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Basket

Francesca Pan: “In NCAA ci trattavano da regine. La Nazionale è un brivido”

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Francesca Pan
Francesca Pan / LaPresse

Francesca Pan, classe 1997, da Bassano del Grappa, è ormai un caposaldo della Reyer Venezia. Cioè la squadra in cui è cresciuta, dov’è tornata dopo l’esperienza NCAA a Georgia Tech e che l’ha vista ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle rotazioni sia orogranata che della Nazionale. Questi e altri temi li esplora con lei Alice Liverani nel suo OA Focus sul canale YouTube di OA Sport.

Sull’avventura in NCAA: “E’ stato molto complicato. Io d’inglese non sapevo nulla, è stato difficile soprattutto nel primo periodo. Venire da una città come Bassano e arrivare in una metropoli come Atlanta non è stato semplice, però mi sono abituata e si è visto anche dal fatto che sono rimasta tutti e 4 gli anni. Lì ci sono tante cose, a partire dalle strutture e da com’è visto il basket negli States. Lì ci trattavano come regine, volavamo in un jet privato per le trasferte, sempre hotel a 5 stelle, si prendevano tanta cura di noi. E’ stata un’esperienza indimenticabile. La consiglio molto vivamente, specialmente ora che sono cambiate le regole e chi va a giocare prende tanti soldi. All’epoca non c’erano gli stipendi, ma l’avrei consigliata. Ora di più. In vacanza negli USA sono tornata tutte le estati. Per il post carriera ci sto facendo un pensiero, ma vedremo“.

Il futuro (lontano): “Sono pensieri buttati un po’ per aria, spero di giocare ancora il più possibile. Sto pensandoci perché lì ci sono tante opportunità e vorrei rimanere nel basket o nello sport, lì ci sono tante opportunità. Però davvero non lo so”. E su cos’è rimasto di Georgia Tech: “Tanto. Sono andata là senza aspettative, non sapevo quanto sarei rimasta, ma sono stata spinta da famiglia, genitori e amici a restare. Era un’opportunità che capitava una volta nella vita. Ero molto scettica: non c’erano così tante europee come ora negli USA. E non sapevo l’inglese. E dovevo andare al college. Ero preoccupata, ma mi hanno accolta a braccia aperte anche nell’imparare l’inglese. Poi direi che è andato tutto bene. Non potevo sperare di meglio. Ci sono stati difficoltà ed ostacoli nei 4 anni, ma sono riuscita a superarli e hanno creato la persona che sono oggi“.

Sul suo percorso: “Sono molto cresciuta e maturata, mi sento una giocatrice e soprattutto una persona diversa. E poi ho imparato l’inglese…

Le origini: “Mia mamma a 6 anni mi ha fatto fare ginnastica artistica. Sono durata un anno, poi subito abbiamo capito che non era proprio il mio sport. Mi ricordo ancora body rosa, calze bianche, un incubo. Dai 7 anni solo basket. Ovvio che da bambini si faceva due volte a settimana e giocavo a tutti gli sport. All’epoca non so se avrei voluto provare qualcosa di diverso. Oggi forse pallavolo, se ci ripenso. Ho provato calcio perché lo facevano i miei vicini di casa, maschietti, ma ero troppo alta. E poi il tennis, che mi piace un sacco. Mio papà da piccolo mi ha fatto fare delle lezioni, ma mi piaceva di più la pallacanestro e ci sono rimasta. Magari con gli amici potrei anche giocare a tennis, un paio di volte ci ho giocato perché una mia amica ha un campo vicino e quindi faccio un paio di palleggi, ma non è che sia molto forte. Ovviamente senza il pericolo di farsi male”.

Com’è arrivata Venezia: “All’inizio giocavo in una realtà molto piccola, ho iniziato con i maschietti e quando non ho più potuto sono passata al femminile e lì ho avuto difficoltà, non è stato semplice all’inizio. A Bassano eravamo in due, quindi hanno unito la società con quella del Carrè, che è una cittadina vicino Schio. Ho iniziato con loro e poi, a 14 anni, c’è stata la prima chiamata della Reyer, già allora tra le più importanti o la più importante a livello giovanili. E ho pensato ‘cavolo, sono abbastanza forte’. Da lì e dalle prime chiamate in Nazionale ho capito che avrei potuto fare del basket un lavoro e sarebbe stato un sogno: fare di professione ciò che ti piace e ti diverte è un privilegio“.

Una partita nell’anima: “Una è difficile, ma la prima che ricordo è quando abbiamo vinto lo scudetto in casa nella stagione 2020-2021, il primo nel primo anno in cui sono tornata. Era tutto perfetto. E poi anche quella con la Nazionale per il bronzo europeo di quest’estate, una medaglia e una partita storica. Ci ha permesso di andare alle qualificazioni Mondiali e poi andare in Germania“.

