Rugby, Mondiali 2019: Sudafrica e Inghilterra, cioè quando l’allenatore è decisivo (se può scegliere)

Si è conclusa sabato la Rugby World Cup 2019 che si è disputata in Giappone e la finale è stata vinta, meritatamente, dal Sudafrica sull’Inghilterra. Le due formazioni si sono dimostrate le più forti, hanno espresso alcuni dei migliori giocatori dell’intero torneo e, alla fine, in fondo sono arrivate due delle favorite della vigilia. Ma se, sicuramente, il successo degli Springboks porta le firme di campioni come Pieter-Steph du Toit (eletto miglior giocatore al mondo del 2019), Makazole Mapimpi o Cheslin Kolbe, il vero eroe nazionale è Rassie Erasmus, il tecnico che ha preso due anni fa una squadra allo sbando e l’ha trasformata in una macchina vincente.

Il tecnico, come hanno sottolineato anche i suoi giocatori, ha saputo parlare alla squadra come Allister Coetzee non sapeva fare, ha saputo dare le giuste motivazioni, convincere gli Springboks di credere nei propri mezzi e, tatticamente, ha rimesso il Sudafrica sulla carreggiata più tradizionale del suo rugby. Sfruttare al massimo una mischia dominante e fisica, utilizzo tattico del piede il più possibile e lanciare i trequarti in campo aperto nel momento giusto. Ma, soprattutto, Rassie Erasmus ha potuto gestire la squadra in base alle sue idee.

La vittoria del Sudafrica, infatti, nasce anche da una scelta voluta e imposta da Erasmus alla Federazione. Cioè quella di cancellare la regola di non convocare in nazionale i giocatori sotto contratto con club stranieri. La Saru, infatti, aveva imposto negli ultimi anni che solo i giocatori con più di 30 presenze in nazionale potevano venir convocati se giocavano all’estero. Un tentativo di trattenere i migliori elementi che, andando a giocare in Europa o in Giappone, avrebbero perso l’occasione di vestire la maglia degli Springboks. Una politica che, però, si è dimostrata perdente, come ha sottolineato prima dei Mondiali Erasmus, evidenziando come “un rugbista sudafricano guadagna di più con un contratto di due mesi in Giappone che partecipando ai Mondiali con gli Springboks” e, dunque, dovendo scegliere molti campioni preferivano dire addio alla nazionale.

Rassie Erasmus si è imposto in Federazione e ha cancellato questa regola, Non solo, perché dal 2020 i club europei che metteranno sotto contratto un giocatore sudafricano dovranno accettare di liberarli per 14 settimane l’anno per impegni internazionali. Una svolta che ha fatto sì che nel raduno pre-Mondiale gli “stranieri” fossero ben 10, con giocatori come Frans Steyn, Duane Vermeulen, Faf de Klerk e Cheslin Kolbe che hanno potuto dare il contributo decisivo alla vittoria sudafricana (gli ultimi due non avevano i famosi 30 caps, ndr.).

Ma anche Eddie Jones, ct dell’Inghilterra, ha potuto costruire una squadra capace di arrivare in finale proprio grazie alla carta bianca che la Federazione inglese gli ha dato quattro anni fa. Jones in questo quadriennio ha fatto scelte impopolari, si è scontrato con i massimi dirigenti britannici, ha imposto la sua filosofia rugbistica a 360°, sacrificando anche alcune stagioni pur di arrivare al top in vista dei Mondiali in Giappone. Una scelta che ha pagato, con l’Inghilterra che in quattro anni è passata dall’eliminazione nella fase a gironi alla finale mondiale. Perché questa Rugby World Cup ha dimostrato – per le scelte tattiche e la capacità motivazionale – come gli allenatori siano decisivi nelle vittorie (o nelle sconfitte). Ma ha anche dimostrato che perché un tecnico diventi decisivo deve avere le mani libere di fare le sue scelte, senza paletti politici e condizionarne le decisioni.

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Foto: Lapresse

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