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Olimpiadi invernali, la combinata nordica ha avuto ciò che si meritava. Sacrosanta l’esclusione dai Giochi 2030

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Jens Luraas Oftebro
Jens Luraas Oftebro Lapresse

Alfine, la combinata nordica è stata esclusa dal programma dei Giochi olimpici. L’edizione del 2030 non comprenderà una disciplina che faceva parte della famiglia a Cinque cerchi sin dalla sua nascita, ossia dal 1924. Una storia ultrasecolare è giunta – almeno per il momento – al termine. Nessuna sorpresa. Già nel 2023 il Cio aveva esplicitato la propria posizione. “O la combinata nordica dimostra di essere degna delle Olimpiadi, oppure Milano Cortina 2026 sarà l’ultimo valzer” si era fatto intendere. Parola rispettata.

Nel quadriennio culminato con i Giochi italiani, la combinata nordica ha viceversa dimostrato l’esatto opposto, ovvero di non meritarsi le Olimpiadi. Soprattutto perché, messo all’angolo, il management della disciplina ha perseguito una politica perdente, sbagliando completamente tema. Si è cavalcata la necessità di raggiungere la parità sessuale, poiché era l’ultimo sport aperto solamente a uno dei due generi.

Mission accomplished, signori. Anzi, signore e signori. La parità sessuale nella combinata nordica è stata raggiunta. Niente Olimpiadi, né per i maschi, né per le femmine! L’argomentazione principale per perorare la propria causa dal 2023 in poi ha posto la combinata nordica nella condizione di non poter ribattere in alcun modo all’esclusione dal programma del 2030, poiché quella delle Alpi Francesi sarà la prima edizione 50/50 nelle quote dei due sessi.

Ci sarebbe stata una decina di modi per salvare la combinata nordica. Per esempio rendere i format di gara più allettanti, assicurarsi di avere un’organizzazione impeccabile, improntare la comunicazione sull’orgoglio e sulla propria storia. Al contrario, si sono rispolverati dalla soffitta format ormai superati, si sono vissute situazioni surreali in termini gestionali (i Mondiali di Trondheim 2025 quale non plus ultra) e per tre anni la comunicazione ha tenuto toni vittimistici. Il risultato l’abbiamo letto ieri.

“Le democrazie non si uccidono. Le democrazie muoiono da sole. Poi però si dà la colpa della loro morte a chi si prende la briga di seppellirne le spoglie” ebbe a dire Indro Montanelli. Per parafrasarlo, si può affermare che “gli sport non si uccidono. Gli sport muoiono da soli. Poi però si dà la colpa della loro morte a chi si prende la briga di seppellirne le spoglie”.

È esattamente quanto accaduto alla combinata nordica. Il Comitato Olimpico Internazionale passerà alla storia come il turpe monatto, ma in realtà in questo caso ha semplicemente effettuato un atto pietoso, scavando la fossa per riporre i resti di una disciplina ormai morta, ma non sepolta.

Sono già cominciati i piagnistei, le scene di chi non si capacita di come sia stato possibile tutto questo. Ebbene, signore e signori della combinata nordica, se cercate un colpevole per la vostra esclusione non dovete fare altro che porvi davanti a uno specchio. Nel giro di tre lustri, le nazioni veramente competitive sono passate da sette a tre. Finlandia, Francia, Stati Uniti e Giappone sono progressivamente scivolate indietro, generando una triade egemone, composta da Norvegia, Germania e Austria. Inoltre, i Paesi di seconda fascia, come potevano essere Italia, Cechia, Svizzera hanno visto scemare le proprie ambizioni.

Se, per ipotesi, questa triade fosse stata composta da Stati Uniti, Norvegia e Giappone, il Cio avrebbe potuto salvare la disciplina, poiché ci sarebbero stati tre continenti competitivi. Viceversa, se lo sport interessa davvero solamente tre Paesi, due dei quali hanno una popolazione che messa assieme non raggiunge la metà di quella di una megalopoli asiatica, è comprensibile che chi ha uno sguardo globale lo consideri un ramo secco.

Nel frattempo, la combinata nordica ha perso ogni credibilità. Soprattutto nell’inverno 2025-26 si sono viste situazioni al limite del surreale, sia in pista che in termini di comunicazione. La versione femminile della disciplina venduta come “in grande crescita”, quando si faticava ad avere un campo partenti di 30 atlete, 10 delle quali di un livello talmente basso da risultare poco più che dilettanti. Gare interrotte a metà e risultati costruiti a tavolino utilizzando segmenti di salto disputati in giorni differenti rispetto a quelli di fondo. Artifizi atti ad avere risultati, senza badare alla coerenza degli stessi.

Quindi, la combinata nordica ha avuto ciò che si meritava. Questa è la realtà dei fatti. Non è però detto che l’esclusione sia definitiva. Un domani, magari, ci potrebbe essere spazio per rientrare. Cionondimeno, bisognerà cambiare completamente rotta e management. Agli atleti e alle atlete di questo sport, nobile ma palesemente decaduto si vuole dare un consiglio.

Le vostre proteste, non dovete indirizzarle verso il Cio. Dovete indirizzarle verso chi ha portato questa disciplina al collasso. Quando siete sulla griglia di partenza delle gare, non dovete alzare i bastoni e incrociare le braccia contro il comitato olimpico internazionale. Dovete farlo verso i dirigenti Fis che vi hanno portato a schiantarvi contro l’iceberg.

La Resurrezione, il ritorno della combinata nordica nel programma dei Giochi olimpici, quelli del 2034 o successivi, non è impossibile. Tuttavia, bisogna letteralmente ripartire da zero. Come? Tabula rasa del management, ripartenza da capo mettendo nelle posizioni chiave ex atleti ritiratisi da poco, magari quelli più illuminati e svegli. Da qui si può ricominciare. Se non si ha la forza e la lucidità di ribaltare questa situazione, allora è inutile parlare di tutti i passi successivi in termini pratici, ossia format di gara e comunicazione.

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