Rugby
Rugby, Sei Nazioni 2026: la Scozia ai raggi X. L’outsider che non diventa mai regina
La sensazione, attorno alla Scozia che si presenta al Sei Nazioni 2026, è diversa rispetto agli anni in cui l’entusiasmo aveva superato i risultati. Il talento resta diffuso in quasi tutti i reparti, ma le prestazioni non hanno tenuto il passo e l’aria, da fiduciosa, si è fatta carica di dubbi. Per Gregor Townsend somiglia pericolosamente all’ultima chiamata: dopo stagioni di promesse e picchi isolati – su tutti le vittorie contro l’Inghilterra – i tifosi chiedono continuità e, soprattutto, di lottare davvero per qualcosa di più della Calcutta Cup.
Il 2025 ha riassunto pregi e limiti. Non un’annata disastrosa, ma l’ennesima sotto le aspettative, anche perché stavolta è mancato perfino il successo simbolo contro l’“Auld Enemy”: a Twickenham è arrivato un 16-15 per l’Inghilterra con Finn Russell impreciso dalla piazzola, tre trasformazioni lasciate per strada compresa quella finale. In autunno il crollo con l’Argentina – da 21-0 a cinque mete incassate nel finale – ha fatto rumore e attirato i fischi di Murrayfield. Segnali di una squadra che accende e si spegne, capace di battere chiunque sulla singola partita ma ancora fragile nei momenti chiave.
Il calendario 2026, sulla carta, offre un assist: Italia e Galles in due delle prime tre giornate sono tappe obbligate, con l’Inghilterra in mezzo in una sfida che negli ultimi anni ha spesso sorriso agli scozzesi. Tre vittorie sono il minimo sindacale per riaccendere l’ambiente, prima del crocevia casalingo con la Francia e della chiusura a Dublino contro un’Irlanda che ha vinto gli ultimi undici confronti diretti. È un percorso che può alimentare sogni, ma anche far deragliare tutto presto: se la Scozia dovesse inciampare due volte nelle prime tre uscite, la pressione su tecnico e gruppo diventerebbe rovente.
Tutto, come sempre, passa dalle mani e dalla testa di Finn Russell. Il numero 10 resta il metronomo e il detonatore del gioco, chiamato a innescare una mediana di centri tra le più elettriche del torneo con Sione Tuipulotu e Huw Jones, il duo “Huwipulotu”, qualità e potenza insieme. Davanti servono basi solide: Zander Fagerson è l’ancora della mischia, Scott Cummings il riferimento in seconda linea, mentre in terza linea l’emergente Freddy Douglas può diventare l’uomo-sorpresa per impatto sul punto d’incontro. La rosa è profonda – da Kinghorn a van der Merwe, da Ben White a Matt Fagerson – ma la vera sfida è mentale: trasformare un gruppo ricco di stelle in una squadra capace di reggere 80 minuti e cinque giornate. Altrimenti, il verdetto rischia di essere ancora lo stesso: bella, ma incompiuta.
