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Chi è arrivato ultimo al Giro d’Italia 2026? Il ricordo della leggendaria maglia nera
Con la passerella finale di Roma si è chiusa l’edizione 2026 del Giro d’Italia, dominata da un protagonista assoluto: il danese Jonas Vingegaard. Il leader del Team Visma | Lease a Bike ha imposto la propria superiorità soprattutto sulle grandi salite della Corsa Rosa, costruendo il successo attraverso una serie di prestazioni decisive negli arrivi più impegnativi del percorso. Da Blockhaus a Corno alle Scale, passando per Pila, Carì e Piancavallo, il due volte vincitore del Tour de France ha lasciato il segno, scavando distacchi che hanno reso la classifica generale una questione senza storia.
I numeri fotografano con chiarezza l’entità del suo dominio. Alle sue spalle ha chiuso l’austriaco Felix Gall, staccato di 5 minuti e 22 secondi, mentre l’australiano Jai Hindley ha completato il podio con un ritardo di 6 minuti e 25 secondi. In una classifica finale fortemente segnata dalla superiorità del danese, trovano spazio anche due italiani nella top ten: Davide Piganzoli, ottavo a 10’52”, e Damiano Caruso, nono a 11’24”, ancora una volta protagonista di una prova di grande regolarità e resistenza.
Ma ogni Giro d’Italia racconta anche storie lontane dai riflettori della classifica generale. E una delle più affascinanti riguarda tradizionalmente l’ultimo corridore classificato. Nel 2026 questo ruolo è toccato a Matteo Malucelli, velocista della XDS Astana Team, che ha concluso la corsa al 151° posto, ultimo dei 151 atleti arrivati al traguardo finale, con un ritardo complessivo di 6 ore, 13 minuti e 45 secondi dal vincitore.
Per Malucelli, classe 1993, il Giro rappresentava soprattutto la realizzazione di un sogno inseguito per anni. Dopo aver temuto a lungo di non riuscire mai a partecipare alla corsa più importante del ciclismo italiano, il corridore romagnolo ha affrontato l’esperienza con entusiasmo e autoironia, raccontando quotidianamente il punto di vista delle retrovie e dei velocisti attraverso la rubrica “Il Giro Popolare”. Un racconto diverso rispetto a quello dei protagonisti della lotta per la maglia rosa, ma non meno significativo nel descrivere la complessità e la fatica della corsa.
La figura dell’ultimo classificato al Giro d’Italia richiama inevitabilmente uno dei capitoli più suggestivi della storia dello sport italiano: quello della Maglia Nera. Tra il 1946 e il 1951, infatti, gli organizzatori introdussero un riconoscimento ufficiale destinato all’ultimo corridore della classifica generale che fosse riuscito a completare la corsa entro i limiti di tempo previsti dal regolamento.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Maglia Nera non era considerata un simbolo di fallimento. Al contrario, incarnava valori profondamente radicati nell’Italia del secondo dopoguerra. Rappresentava innanzitutto la resilienza di chi, spesso isolato dal gruppo e provato da cadute, infortuni o sfinimento, riusciva comunque a portare a termine un’impresa durissima. Inoltre, garantiva una certa visibilità economica: l’ultimo classificato riceveva premi in denaro, generi alimentari e omaggi offerti da sponsor e realtà locali, un sostegno non trascurabile in un Paese ancora segnato dalle difficoltà della ricostruzione. Non di rado, infine, la Maglia Nera assicurava una notorietà persino superiore a quella di molti corridori di metà classifica, attirando l’attenzione dei giornali e del pubblico.
L’origine del colore nero risale a una figura curiosa e poco conosciuta della storia sportiva italiana: Giuseppe Ticozzelli. Nel 1926, il calciatore del Casale e già nazionale italiano decise di partecipare al Giro come corridore indipendente. Non appartenendo a una squadra ciclistica, si presentò al via indossando la maglia nera della propria formazione calcistica, impreziosita da una stella bianca sul petto. L’avventura si concluse dopo poche tappe, tra incidenti di percorso e soste decisamente poco professionali, ma quell’immagine rimase impressa nella memoria degli organizzatori, che vent’anni più tardi ne avrebbero tratto ispirazione.
Se esiste un nome che più di ogni altro identifica il mito della Maglia Nera, questo è quello di Luigi Malabrocca. Vincitore della speciale classifica nel 1946 e nel 1947, Malabrocca comprese presto che arrivare ultimo poteva garantire maggiore popolarità e migliori guadagni rispetto a un anonimo piazzamento nelle retrovie del gruppo.
La leggenda raggiunse il suo apice nel Giro del 1949, quando Malabrocca ingaggiò una surreale sfida con Sante Carollo. I due cercavano deliberatamente di perdere tempo durante le tappe: si nascondevano dietro i fienili, sostavano nei bar, simulavano guasti meccanici e inventavano ogni possibile stratagemma pur di accumulare ritardo. L’episodio più celebre avvenne nell’ultima frazione di quella corsa. Malabrocca si nascose all’interno di un silos nel tentativo di assicurarsi definitivamente la Maglia Nera, ma sbagliò i calcoli. Arrivò al traguardo così tardi che i cronometristi avevano già concluso le operazioni e gli venne assegnato lo stesso tempo del gruppo principale. Il riconoscimento finì così a Carollo, mentre Malabrocca si ritrovò beffato proprio dalla sua strategia.
L’eccessiva esasperazione di questa competizione parallela convinse gli organizzatori a intervenire. Nel 1952 la Maglia Nera venne abolita perché il rischio era quello di trasformare una delle gare più dure del calendario internazionale in una caricatura della competizione sportiva.
Nonostante la sua scomparsa ufficiale, il mito è rimasto vivo nell’immaginario collettivo. Ancora oggi l’espressione viene utilizzata per indicare l’ultimo classificato in qualsiasi graduatoria, ma nel ciclismo continua a evocare soprattutto il valore di chi non vince, di chi lotta lontano dalle telecamere e di chi porta a termine la corsa nonostante ogni difficoltà.
A testimoniare questo spirito restano numerose storie entrate nella memoria del Giro. Tra queste quella di Aldo Bini, che nel 1948 proseguì la corsa nonostante una frattura alla mano riportata nelle prime tappe, affrontando le montagne tra sofferenze enormi pur di raggiungere Milano entro il tempo massimo. Oppure quella di Giovanni Pinarello, ultimo vincitore della Maglia Nera nel 1951, destinato a costruire negli anni successivi una delle più importanti aziende del ciclismo mondiale, trasformando il proprio cognome in un marchio leggendario.
