Nuoto
Thomas Ceccon: “Non sono sereno, dopo l’Australia non avevo più voglia di nuotare. Essere vero è la mia caratteristica”
Thomas Ceccon torna a far parlare di sé in una lunga intervista rilasciata al podcast Sportiva-Mente, condotto dai compagni di nazionale Lorenzo Zazzeri e Matteo Restivo. Il campione olimpico si è raccontato senza filtri, ripercorrendo il proprio percorso di crescita personale e sportiva, soffermandosi sulle difficoltà affrontate dentro e fuori dalla vasca e sul peso che la vita da atleta comporta.
Le difficoltà scolastiche – “Ho frequentato prima una scuola pubblica e poi una privata, quando mi sono trasferito a Verona per allenarmi. Allenandomi al mattino facevo fatica a seguire le lezioni e i professori non mi aiutavano molto. Ho sempre cercato di tenere nascosta la mia carriera sportiva, ma era difficile. Studiavo la sera, dopo gli allenamenti. I ritmi erano pesanti, abitavo lontano dalla piscina ed è stato complicato conciliare tutto“.
Quanto conta avere due genitori sportivi – “I miei genitori hanno fatto tanti sacrifici, ma dal punto di vista sportivo difficilmente possono comprendere fino in fondo il mio percorso. Le loro esperienze sportive sono state funzionali a comprendere il valore del sacrificio. Fino ai 16 anni nuotavo soprattutto per il mio allenatore e per i miei genitori. Poi ho iniziato a farlo per ottenere risultati e per me stesso. Mio padre mi sprona più di mia madre, ma entrambi non mi hanno mai chiesto risultati“.
L’aiuto della Federazione nel percorso di crescita – “La Federazione mi ha aiutato soprattutto garantendomi gli spazi acqua. A 18 anni sono entrato nelle Fiamme Oro ed ero già in grado di gestirmi da solo. Già a 13 anni volevo diventare un nuotatore professionista, indipendentemente da quello che sarebbe successo. Oggi faccio fatica a vedere questa determinazione nei giovani: nessuno sembra disposto a dare davvero il 100% in questo sport. Se vuoi vincere un’Olimpiade devi concentrarti esclusivamente sul nuoto“.
Il desiderio di diventare professionista – “A 12 anni il mio allenatore mi chiese quale fosse il mio obiettivo e io risposi: vincere l’oro olimpico. Avevo già quell’idea in testa. Se non ci fossi riuscito a Parigi, ci avrei riprovato a Los Angeles e poi a Brisbane. Mi ero detto: ‘Non smetterò finché non realizzerò ciò che sognavo da bambino’. A 14 anni ho capito definitivamente di voler fare il professionista. Il nuoto mi piace tantissimo: quando mi alleno sono felice“.
Quando la passione è diventata ossessione – “Tra i 19 e i 20 anni il nuoto è diventato un’ossessione. Ho iniziato a studiare gli avversari e i loro tempi. La gara che ho rivisto più volte è la finale dei 200 stile libero di Michael Phelps a Olimpiadi di Pechino 2008: una delle più belle di sempre“.
La sua definizione di talento – “Ho una grande acquaticità perché sono stato allenato in questo modo. Sono sempre stato bravo a percepire e interpretare i tempi che facevo. A 16 anni riuscivo praticamente a fare ciò che volevo. Oggi, invece, senza un periodo adeguato di allenamento i risultati non arrivano“.
La schiettezza come tratto distintivo – “Sono fatto così: cerco sempre di dire le cose come stanno. Mi sono imposto di evitare certi atteggiamenti, ma essere autentico fa parte del mio carattere. Molte persone l’hanno capito e spesso mi fanno domande solo per ottenere titoli sui giornali. A me questo non interessa. I giornali fanno il loro lavoro, io non ho mai dato peso alle reazioni della gente“.
L’esperienza in Australia – “A 18 anni volevo vivere un’esperienza all’estero per imparare la lingua e capire le differenze rispetto all’Italia. Il mio allenatore è sempre stato d’accordo. Dopo Parigi avevo programmato di restare da gennaio ad agosto, ma alla fine sono rimasto quattro mesi per una serie di motivi. Non volevo restare in Italia a causa del caos mediatico che si era creato attorno a me. In Australia, complice il fuso orario, ero completamente fuori dal mondo. È stata un’esperienza molto positiva sotto tanti aspetti. Poi sono tornato e ho disputato i Mondiali. Mi ha colpito molto il modo in cui il gruppo si sosteneva durante gli allenamenti: prima di ogni serie si caricavano a vicenda, una cosa che non avevo mai vissuto. Allenarmi in maniera diversa mi è servito molto. Ora voglio restare a casa e prepararmi per l’Olimpiade. Dopo il periodo australiano non avevo più voglia di nuotare. In questo momento non sono sereno e sto cercando di ritrovare equilibrio“.
L’aspetto mentale – “Quattro anni fa mi sono affidato a uno psicologo e parlare con un esperto mi ha aiutato molto. Oggi mi confronto soprattutto con le persone di fiducia, come il mio allenatore. Potrei avere di nuovo bisogno di un supporto psicologico, ma per ora preferisco gestire tutto a modo mio. Se la situazione dovesse complicarsi, allora sarebbe diverso“.
Il rapporto con il suo allenatore – “Lui ha sempre saputo cosa avrei potuto diventare. Abbiamo costruito insieme un percorso molto ampio. Fino ai 18 anni gareggiavo su tutte le distanze: non abbiamo mai avuto fretta. Non ho mai pensato di separarmi da lui. Per il mio carattere è il miglior allenatore del mondo e potrei fare mille esempi per spiegarlo. È una persona genuina, competente e svolge il suo lavoro al massimo livello. Io ho bisogno di allenarmi accanto a qualcuno che stimo profondamente“.
Le Olimpiadi di Parigi – “In Francia dovevo andare per vincere e questo mi ha caricato di aspettative. L’oro di Nicolò Martinenghi mi ha reso felice e mi ha dato ulteriore motivazione. Sentivo di non poter fallire. È stato tutto molto più bello di quanto immaginassi: sul podio non sono riuscito a trattenere l’emozione. Purtroppo, però, dura pochissimo perché il giorno dopo c’è subito un’altra gara. Devi pensare sempre all’impegno successivo. Se a Los Angeles vorrò disputare più gare, dovrò imparare a resettare mentalmente dopo ogni prova: è una delle cose più difficili“.
Il suo mantra personale – “Non ho mai paura di dire quello che penso. Sono fatto così anche nella vita di tutti i giorni. Essere veri è la base di tutto“.
