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Letizia Paternoster, Samuele Manfredi e una lista infinita: senza tutele, in bici ormai si rischia la vita



Andare in bicicletta è ormai diventato un pericolo, montare in sella e pedalare in mezzo al traffico significa rischiare la vita. Quotidianamente, in qualsiasi momento della giornata, in qualsiasi condizione. Non dovrebbe essere così ma purtroppo lo è diventato e col passare del tempo la situazione sembra essere decisamente peggiorata, gli incidenti e purtroppo anche i decessi di ciclisti non sono più una spiacevole rarità ma sono diventati un’amara costante con cui bisogna fare i conti.

Oggi è toccato a Letizia Paternoster, il faro del ciclismo italiano femminile capace di primeggiare in pista (seconda nell’omnium agli ultimi Mondiali) e di togliersi diverse soddisfazioni su strada: l’azzurra si stava allenando nella zona di Arco di Trento (siamo sulle rive del Garda), stava affrontando una rotatoria quando all’improvviso è stata travolta da un’automobile. Fortunatamente nulla di preoccupante ma la frattura allo scafoide di una mano e una ferita al viso complicheranno la preparazione della 20enne per la prossima stagione in vista delle Olimpiadi di Tokyo.

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Pochi giorni fa era stato Alessandro De Marchi (professionista dal 2007, vincitore tra le altre cose di tre tappe alla Vuelta di Spagna) a lanciare un grido di allarme dopo che nei pressi della sua Buja (in provincia di Udine) aveva rischiato di essere travolto da un conducente molto spericolato proprio mentre si allenava. Purtroppo è andata peggio a Samuele Manfredi che lo scorso 10 dicembre venne travolto da un’autovettura nei pressi di Toirano mentre si stava allenando: il classe 2000 accusò un trauma cranico e rimase in ospedale per mesi, ora sta cercando di rimettersi in forma (deve ancora tornare a camminare) perché vuole tornare a gareggiare a tutti i costi.

Abbiamo citato i casi più recenti ma come non ricordare l’indimenticato Michele Scarponi, vincitore del Giro d’Italia 2011 che scomparse il 22 aprile 2017 dopo essere stato travolto da un furgone mentre si stava allenando sulle strade della sua Filottrano in vista dell’imminente Corsa Rosa. E ci siamo soffermati soltanto su figure di spicco del ciclismo, professionisti navigati conosciuti al grande pubblico ma ovviamente gli incidenti non riguardano soltanto loro, c’è una marea di semplici amatori che deve fare i conti con incidenti più o meno gravi e che purtroppo a volte non torna più a casa. I numeri parlano chiaro: ogni 32 ore sulle strade italiane muore un ciclista, secondo l’Istat gli incidenti mortali che coinvolgono ciclisti sono aumentati del 9,6% in un anno (ci stiamo riferendo a dati del 2017-2018). Nel 2017 ci sono stati 254 decessi su un totale di 17251 incidenti: non c’è bisogno di aggiungere altro.

Una vera e propria strage su cui bisogna riflettere perché non si può andare avanti così, non si può rischiare la vita perché si va in bicicletta. Poche piste ciclabili, automobilisti sempre più indisciplinati, pirati della strada incuranti dell’incolumità altrui e anche un codice della strada mai rispettato con pene troppo poco severe nei confronti di chi è al volante. Urge presto una soluzione perché non si può morire in questo modo.

 

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Foto: Lapresse

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