi che eravamo abituati ad allenarci due volte a giorno, a spostarci in giro per l’Italia e l’Europa, ad avere una vita frenetica con tanti spostamenti, passare da 100 a 0 non è semplice. Devo dire che alla fine, guardando e sentendo quello che c’è in giro mi sento fortunato a vivere in una situazione dove la salute c’è, per me, i miei cari e la mia famiglia, che è la cosa più importante in questo momento. Si cerca di essere positivi, cercando di farsi trovare pronti e si cerca di fare quel che si può. Cerco di allenarmi a casa e devo ringraziare il preparatore atletico Marco Sist, che è un ottimo allenatore, che ci ha dato delle ottime idee e un ottimo programma da eseguire, che comunque si cerca di fare. È chiaro che il lavoro è diverso, ma si cerca di rimanere il più possibile in forma, perché la speranza c’è sempre e sembra sempre più lontana, ma è quella che ti fa ogni giorno lavorare per sperare che si possa ricominciare”.

Parecchi americani hanno aspettato a lungo, alla fine in molti se ne stanno andando, soprattutto autorizzati. Nel vostro caso Banks, Brown, Martin sicuri.
“Da noi è rimasto Darius Thompson e non so se Dominique Sutton sia andato via, doveva farlo in questi giorni in teoria. Questo complica tutto il discorso della ripartenza, ci sono degli accordi internazionali, il problema è anche che loro se rientrano finiscono in quarantena. Ci sono degli organi che devono decidere per questo, e chiaramente la situazione si complica. Si aspetta”.

Capitolo Nazionale: quanto ci punti ad arrivare fino a lì?
“Fino ad ora ho fatto solo dei raduni in Under 20 e Under 18. Non è un obiettivo che mi ossessiona, è un qualcosa in più che anzi quest’anno è capitato quasi quando ho iniziato a parlarne, inaspettato, che mi ha fatto molto piacere e mi ha dato quello sprint in più per cercare di migliorare ancora. Purtroppo ho avuto un infortunio prima della chiamata, che nel mio miglior momento della stagione mi ha fermato per un mese e quello non mi ha aiutato, però a prescindere da quello è chiaro che in un momento generazionale dove stanno cambiando delle situazioni, dove coach Sacchetti sta provando diversi giocatori in vari ruoli è normale che ognuno di noi cerchi di provare a metterlo in difficoltà. Chiaramente la competizione è tanta, per cui è difficile, soprattutto nel mio ruolo dove ce ne sono tanti, ma è qualcosa in più che mi vivo con molta gioia e che uso come stimolo per poter migliorare”.

Sacchetti che questa cosa la può fare perché, con il girone degli Europei in Italia e la Nazionale inserita nel girone di qualificazione sapendo già di esserci, può permettersi degli esperimenti. Come quello di Matteo Spagnolo, che è di Brindisi. Quanto si sente lì l’orgoglio per lui?
“Si sente moltissimo, e sono contento per una città come Brindisi che vive di basket. Era da tempo che questa gente non aveva un atleta della propria città sulla ribalta, qui il basket è veramente più di una passione, la città lo vive in maniera veramente fortissima. Io me ne accorgo per me stesso, per la mia squadra. Sicuramente quando se ne parla c’è l’orgoglio da parte di tutti i brindisini e questo fa solo piacere perché è una piazza importante per l’Italia e spero per lui e per il movimento italiano stesso che mantenga le promesse che ci sono su di lui, ma mi sembra che il ragazzo sia veramente bravo e quindi gli auguro ogni bene, ogni fortuna“.

A proposito di piazze cestistiche, nel tuo percorso quali sono state quelle di cui più hai sentito la passione?
“Le due città dove più di tutte ho sentito il calore sono legate tra di loro da una storia che le collega tramite Elio Pentassuglia (brindisino, allenò per 5 anni a Rieti portandola a vincere la Coppa Korac nel 1980; gli è stato intitolato il palasport cittadino, ndr). Sicuramente Brindisi e Rieti sono due luoghi che, in maniera diversa, vivono il basket a 360° e ho avuto la fortuna di poter giocare con le maglie di queste due società, che hanno fatto la storia del basket e dove sicuramente la gente lo vede come più di un gioco, lo vive al massimo”.

