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Il mondo dello sport piange la scomparsa di Alex Zanardi a 59 anni: la storia di un campione simbolo di resilienza e rinascita
“La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce, devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente“. Con queste parole, che negli anni sono diventate quasi un manifesto esistenziale, si può provare a raccontare la vita — e oggi la scomparsa — di Alex Zanardi, morto all’età di 59 anni. La notizia, confermata da fonti vicine alla famiglia e diffusa dalle principali testate nazionali, segna la fine di una delle storie più straordinarie dello sport contemporaneo.
Zanardi si è spento dopo un lungo e silenzioso percorso di riabilitazione, conseguenza del gravissimo incidente in handbike del 19 giugno 2020, avvenuto sulle strade della Toscana durante la staffetta “Obiettivo Tricolore”. Da quel giorno era iniziata un’altra battaglia, forse la più dura, combattuta lontano dai riflettori, tra ospedali, interventi chirurgici e un lento ritorno a casa, avvenuto nel Natale del 2021. Nella sua abitazione di Noventa Padovana, accanto alla moglie Daniela e al figlio Niccolò, aveva continuato a lottare con la stessa determinazione che aveva segnato tutta la sua esistenza.
La sua vita è stata divisa in capitoli netti, ma uniti da un filo comune: la capacità di rinascere. Nato a Bologna nel 1966, Zanardi aveva conquistato il mondo dei motori con talento e ostinazione. Dopo l’esperienza in F1 con scuderie come Jordan, Lotus e Williams, era negli Stati Uniti che aveva scritto alcune delle pagine più brillanti della sua carriera, vincendo due titoli consecutivi nella CART nel 1997 e nel 1998, diventando una leggenda dell’automobilismo internazionale.
Poi, nel 2001, il primo spartiacque: il terribile incidente al Lausitzring, in Germania. Un impatto devastante, la perdita di entrambe le gambe, la vita appesa a un filo. Eppure, anche lì, dove tutto sembrava finire, Zanardi aveva scelto di ricominciare. Non semplicemente sopravvivere, ma reinventarsi.
È nata così la sua “seconda vita” sportiva, forse ancora più straordinaria della prima. Con la handbike è diventato il simbolo mondiale del paraciclismo, conquistando quattro ori e due argenti paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, oltre a dodici titoli mondiali su strada. Non erano solo medaglie: erano la dimostrazione concreta che il limite può essere spostato, riscritto, superato.
Zanardi non ha mai raccontato la sua storia come un’eccezione, ma come una possibilità. La sua celebre “regola dei cinque secondi” — resistere ancora un attimo quando tutto sembra finito — è diventata un insegnamento che va oltre lo sport. Era il suo modo di dire che la differenza, spesso, sta proprio in quell’ultimo sforzo invisibile.
Anche dopo il secondo, drammatico incidente del 2020, il suo nome non ha mai smesso di rappresentare qualcosa di più grande di una carriera. Era diventato un simbolo universale di resilienza, un uomo capace di trasformare ogni caduta in un nuovo punto di partenza. La sua ironia, il suo sorriso, la sua capacità di guardare avanti anche nei momenti più bui hanno accompagnato milioni di persone ben oltre le piste e le competizioni.
Oggi, con la sua scomparsa, lo sport perde un campione, ma il mondo perde soprattutto un esempio raro di coraggio e umanità. Il vuoto che lascia non è fatto solo di risultati o trofei, ma di ciò che ha insegnato: che la vita, per quanto dura, può essere ancora scelta, ogni giorno, con determinazione. E forse è proprio lì, in quel gesto semplice e ostinato di “girare il cucchiaino”, che resta il senso più profondo della sua eredità. Non fermarsi. Mai.
