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Matteo Berrettini si racconta: “Ho ritrovato il gusto della lotta. Rinderknech? Non temo il tifo contro”

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Matteo Berrettini
Matteo Berrettini / IPA Sport

Cinque anni dopo l’ultima apparizione al Roland Garros, Matteo Berrettini si è ripreso Parigi con una vittoria che vale molto più del semplice passaggio al secondo turno. Il romano, precipitato al numero 105 del ranking ATP dopo un lungo periodo segnato dagli infortuni, ha battuto in rimonta l’ungherese Marton Fucsovics, numero 65 del mondo, mostrando segnali incoraggianti sia sul piano tecnico sia su quello mentale.

Sul rosso parigino mancava dal 2021, anno della corsa fino ai quarti di finale interrotta da Novak Djokovic. Stavolta il ritorno è stato accompagnato da sensazioni diverse: meno aspettative, più consapevolezza. In condizioni climatiche quasi estive, ideali per il suo tennis aggressivo, Berrettini ha ritrovato il peso del servizio, 13 ace e sei palle break annullate su sette, ma soprattutto la capacità di restare dentro la partita nei momenti complicati.

In conferenza stampa il 30enne romano ha parlato soprattutto del percorso interiore affrontato negli ultimi anni, tra stop fisici, dubbi e la necessità di ricostruirsi ancora una volta. “Sono davvero felice di essere qui dopo il 2021, che era stata l’ultima volta che avevo giocato qui“, ha spiegato. “Non ho iniziato nella maniera giusta, ho dovuto trovare il giusto mindset. Tengo molto a questo torneo e a volte questo sport può essere brutale. Però penso di aver finito la partita meglio di come l’ho iniziata, ed è un buon segnale“.

Il passaggio chiave del match, secondo Matteo, è arrivato proprio dopo il primo set perso, quando ha smesso di combattere contro le sensazioni negative. “Nelle ultime settimane ho fatto i conti più con l’atteggiamento e con l’energia che con il fisico“, ha raccontato. “Nel primo set ero bloccato, statico, lento. Ho provato ad accettare il fatto che mi sentissi così e, invece di darmi addosso, mi sono detto che comunque ci stavo provando. Una volta trovata la quadra è stato tutto più semplice“.

Dietro questa vittoria c’è infatti un lavoro più profondo rispetto al semplice recupero atletico. Berrettini ha ammesso di aver convissuto a lungo con la frustrazione degli infortuni, ma anche di aver imparato a considerarli parte della propria identità sportiva. “Chi mi conosce da quando ero bambino sa che mi infortunavo già a 12 anni“, ha detto. “Se da una parte ho un grande servizio, dall’altra ho anche questo tipo di problema. Però ho una mente resiliente e lavoro sempre duro per tornare, perché mi piace competere“.

È una frase che sintetizza bene la fase della sua carriera: meno ossessione per il ranking e più attenzione alla qualità delle sensazioni in campo. “Per me oggi è più importante il modo in cui sto competendo che ciò per cui sto competendo“, ha spiegato parlando anche della possibile partecipazione a Wimbledon, dove potrebbe essere costretto a passare dalle qualificazioni. “Se devo giocarle, le giocherò. Questo è il tennis: a volte bisogna lavorare per riguadagnarsi la posizione“.

Il Matteo visto a Parigi sembra però aver ritrovato soprattutto il piacere della lotta. “Quando c’è una palla importante da salvare, una partita dura da vincere come oggi, quella sensazione è ciò che mi spinge ad andare avanti“, ha raccontato. “Mi sento me stesso quando competo“.

Dal punto di vista tecnico, il romano ha spiegato di sentirsi vicino al suo livello migliore, soprattutto grazie ai recenti aggiustamenti sul servizio. “La parte tennistica è quella in cui sento di dover aggiungere meno“, ha detto. “Negli ultimi anni la fatica è stata soprattutto fisica e mentale. Il livello, a sprazzi, l’ho sempre sentito. Nelle ultime settimane ho aggiustato un po’ i tempi del servizio e credo si vedano i frutti: mi sento molto meglio e faccio meno fatica anche fisicamente a servire“.

Il ritorno a Porte d’Auteuil aveva inevitabilmente anche un valore emotivo. Nelle ultime due presenze a Parigi era stato costretto al ritiro e questa volta il solo fatto di sentirsi bene fisicamente gli ha restituito serenità. “Mi sono detto: godiamoci questa partita, alla peggio la perdi e via“, ha confessato. “Sono molto felice di vedere che, anche se era un campo piccolo, c’era tanta gente e tanto tifo“.

Ora lo aspetta il francese Arthur Rinderknech, sostenuto dal pubblico di casa. Una situazione che Berrettini non teme, anzi. “Dopo aver vissuto il tennis senza pubblico durante il Covid, preferisco avere un po’ di tifo contro piuttosto che il silenzio“, ha detto sorridendo. “Sono le partite per cui facciamo tutti questi sacrifici“.

Nel finale della conferenza, il romano ha aperto anche una parentesi personale sul suo recente trentesimo compleanno, raccontando di aver chiesto agli amici di trasformare i regali in donazioni per l’associazione “Atleti al tuo fianco”, che sostiene pazienti oncologici. Un tema che lo tocca profondamente: “Ricevere lettere da ragazzi che grazie a questi aiuti riescono ad affrontare meglio certi momenti è una delle ragioni per cui, alla fine, gioco a tennis“.

Dichiarazioni da Vanni Gibertini

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