Quali sono i giocatori con cui sei riuscito a legare di più in campo e fuori e quali gli allenatori che ti hanno lasciato di più nel tuo vissuto cestistico?
“Partiamo dagli allenatori, perché mi è più facile. Per quanto riguarda le giovanili un allenatore su tutti è Adriano Vertemati, allenatore di Treviglio e anche dell’Under 20 azzurra. Mi sembra che lui sia, tra tutti, un allenatore che ha sempre puntato sui giovani, sulla crescita, è un gran lavoratore, quindi secondo me meglio di lui era difficile trovare quindi sono contento per lui. Devo ringraziarlo molto, perché abbiamo vissuto 5 anni insieme, conclusi con lo scudetto del 2011 e quindi mi ha fatto crescere tanto. Un altro allenatore importante, che mi ha dato l’opportunità di iniziare la mia carriera a livello professionistico è Giancarlo Sacco, l’attuale coach di Pesaro, con cui ho fatto il primo anno in A2 e mi ha dato in mano la squadra quando avevo vent’anni, con cui siamo riusciti a toglierci grandi soddisfazioni, arrivando secondi e facendo un ottimo percorso. L’ultimo è sicuramente coach Frank Vitucci che ha anche lui creduto in me e voluto darmi un’opportunità che tanti altri non hanno voluto, ma oltre a questo mi ha dato la responsabilità e detto: “Tu entri in campo, sei un giocatore che da subito deve giocare a questo livello, non devi stare in panchina ad aspettare”. Per quanto riguarda i giocatori, ho tantissime amicizie importanti che per vari motivi mi hanno dato tanto all’interno del campo che fuori. In questo momento devo dire che, dato che sto vivendo gli ultimi due anni con lui, Adrian Banks mi ha dato sicuramente quella fiducia che per me è stata importante. Sentivo dentro di lui che si fidava di me in campo e questo per me è stato importante per prendermi le mie responsabilità, perché quando capisci che un giocatore del talento e della grandezza di Banks si fida di te e ti dice di fare le cose, ti dà quella spinta in più, quella fiducia in te stesso che poi è fondamentale per performare”.

Quanto riesce Banks ad aumentare il livello di gioco di tutti all’interno della squadra, tanto l’anno scorso quanto ancor più quest’anno?
“Io penso che quest’anno ci riesca ancora di più perché si è preso ancor maggiori responsabilità. L’anno scorso la squadra era abbastanza navigata, io ero il più piccolo e c’era gente che aveva già avuto carriere importanti ed era anche abbastanza semplice durante la settimana la gestione dei momenti durante le partite, perché la gente sapeva cosa fare in ogni momento, penso a gente come Jeremy Chappell, Tony Gaffney, lo stesso Riccardo Moraschini che ha un vissuto importante. Tutta gente che sapeva stare in campo tranquillamente da sola. Quest’anno è una squadra più giovane, con giocatori che avevano esperienze diverse, non ad altissimo livello, che non avevano fatto esperienze di Coppe, e quindi ancor di più quest’anno ha voluto fare uno step mentale superiore, prendersi ancor più responsabilità e devo dire la verità: per me anche il fatto di essere diventato vice-capitano mi ha fatto cambiare un po’ le prospettive di come vedere un allenamento, una partita, quindi cambiano un po’ le cose, si cerca di essere più maturi, di avere più responsabilità e insieme tante volte ci siamo confrontati, perché tante volte nella stagione ci sono momenti di difficoltà o comunque in cui c’è bisogno di un confronto. Lui ha sempre avuto una visione abbastanza lunga e non si è mai fatto prendere troppo dal panico di una sconfitta o dall’esaltazione di una vittoria e ha sempre guardato più in là. Questa è stata un po’ la nostra forza quest’anno: era fondamentale fare questo passo in più, perché giocando ogni tre giorni devi avere la forza di non farti prendere troppo dalle emozioni, ma di continuare a lavorare, di guardare l’obiettivo finale”.

