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Formula 1GP Messico

Antonelli, il rimpianto della Ferrari. Quel bambino rifiutato che oggi fa grande la Mercedes

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Kimi Antonelli
Kimi Antonelli / Lapresse

Ci sono porte che si chiudono senza fare rumore. E poi ci sono quelle che, molti anni dopo, producono un boato. Quella che la Ferrari lasciò socchiusa, anzi richiuse davanti a un bambino di undici anni, oggi ha il rumore di un Mondiale conquistato. Si chiama Kimi Antonelli, viene da Bologna, corre con la Mercedes. Ed è diventato l’uomo che Maranello avrebbe potuto accompagnare fino al vertice, ma che ha finito per consegnare, involontariamente, ai suoi rivali più acerrimi.

Le storie dello sport sono piene di incroci, coincidenze, appuntamenti mancati. Questa, però, ha qualcosa di più. Una di quelle sliding doors che il tempo trasforma in fotografie impietose: da una parte un ragazzino sui kart, dall’altra un destino che aspettava soltanto qualcuno disposto a riconoscerlo. Bisogna tornare al 2018. Kimi è poco più che un bambino, ma il talento ha già smesso di essere un sospetto. Lo notano gli osservatori della Ferrari Driver Academy. Massimo Rivola e Gian Carlo Minardi ne intuiscono le qualità. A Maranello, tuttavia, la porta non si apre.

Maurizio Arrivabene, allora al vertice della Gestione Sportiva, non dà il via libera all’operazione. Antonelli viene considerato troppo piccolo, troppo acerbo. La Ferrari, a quanto emerso, non dispone ancora di una struttura adeguata per seguire un talento così giovane. Una valutazione che, in quel momento, può persino sembrare prudenza. Nessuno pretende che un undicenne venga trattato come un pilota già pronto. Il problema è che certi diamanti non aspettano che qualcuno trovi il tempo di cercare gli attrezzi giusti.

A raccogliere ciò che Maranello lascia sul tavolo arriva Toto Wolff. L’uomo Mercedes riconosce nel ragazzo qualcosa che merita pazienza, risorse, soprattutto una visione. Lo accoglie nell’orbita della Stella, costruisce attorno a lui un percorso di crescita, lo accompagna attraverso le categorie giovanili, fino a farne un progetto di prima grandezza. Nel cammino c’è anche il passaggio attraverso l’accademia di Nico Rosberg, altro pezzo di un mosaico che Wolff sembra aver composto con largo anticipo.

Non è soltanto una scommessa. È un investimento, nel senso più concreto del termine. Il manager austriaco ha raccontato di un impegno economico superiore ai dieci milioni di euro, distribuito lungo nove anni di sviluppo. Una cifra che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione la dimensione dell’operazione. Perché il talento, da solo, non basta. Va coltivato, protetto, accompagnato. E soprattutto bisogna avere la pazienza di aspettare che arrivi il suo momento.

Quel momento, adesso, è arrivato. Antonelli è campione del mondo con la Mercedes. Un italiano sul tetto della Formula 1, ma con una tuta che non è rossa. Una di quelle immagini che fanno sorridere il Paese e, contemporaneamente, lasciano a Maranello un retrogusto difficile da mandare giù.

Il dettaglio più gustoso, se non fosse doloroso per il Cavallino, arriva quando la Ferrari torna a manifestare interesse per il bolognese. A quel punto Wolff non ha bisogno di alzare la voce. Gli basta una frase, pronunciata davanti ai media, che contiene sette anni di storia e una buona dose di sarcasmo: “Avrebbero dovuto pensarci sette anni fa“.

Fine della discussione. O forse soltanto l’inizio del rimpianto. Perché la questione non è stabilire se la Ferrari avrebbe potuto vincere con Antonelli. La Formula 1 non concede controfattuali, non assegna titoli a chi ha avuto un’intuizione tardiva. La questione è un’altra: riconoscere un talento significa anche assumersi il rischio di immaginare ciò che ancora non esiste. Mercedes lo ha fatto. Ha investito tempo, denaro, competenze e fiducia in un bambino che doveva ancora crescere. Ferrari, allora, ha scelto di aspettare.

Oggi il bambino è diventato campione. E la fotografia è crudele nella sua semplicità: Kimi sul podio più alto, la Mercedes a festeggiare, Maranello a guardare.

A volte il mercato dei piloti si decide con una firma. Altre volte con una porta che non si apre. Questa volta, alla Ferrari, è bastato un bambino considerato troppo piccolo. Il problema è che, nel frattempo, è cresciuto. E ha cominciato a vincere.

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