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La redenzione e la rivincita di Anthony Joshua: il riscatto del Campione del Mondo, tra potenza e intelligenza tattica



La redenzione, la rinascita, il grande ritorno, la rivincita estrema. Anthony Joshua si è ripreso “tutto quello che è suo”, giusto per citare una celeberrima serie televisiva, e si è laureato Campione del Mondo WBA, WBO, IBF, IBO dei pesi massimi. Il britannico era dato per finito sei mesi fa dopo la disastrosa notte di New York, da più parti erano arrivati i consigli di ritirarsi, di lasciare perdere, che la boxe non faceva per lui e che era solo un montato. Il 1° giugno aveva perso contro Andy Ruiz Jr., un signor nessuno che non sarebbe dovuto nemmeno salire sul ring del Madison Square Garden e che si era trovato lì come sostituto dello sfidante originario, quel Jarrell Mirrell risultato positivo a un controllo antidoping. Il colosso di Watford era capitolato al cospetto di un uomo venuto dal nulla che balzava agli occhi soprattutto per la sua mole mostruosa da oltre 120 kg e per un fisico ben lontano da quello di uno sportivo come conosciuto a livello iconografico.

Questa sera Anthony Joshua si è preso la sua rivincita e ha dimostrato di essere un pugile vero, dotato di una tecnica proverbiale, di una tattica sopraffina, di un’intelligenza sportiva molto elevata e di una potenza dei colpi davvero disarmante. Il Campione Olimpico di Londra 2012 ha tirato giù cinque-sei cannonate di pregevolissima fattura, dei pugni violentissimi e disarmanti che soltanto il Destroyer da 128,6 kg (questo il suo peso per il match di Diriyah) poteva incassare con disinvoltura senza cadere. Il 30enne sapeva che doveva sfruttare la sua agilità e la repentinità dei colpi, doveva girare attorno al suo avversario muovendosi tantissimo, accettando soltanto raramente il punto di incontro e colpendo la figura del rivale in svariate circostanza: jab perfetto, gancio destro dirompente, perfetta lettura di un incontro giocato più sull’astuzia e sull’intelligenza che sul corpo a corpo, quasi fosse una partita di scacchi.

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Anthony Joshua ha imparato dai suoi stessi errori e oggi ha vinto meritatamente, con ampio margine e con un verdetto unanime che non lascia alcun dubbio (118-110, 118-110, 119-109). La redenzione è completata, il gigante di Watford ha zittito il Destroyer e ha ribadito la sua caratura tecnica senza dimenticarsi che è riuscito a creare un’attesa spasmodica attorno a questo match come non si vedeva da tempo immemore. Il Campione del Mondo piace per come vince e per il suo stile, non sarà un personaggio “umano” come Ruiz ma è in grado di attirare l’attenzione e di colpire a suo modo. La rivincita è arrivata, la carriera è salva e ora c’è un grande sogno: la riunificazione delle cinture dei pesi massimi, la sfida contro lo statunitense Deontay Wilder che è il Campione del Mondo WBC (ma attenzione perché lo statunitense prima deve incrociare l’altro britannico Tyson Fury). Joshua non avrà la forza bruta del Bronze Bomber o l’eleganza pugilistica del Gipsy King ma è un signor atleta che si è ritagliato il suo posto nella storia. Soltanto una cosa: urge trovare un soprannome vero perché le semplici iniziali AJ non possono più bastare.

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Foto: Lapresse

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