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Tennis, Jannik Sinner e le fatiche della crescita. Difficoltà da superare con pazienza e senza allarmismi



Una vittoria, quattro sconfitte. Questo il bilancio del 2020, fino almeno a domani (o a mercoledì, a discrezione dell’organizzazione del torneo ATP 500 di Rotterdam), per Jannik Sinner, partito con il freno a mano tirato e anche sfortunato in determinate occasioni in termini di sorteggio.

Le sconfitte, infatti, sono tutte arrivate con giocatori significativi ciascuno per la propria ragione: al Challenger di Bendigo (ex Canberra), il finlandese Emil Ruusuvuori era certamente il più complicato degli avversari da trovare, e del resto parliamo di un giocatore che l’anno scorso è riuscito a battere Dominic Thiem, non proprio un nome da nulla, in un incontro di Coppa Davis. Nondimeno, Ruusuvuori è a sua volta uno dei grandi talenti del futuro, e quella di Bendigo potrebbe non essere l’ultima volta dei due uno contro l’altro.

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Ad Auckland è giunta l’ottima partita, pur persa, contro il francese Benoit Paire nella sua miglior versione, mentre agli Australian Open ha confermato un’ottima solidità mentale nel modo in cui ha battuto il padrone di casa Max Purcell, prima di soccombere di fronte all’esperienza dell’ungherese Marton Fucsovics. A Montpellier, invece, semplicemente l’ha tradito il rovescio, in una di quelle giornate storte che capita a chiunque, nel caso contro lo svedese Mikael Ymer, di scuola tennistica spagnola.

Un cammino, quello di inizio anno, che però non deve far dimenticare cos’ha fatto Sinner lo scorso anno: un balzo clamoroso. Dodici mesi fa nel suo caso si parlava di Futures, e oggi si sta a discutere di ATP 500: un salto gigantesco, che si porta dietro le sue necessarie conseguenze. Il livello è più alto, è più facile perdere, ancora più facile è realizzare che la continuità a questo livello non ce la si porta da casa, ma la si acquisisce col tempo. Ne sanno qualcosa anche i grandissimi degli ultimi 15 anni di tennis.

Per rendersi conto del fatto che è del tutto insensato dare addosso a un diciottenne perché, come tutti i diciottenni, perde partite, basta andare a vedere alcuni dati relativi a Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray.

Federer, nel 1999, perse sei match di fila (e più in generale ebbe un’estate non proprio indimenticabile), quand’era vicino ai primi 100. I nomi erano di personaggi come l’armeno Sargis Sargsian, la gloria dello Zimbabwe Byron Black, il ceco Jiri Novak, tre che sull’erba (superficie del caso) ci sapevano fare assai, il marocchino Younes El Aynaoui (sulla terra di Gstaad, e anche qui si parla di uno che sul rosso metteva in difficoltà tantissimi), poi, in Coppa Davis, i belgi Christophe Van Garsse e Xavier Malisse. Lo svizzero doveva ancora compiere 18 anni.

Nadal, nel 2003, a 17 anni, dopo una scalata che lo portò fino alla top 50, a fine anno semplicemente calò, e sul veloce subì tre sconfitte in fila: a batterlo furono lo slovacco Dominik Hrbaty, una semifinale e tre quarti Slam, lo spagnolo Alex Corretja in una delle sue ultime partite (a Madrid) e Feliciano Lopez, che paradossalmente è anch’egli ancora in attività.

Djokovic, nel 2007 in cui esplose, a vent’anni, ebbe un crollo a fine stagione e, più che la sconfitta in semifinale a Madrid (che allora si giocava sul veloce), a far capire che il serbo non ne aveva più furono i match con il francese Fabrice Santoro, “Le Magicien“, l’uomo contro il quale Marat Safin ammetteva di non capirci niente, a Parigi-Bercy, e i tre all’allora Masters Cup (oggi ATP Finals) contro la combinazione spagnola e francese composta da David Ferrer, Richard Gasquet e Nadal, in questo ordine.

Murray, infine, nel 2003, vale a dire a 16 anni e ancora sostanzialmente da junior, perse quattro match in fila da pro ed ebbe una ulteriore simile striscia (di tre match) nel 2006, contro giocatori di tutto rispetto: l’americano James Blake, il francese Gael Monfils, il serbo Janko Tipsarevic. Quell’anno, peraltro, fece sostanzialmente conoscenza con la terra rossa e i suoi protagonisti, uno dei quali era il nostro Filippo Volandri, che lo sconfisse a Roma, rinviando di quasi un anno il primo match dello scozzese contro Nadal.

Questo per raccontare, semplicemente, che cos’è successo a giocatori la cui carriera è poi stata veramente grande. Strisce negative sono capitate anche a loro, possono capitare anche a Sinner. Il progetto di Jannik, però, non si basa su qualche risultato a inizio primo anno veramente da pro, ma su un progetto di più ampio respiro ideato con Riccardo Piatti. Ed è per questo che, fino a prova contraria, non c’è, ad oggi, alcun reale motivo per preoccuparsi.

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federico.rossini@oasport.it

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Foto: Valerio Origo

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