Formula 1GP Messico
Antonelli, il ragazzo che ha messo le ali. Campione del mondo a vent’anni, come Villeneuve e Hamilton
Ci sono record che resistono, aspettano, sembrano fatti apposta per scoraggiare chiunque abbia fretta. Poi arriva un ragazzo di vent’anni, si mette al volante di una Mercedes e li sposta un po’ più in là. Kimi Antonelli è campione del mondo di F1. L’Italia torna sul tetto del mondo, lui entra in un club dove non si entra per caso: quello dei piloti capaci di vincere il titolo alla seconda stagione nel Circus.
Non è una questione soltanto di velocità, che pure non gli manca. A vent’anni si può avere il piede pesante, meno scontato è avere la testa per reggere un campionato, con tutto quello che comporta: le domeniche storte, gli errori che diventano processi, le aspettative che pesano più di un motore. Il talento serve, naturalmente. Ma da solo non basta. Bisogna saper aspettare, capire quando attaccare e quando portare a casa il risultato. Antonelli, a quanto pare, ha imparato in fretta.
Prima di lui, nell’era moderna della Formula 1, soltanto due erano riusciti nell’impresa. Il primo fu Jacques Villeneuve, nel 1997. Canadese, figlio d’arte, arrivato in Formula 1 dopo aver vinto la 500 Miglia di Indianapolis e il campionato CART. Nel 1996 aveva già fatto capire di che pasta fosse, sfiorando il titolo al debutto. L’anno dopo se lo prese, con la Williams-Renault, al termine di una stagione che ebbe poco di tranquillo e molto di memorabile. Soprattutto per il duello con Michael Schumacher, concluso a Jerez con quel contatto destinato a restare nella storia, e non proprio tra le pagine più edificanti della sportività. Villeneuve diventò campione alla sua trentunesima partenza in un Gran Premio. Non male come apprendistato.
Poi toccò a Lewis Hamilton, nel 2008. Proprio l’uomo il cui sedile in Mercedes è passato ad Antonelli. Anche lui aveva mancato il bersaglio per un soffio al primo tentativo, nel 2007, quando il mondiale gli era sfuggito per un solo punto. La stagione successiva si rifece con la McLaren-Mercedes, al termine di un campionato che sembrava scritto da uno sceneggiatore con poca voglia di risparmiare emozioni. Interlagos, ultima gara, ultimo giro, ultima curva: il sorpasso su Timo Glock e il titolo strappato a Felipe Massa. In Brasile si festeggiava e si piangeva quasi nello stesso momento. La Formula 1, quando vuole, sa essere crudele e meravigliosa.
Adesso c’è Antonelli. Un italiano, un cognome che non ha bisogno di essere spiegato, un’età che invita a guardarlo ancora come un ragazzo. Ma il cronometro non fa sconti e il mondiale nemmeno. Ha vinto, e questo basta a cambiare la prospettiva. Non è più soltanto una promessa, una bella storia da raccontare in attesa della consacrazione. La consacrazione è arrivata.
Il paragone con Villeneuve e Hamilton è inevitabile, ma va maneggiato con cura. Le carriere non si somigliano per decreto e i campioni non si misurano soltanto dalla precocità. Antonelli ha però già fatto qualcosa che pochissimi, prima di lui, erano riusciti a fare: arrivare in Formula 1, imparare in fretta e prendersi il mondo quando ancora avrebbe tutto il diritto di essere considerato un apprendista.
A vent’anni, insomma, ha già finito il corso. Adesso comincia la parte più difficile: restare lassù.