La maglia della Nazionale: “Fa sempre venire i brividi, è la maglia più bella da indossare perché stai rappresentando l’Italia nel mondo. E’ motivo di orgoglio, è sempre emozionante indossare la maglia azzurra”. E sulla qualificazione iridata: “A pensarci ho i brividi. E’ stato un percorso veramente lungo, venuto da delle delusioni precedenti, da due Europei deludenti. Conoscevamo il nostro potenziale, ma non riuscivamo a dimostrarlo. Finalmente l’estate scorsa ci siamo riuscite a dimostrarlo a tutti e finalmente sono arrivati risultati per la Nazionale e l’Italia. E ora siamo ai Mondiali dopo 32 anni, un’emozione indescrivibile. Sono contenta di far parte di questo gruppo che è diventato una famiglia, le giocatrici sono più o meno sempre le stesse da anni e abbiamo passato mesi e mesi durante l’estate, i raduni, ne abbiamo passate di tutti i colori. Finalmente sono arrivati i risultati e non potrei essere più contenta per noi, l’Italia, me, tutti. E per il movimento del basket femminile, era un momento in cui era nascosto, e questo ha dato luce al femminile e speriamo che da qui in avanti possa solo migliorare“.

Su come ci si prepara per i Mondiali: “Con tanto orgoglio e felicità, e zero pressioni. Andremo lì, ci divertiremo, faremo il possibile. Tanta voglia di lavorare e faticare, ma anche di divertirci  e fare bene. Che aiuta in campo a giocare meglio“.

Un pensiero su Giorgia Sottana: “Purtroppo si è ritirata, perché secondo me stava ancora dominando. Lei è stata ed è fortissima, un simbolo della pallacanestro italiana. Quando ero più piccola la vedevo come un idolo. Un ricordo che ho è in uno dei primi raduni che ho fatto a Treviso, e non sapevo cos’aspettarmi. In realtà si è comportata veramente benissimo, anzi mi ha aiutato un sacco negli allenamenti, fuori dal campo. Ed è una cosa che ho sempre apprezzato. Questo è un momento che non scorderò. Poi ci sono state tutte le partite da rivali. C’è sempre stato tanto rispetto tra noi, è stato un onore condividere il campo da avversarie e da compagne di squadra“.

Sulla finale scudetto: “Le gare con Schio sono sempre sentite e combattute, da qualche anno sono proprio belle da vedere. Entrambe le squadre ovviamente non vogliono perdere. Forse a noi è mancata un po’ di energia in gara-3, in gara-1 avevamo giocato una partita quasi perfetta, ma in gara-3 ci è mancato quel qualcosa in più che avevamo dato in gara-1. Qualche tiro è uscito, loro sono state fortissime, ma si sa che Schio ogni anno fa una squadra competitiva a livello europeo. Individualmente aveva delle giocatrici di livello puro e assoluto. Partire da 0-1 non è facile, loro sono state brave a recuperare e vincere. Ha vinto la squadra migliore quest’anno, loro sono state le migliori in campo“.

Come motivazione per l’annata 2026-2027: “C’è stato del rammarico, e anche della tristezza. Eravamo a un passo dal vincere. Questo ti carica e da energia per la stagione successiva, l’obiettivo è sempre lo scudetto. Perdere così, per il secondo anno poi, fa sempre più male. Ma da sempre più carica ed energia per l’anno successivo“.

Come si fa la leader: “Io sono capitana da qualche anno ormai. Non faccio niente di speciale, mi piace l’avere un ambiente sereno. Mi piace amalgamare la squadra, far sì che il gruppo stia bene, sia felice e questo è uno dei miei punti principali. Ma non sono di certo la persona che urla dietro le compagne, o fa i discorsi che caricano. Magari qualche parola qua e là, ma non sono quella leader rumorosa. Mi piace dare l’esempio fuori e dentro dal campo comportandomi bene, rispettando tutti e facendo sì che la squadra sia serena. Questo di solito è il mio obiettivo come capitana“. Leadership tecnica o emotiva: “Forse emotiva. Cerco sempre di creare un clima sereno in squadra, di essere più placata possibile“.

Francesca Pan fuori dal campo: “Una persona abbastanza estroversa, anche se a volte potrei sembrare timida. In realtà un po’ casinista. Mi piace divertirmi, stare in compagnia, fare aperitivi, andare al cinema, le cose semplici“.

Obiettivi: “Quello di vincere, ma lo è per tutti. E di fare una stagione con aspettative alte, la migliore possibile. E senza infortuni, perché quest’anno è andata veramente male a livello fisico. Ho giocato poco, mi aspetto una stagione più sana e con più gioie. Gli infortuni sono sfiga: mi sono rotta una mano cercando un pallone, poi mi sono lesionata un adduttore e anche lì male, poi in Nazionale mi sono fatta male allo sterno passando su un blocco. Infortuni molto strani ed è stato un anno di sfighe: spero l’anno prossimo sia un anno più sereno“.

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