E Banks si può anche dire che sia il più forte con cui hai giocato.
“Sì, l’ho già detto anche pubblicamente altre volte, è sicuramente il più forte con cui ho avuto la fortuna di giocare”.

E si sposa benissimo con John Brown.
“Con lui forse sono ancora più amico, tra di noi c’è un bellissimo rapporto, ci sentiamo sempre. Lui è un giocatore incredibile, che è fondamentale e per certi versi anche più decisivo di Banks per quello che fa per il nostro modo di giocare, perché è veramente fondamentale. Fa tutte le cose con energia, il suo modo di giocare è anche dovuto al suo modo di essere un lungo atipico con delle caratteristiche particolari, che però ci danno tanto e la nostra difesa si ancora tantissimo su John”.

Dominique Sutton, arrivato a stagione in corso, quanto è riuscito a inserirsi?
“C’erano già delle dinamiche un po’ consolidate, lui è un giocatore con caratteristiche particolari, un carisma importante, e chiaramente ci voleva più tempo rispetto ad altri per inserirlo all’interno di un sistema come il nostro che è molto particolare rispetto a tanti altri, dove si gioca comunque molto di velocità, atletismo e bisogna conoscersi. Secondo me, proprio ritornando a parlare del discorso della crescita, del fatto che rispetto all’anno scorso vedevo più margine in questo senso, è dovuto anche a quest’aspetto. Sutton ha fatto intravedere quanto poteva darti ancora qualcosa in più rispetto a quello che avevamo rispetto a prima, ma è chiaro che bisognava metterlo ancora all’interno del sistema al 100% per trovare nuovi equilibri, e pian piano l’avevamo fatto. L’obiettivo nostro era chiaramente, una volta purtroppo usciti dalla Coppa, di avere più tempo per lavorare in settimana per preparare delle cose e nel momento in cui stavamo iniziando a fare questo lavoro che ci avrebbe portato a dei grandi frutti per il finale di stagione e i playoff, poi ci hanno fermato e questo è il più grande rammarico”.

Quanto è strano affrontare una stagione con 17 squadre, dunque con alcune che a volte possono anche aver riposato?
“Questa cosa in realtà per noi ha avuto una prospettiva un po’ diversa per via della Champions League, perché per noi il turno di riposo non era quello di una squadra che doveva stare ferma due settimane, senza giocare, ma anzi era un momento di recupero perché la Coppa ti porta via tantissime energie anche per via degli spostamenti veramente molto lunghi, e quindi si perdono tante energie in più. Per noi era una cosa che, semplicemente, ci ha aiutato a recuperare le energie. Da altri punti di vista non ha cambiato più di tanto”.

Il giocatore più forte che hai affrontato?
“Quello che mi ha impressionato di più è sicuramente, quest’anno, Milos Teodosic, anche per come gioca la squadra stessa: come un orologio. Con lui in campo si percepiva qualcosa di diverso, quando la palla ce l’aveva lui succedeva qualcosa di diverso che non si era mai visto”.

E questo l’hanno detto anche molti giocatori della Virtus Bologna: il fatto di giocare con Teodosic, che ha un modo suo di vedere le cose, fa sì che alla fine ci si cominci ad abituare a questo genere di cose.
“Ho avuto anche la fortuna di marcarlo, e certe volte dici “ma questa visione come ha fatto ad averla?”. Nel piccolo fa delle cose, domina il gioco alla maniera un po’ di LeBron James in NBA. Ha delle letture, vede le cose tre secondi prima degli altri, secondi che poi fanno tutta la differenza nel gioco del basket”.

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Credit: Ciamillo

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