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Internazionali d'ItaliaTennis

Internazionali d’Italia 2026: Adriano Panatta l’ultimo vincitore azzurro nel torneo maschile. Tutti i precedenti

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Adriano Panatta
Adriano Panatta LaPresse Olycom

Sono passati ormai esattamente cinquant’anni dall’ultima volta che un italiano è riuscito a vincere gli Internazionali d’Italia nel singolare maschile. Quasi un’eternità, quella intercorsa rispetto a un 1976 che vide Adriano Panatta prendersi in un colpo solo Roma, Roland Garros e Coppa Davis (quella di allora, con una struttura profondamente diversa sia dall’attuale che da quella dell’epoca World Group). Cinquant’anni che ora in tanti sperano di veder finire, nella speranza che si chiuda un cerchio. Ma, intanto, vale la pena ripercorrere una scia di vincitori che, fino a quell’anno, s’era propagata dal 1930 in poi. Vale la pena rimarcare quella che è una doverosa annotazione: qui verrà trattato il solo singolare maschile, senza riferimenti ad altre questioni che pure ci sono state, e che sono e rimangono felici.

Gli Internazionali d’Italia nascono nel 1930, e nei primi sei anni ci sono quattro finali a tinte italiane. Proprio nel 1930 Uberto de Morpurgo, il grande pioniere del nostro tennis, venne travolto dal leggendario Bill Tilden, alla sua unica vittoria capitolina. E così il primo tricolore a vincere fu Emanuele Sertorio nel 1933. Torinese, capace di vincere anche i Campionati italiani (ai tempi di altissimo valore tecnico), finiva spesso un passo indietro rispetto a de Morpurgo o a Giorgio De Stefani, o anche a Giovanni Palmieri, ma in quell’occasione la luce la ebbe lui, battendo in finale il francese André-Martin Legeay (che il picco l’avrebbe avuto nel 1935 e 1936) in tre set.

Parlando di Palmieri e De Stefani, furono loro a disputare la finale del 1934 con successo proprio del nativo di Roma in tre parziali. Fu lui a conquistare l’ultima edizione milanese. Già, perché dal 1930 al 1934 gli Internazionali si disputarono al Tennis Club Milano, quello che poi sarebbe diventato noto per l’intitolazione ad Alberto Bonacossa e non solo. Dal 1935 ci si trasferì in quello che oggi è il Foro Italico, costruito tre anni prima con il nome di Foro Mussolini e ribattezzato con l’attuale nome, per evidenti ragioni, nell’agosto del 1943. Tornando al tennis, nel 1935 De Stefani ripeté l’approdo in finale, ma fu sconfitto dall’americano Wilmer Hines.

Dopo un lungo stop durato 13 anni (1936-1949) il tennis ritornò a Roma, con gli Internazionali di nuovo al via nel 1950. Del 1951 è la successiva occasione di un italiano in finale: Gianni Cucelli, che però fu sconfitto da Jaroslav Drobny, praghese, cecoslovacco, poi egiziano e alla fine della sua vita britannico, giocatore di hockey su ghiaccio da Hall of Fame e, in breve, personaggio fuori da ogni possibile breve descrizione. Nel 1955, invece, una finale durissima, selvaggia, gagliarda, intensa fu quella che coinvolse Fausto Gardini e Giuseppe “Beppe” Merlo, con il secondo vinto dai crampi quando era avanti. Il punteggio era di 1-6 6-1 3-6 6-6 a favore di Merlo, ma il trofeo lo vinse Gardini, con il meranese che già dal terzo set aveva i crampi, non mollò, le tentò tutte, ebbe uno, due, tre match point, poi crollò e si dovette ritirare mentre tra gli appassionati ci volle l’intervento della forza pubblica per evitare che la situazione, già incandescente, degenerasse. Negli anni di tutto (ma proprio tutto) quello che accadde hanno raccontato un po’ tutti, da Giorgio Bellani a Gianni Clerici, e poi lo stesso Nicola Pietrangeli.

