Formula 1
Kimi Antonelli come Valentino Rossi: quando il n.1 é sgradito. E non é solo scaramanzia…
Il numero 1 è il più ambito, il più ostentato, quello che il campione del mondo ha il diritto di portarsi addosso come una medaglia sulla carrozzeria. Eppure c’è chi lo rifiuta. Ci aveva pensato Valentino Rossi, tra i primi a incrinare il dogma: l’anno dopo il titolo, niente 1, restava il 46, che era già carta d’identità, firma, marchio. Lo ripeté Lewis Hamilton, fedele al suo 44 anche nelle stagioni del dominio assoluto. Poi la tradizione era tornata a farsi sentire, con Max Verstappen e Lando Norris, entrambi felici di esibire l’1 dopo l’incoronazione.
Adesso Kimi Antonelli rimette tutto in discussione. Il campione del mondo, a vent’anni o poco più, sceglie di restare il 12. Spiega, con un sorriso che non ha bisogno di sceneggiature, che il numero 1 porta male: ricordi poco felici nelle categorie minori, una di quelle superstizioni che in questo mondo, a ben vedere, sono un’arte antica. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. La scaramanzia è l’alibi più comodo, e forse il meno interessante.
C’è prima di tutto il cuore. Il 12 è il numero di Ayrton Senna, l’idolo, l’ispirazione, il mito che un ragazzo di Bologna ha eletto a bussola ben prima di sapere cosa significasse davvero vincere. Portarlo sulla macchina vuol dire tenersi vicino un’eredità, e forse accettarne il peso con leggerezza.
Poi c’è la testa, ed è la parte più sorprendente. Antonelli ha dato una spiegazione che sa di maturità precoce: tenere i piedi per terra. Sapere di essere campione del mondo, certo, ma correre come se non lo fosse, per conservare intatta la fame, la mentalità di chi deve ancora dimostrare tutto. L’1 sulla carrozzeria è un traguardo, il 12 è ancora una partenza. Un modo di dire a se stesso, prima che agli altri, che il titolo non è un punto d’arrivo ma un’altra griglia da conquistare.
E poi c’è il mestiere, perché di questo si tratta quando si parla di grandi. Il numero è una bandiera, e le bandiere si trasformano in brand. È la strada già battuta dal “Dottore“, il cui 46 è diventato un’industria dell’identità prima ancora che una cifra. Kimi sembra aver capito la lezione: un numero fisso, riconoscibile, riproducibile su un cappellino come su una tribuna. Il 12 non cambia, e proprio per questo si imprime. Ci mette del suo, in più, un carisma naturale, una solarità tutta italiana, una disponibilità verso il pubblico che non è mai di facciata. I tifosi si riconoscono in lui, e in quel numero.
Così il 12 smette di essere un semplice rifiuto dell’1 e diventa un passaggio di testimone. Quello che fu di Ayrton è oggi di Kimi, con un’eleganza che sa di destino e un pizzico di calcolo, come sempre quando il talento incontra l’intelligenza. Il campione, per restare tale, ha scelto di non sentirsi arrivato. E questa, più di qualsiasi superstizione, è già una dichiarazione di intenti.
