Tennis
Il solco creato da Jannik Sinner e la percezione stonata sul reale valore della concorrenza
La tentazione di ridurre tutto a uno slogan — “livello basso”, “epoca povera” — riaffiora puntuale ogni volta che Jannik Sinner vince con autorità. È accaduto anche dopo la finale di Madrid, chiusa in meno di un’ora contro Alexander Zverev, con una lettura tanto sbrigativa quanto ricorrente: partita a senso unico, dunque valore tecnico discutibile. Un riflesso quasi automatico, che merita però qualche distinguo.
Zverev, nel racconto post-partita, è stato dipinto come un comprimario occasionale. I numeri suggeriscono altro. Il tedesco ha costruito negli anni un bilancio tutt’altro che marginale contro l’élite: tre vittorie su sette contro Roger Federer, quattro su undici contro Rafael Nadal, cinque su quattordici contro Novak Djokovic. E nel confronto generazionale più recente, sei successi in tredici partite contro Carlos Alcaraz. Da ricordare, inoltre, le affermazioni nelle ATP Finals (2), alle Olimpiadi di Tokyo (oro) e nei Masters1000 (7). Dati che mal si conciliano con l’immagine di un avversario “di passaggio” e che, semmai, rafforzano la portata della prestazione di chi lo ha battuto con tale nettezza.
Il punto, allora, si sposta: non è tanto la qualità del tennis a essere improvvisamente evaporata, quanto la distanza che alcuni interpreti riescono a creare. Una dinamica che il tennis ha già conosciuto. Tra il 2005 e il 2007, gli anni d’avvio della rivalità tra Federer e Nadal, undici finali Slam su dodici hanno visto almeno uno dei due protagonisti; nei Masters 1000, 19 su 27 finali hanno avuto la loro presenza. Un dominio che oggi viene ricordato come l’età dell’oro dell’equilibrio competitivo, ma che nei fatti presentava gerarchie altrettanto marcate.
Anche l’attualità racconta qualcosa di simile: tra il 2024 e il 2026, tutte le finali Slam hanno visto almeno uno tra Sinner e Alcaraz, con tre scontri diretti all’atto conclusivo; nei Masters 1000 la loro presenza in finale supera il 60%. Numeri diversi, ma una logica riconoscibile: cicli di predominio che tendono a concentrare i riflettori su pochi protagonisti, comprimendo la percezione del resto del circuito.
C’è poi un elemento di prospettiva. Il periodo dei cosiddetti “Big Three” è una storia già conclusa, riletta e rifinita nel tempo in un ventennio: i giocatori di quel periodo — da Andy Murray a Stan Wawrinka, passando per Juan Martín del Potro — hanno acquisito, col senno di poi, un peso narrativo che durante il loro percorso era meno lineare, in considerazione poi della loro esplosione in una fase posteriore al triennio citato (2005-2007). L’epoca attuale, invece, è ancora in pieno svolgimento, e inevitabilmente appare più frammentata, meno “romanzata”.
In questo quadro, la vittoria di Madrid si presta a una lettura meno polemica e più aderente ai fatti: non è la prova di un tennis impoverito, ma di una superiorità netta espressa in quella specifica giornata. Attribuire il divario esclusivamente al presunto declino generale rischia di rovesciare la prospettiva. A volte, la spiegazione più semplice è anche la più solida: non è il livello ad abbassarsi, è qualcuno che lo alza — e lo fa in modo tale da rendere gli altri, temporaneamente, meno competitivi.