Già, Pietrangeli. Lui entra in questa storia nel 1957, quando arriva per la pria volta in finale e la vince ancora contro Merlo, stavolta in un più normale 8-6 6-2 6-4. Avrebbe rivinto il torneo nel 1961. Con due particolarità. La prima: si giocava, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, non a Roma, ma a Torino, al Circolo della Stampa. La seconda: dall’altra parte della rete c’era Rod Laver, già allora tra i grandi protagonisti e poi due volte vincitore nel 1962 e 1971. Ma, quell’anno, il protagonista era Nicola. Beninteso: Pietrangeli dovette battere Roy Emerson per arrivare in finale, a Laver toccarono Merlo e Manolo Santana. Nell’ultimo atto il punteggio fu 6-8 6-1 6-1 6-2, con Pietrangeli che cambiò d’improvviso passo dopo il primo set ed entrò in una di quelle giornate nelle quali non ce n’era per nessuno. Un’ulteriore finale la raccolse, quasi a sorpresa, nel 1966, quando arrivò però la sconfitta in tre set contro Tony Roche, questa volta al Foro Italico.

E poi vennero gli Anni ’70. Anzi, soprattutto il 1976. Il tie-break aveva fatto irruzione nel tennis, fino ai quarti si giocava ai due set su tre e solo poi ai tre su cinque. Adriano Panatta, testa di serie numero 3, quasi ci rimise le penne (tennistiche) contro l’australiano Kim Warwick. Ormai c’è un’aura di leggenda dietro quel match, gli undici match point cancellati per vincere 3-6 6-4 7-6(8) e lo sforzo immenso profuso. Panatta, poi, batté Zugarelli e Franulovic prima di incrociare Harold Solomon, suo futuro avversario nella finale del Roland Garros. Quel giorno Solomon fu pure avanti, 2-6 5-7 4-5, in un match che di normale non aveva niente. Solo che il pubblico romano, quello che Bud Collins tanto amava nelle sue contraddizioni, su una palla contestata fece scoppiare, se non il finimondo, quantomeno parecchie proteste. Risultato: Solomon se ne andò, sparì alla vista e non si poté che dichiarare Panatta semifinalista. Eliminato velocemente John Newcombe (l’australiano ancora se la sapeva giocare con tutti e su ogni superficie a 32 anni), venne Guillermo Vilas, l’argentino che in quegli anni era il re del rosso. E Panatta batté anche lui, 2-6 7-6(5) 6-2 7-6(1), scatenando scene quasi da gioia e isteria collettiva. Non sapeva che era tutto appena iniziato.

In questo racconto abbiamo citato un nome: Tonino Zugarelli. Che ci riporta a Roma, nel 1977, perché fu lui a raggiungere la finale in quest’occasione. Lui, che giocava con una falange del pollice della mano destra in meno, batté Franulovic, Pecci e Phil Dent prima di arrivare in finale contro Vitas Gerulaitis, che troppo presto, nel 1994 e in un modo assurdo, ha lasciato questo mondo assieme a quel sorriso che tutti avevano imparato a conoscere. Zugarelli lottò in qualsiasi modo, ma dovette cedere 6-2 7-6(2) 3-6 7-6(5). E poi, nel 1978, venne la finale tra tutte le finali: Bjorn Borg contro Adriano Panatta. Un Panatta ritrovato, se è vero che quell’anno di problemi, dentro e fuori dal campo, ne aveva vissuti in discreta abbondanza. Lui era tra i pochi in grado di “smontare” completamente il gioco di Borg per via della tendenza offensiva. A un certo punto lo svedese vide volare un po’ troppe monetine attorno a sé o, peggio, sul proprio corpo. Minacciò che, alla successiva, se ne sarebbe andato. Non fu più toccato. Vinse 1-6 6-3 6-1 4-6 6-3.

Per tanto tempo, tantissimo, questa è rimasta l’ultima finale italiana. Questo fino a Jannik Sinner, che nel 2025, al rientro dai tre mesi di sospensione e anche contro un certo numero di pronostici data la particolarità della situazione, si è riuscito a portare fino all’ultimo atto. Solo che in quel frangente è intervenuto Carlos Alcaraz: lo spagnolo ha impedito quella che sarebbe stata una doppietta memorabile rispetto al giorno prima con Jasmine Paolini, una tripletta se pensiamo anche al fatto che la toscana quella stessa mattina aveva rivinto poi il torneo di doppio con Sara Errani. Tant’è: fu 7-6(5) 6-1 per il murciano. L’attesa continua.