Coppa America di vela, la storia del trofeo più antico. L’Italia ricorda Azzurra e il Moro di Venezia

Sulla storia della Coppa America di vela sono state scritte migliaia di pagine. Ci sono molti libri, alcuni veramente approfonditi. Ma per capirne il fascino si può fare un buon riassunto. La Coppa America non è la più antica tra le competizioni sportive, per esempio la regata remiera Oxford-Cambridge è nata nel 1829, ma non aveva una coppa challenge, si contano anche corse di cavalli che avevano la loro bella coppa, ma non vengono più messe in palio.

Quella brocca d’argento realizzata nel 1851 dal gioielliere londinese Garrard in stile liberty per la regata dell’esposizione universale attorno all’isola di Wight, si chiamava Coppa delle Cento Ghinee.
Allora lo sport della vela era prerogativa dei paesi anglosassoni con i loro yacht club esclusivi. Anche i francesi amavano la vela, ma in modo meno elitario. Comunque il 22 agosto 1851 nella regata che mette in palio quella Coppa ci sono 15 barche inglesi e una americana, arrivata apposta per vincere. E’ una Goletta molto veloce che arriva prima con grande distacco, tanto che nacque la leggenda sulla famosa frase che il segnalatore di bordo dello yacht reale Victoria and Albert disse alla Regina Vittoria che chiese chi fosse secondo. La risposta sarebbe stata “Non c’è secondo Maestà”. Forse è un dialogo di fantasia, ma ha fatto la storia, perché da quando gli americani rimisero in palio la Coppa, chiamandola Coppa America, le regate sono sempre state con due barche. Quindi una vince e l’altra perde: in effetti non c’è secondo.

L’armatore della Goletta America John Cox Stevenson era uno dei fondatori del New York Yacht Club dove la coppa è rimasta fino al 1983. Lui e i suoi soci scrissero il Deed of Gift, l’atto di donazione, che stabiliva le poche regole per chi voleva provare a vincere. Regole che rendevano difficile il successo per gli sfidanti che fino a prima della Seconda Guerra Mondiale dovevano raggiungere il campo di regata sulla costa est degli Stati Uniti a vela. Così il Defender aveva sempre barche più leggere e performanti, progettate e costruite apposta.
Sui campi di regata, prima di New York e poi di Newport, si sono affacciati personaggi straordinari sia nel ruolo di Defender che in quello di Challenger. Sir Thomas Lipton, per esempio, sfidò cinque volte con i suoi Shamrock, ovviamente non vinse, ma conquistò il mercato americano con le sue bustine per il tè. Harold Vanderbilt, che costruì le più importanti reti ferroviarie negli Stati Uniti, fu l’armatore dei più belli tra i JClass, tutti naturalmente vincenti. Dal 1870 al 1937 ci furono 17 sfide: due canadesi, tutte le altre inglesi.

I J Class erano maestosi, lunghi quasi 30 metri con piano velico immenso, ma incredibilmente costosi. Dopo la Guerra era impossibile riproporli, così il New York Yacht Club scelse di utilizzare i più economici 12 Metri Stazza Internazionale che erano stati classe olimpica nel 1908, 1912 e 1920. Sempre una barca a formula che lasciava ampio spazio all’estro dei progettisti.
La Coppa riprese nel 1958 con una sfida australiana. I velisti del nuovo mondo sono stati protagonisti nel dopoguerra. Nel 1962 comparve a Newport, ospite sullo yacht di John Fitzgerald Kennedy, l’avvocato Agnelli, grande appassionato di vela. Voleva lanciare subito una sfida italiana, ma c’era già una fila di pretendenti.

Dal 1970 per mettere ordine tra gli sfidanti che aumentano nascono delle regate di selezione. Tra i più ostinati challenger il Barone Bich, non vincerà mai, anche perché si intestardiva a voler tenere il timone, ma portò le sue penne a sfera oltre oceano.
Come timoniere e skipper fece meglio Ted Turner difendendo la Coppa nel 1977. Ma gli australiani erano sempre più agguerriti e nel 1983 Australia 2 riuscì nel tentativo che sembrava impossibile battendo Liberty con al timone Dennis Conner 4 a 3. Dopo 132 anni crollava il mito dell’imbattibilità americana nel più prestigioso trofeo velico. Tutto grazie all’intraprendenza di un ricco magnate immobiliare e dell’editoria di Perth nel Western Australia, Alan Bond, che aveva trovato nel progettista Ben Lexcen il genio capace di disegnare la barca più veloce. Australia Due aveva una chiglia con due alette che migliorava il pescaggio, chiglia che rimase nascosta da pensanti teli fino al giorno della vittoria.

Nel 1983 arriva Azzurra, la prima sfida italiana grazie all’iniziativa di Agnelli e dell’Aga Khan che raccolgono un consorzio di aziende italiane. Comanda Cino Ricci, velista romagnolo di grande esperienza, al timone un giovane di Monfalcone, Mauro Pelaschier. La partecipazione è più che dignitosa e Azzurra si qualifica per le semifinali degli sfidanti che da quell’anno fino al 2017 vengono sponsorizzare da Louis Vuitton. Nasce infatti la Louis Vuitton Cup.
In un’ estate senza grandi eventi sportivi, che vive sull’orgoglio nazionale della vittoria nella Coppa del Mondo di calcio dell’anno prima, Azzurra diventa un punto di riferimento, grazie anche a un’abile operazione di marketing e comunicazione. Si aspettano le notizie sulla regata dall’ultimo tg della sera e la vela fa capolino nelle prime pagine dei giornali.

La Coppa America dunque vola in Australia, a Perth. Ci sono ben 6 barche americane che provano a lavare l’onta della sconfitta, due francesi, una canadese, una inglese e per la prima volta una neozelandese, che presenta un sorprendente scafo in vetroresina mentre tutti gli altri sono di alluminio. Azzurra, con lo Yacht Club Costa Smeralda, è Challenger of Record, rappresenta tutti gli sfidanti nell’organizzazione delle regate e nella stesura delle regole. C’è poi il Consorzio Italia che raggruppa aziende nell’orbita Montedison, ma che ha in Maurizio Gucci il trascinatore della sfida. Tommaso Chieffi, olimpionico nel 470 a Los Angeles 1984, 25 anni, è il più giovane timoniere della flotta. Purtroppo Azzurra dopo la bella figura del 1983 sprofonda tra cambi di equipaggio e progetti sbagliati: vince solo 4 regate su 34 e chiude al terzultimo posto. Più dignitosa la prestazione di Italia con 17 vittorie e 17 sconfitte, settima su 13. I neozelandesi, nella fase preliminare mettono a segno 33 successi e una sola sconfitta, nelle semifinali strapazzano i francesi 4 a 0, ma poi si fermano nella finale Louis Vuitton Cup dove vince Dennis Conner con Stars and Stripes: 4 a 1. Il robusto skipper americano celebrerà poi il suo trionfo contro il Defender Kookabarra con un inappellabile 4 a 0. La Coppa torna negli Stati Uniti, ma non più a New York: lo Yacht Club che ha sostenuto Conner è quello di San Diego in California.

Durante la Louis Vuitton Cup Conner si era spesso scontrato con i neozelandesi, aveva tentato di dimostrare che la barca in vetroresina fosse illegale. Il clima non è mai stato amichevole. Non stupì quindi che il finanziere neozelandese Michael Fay, uno squalo della City, con i suoi avvocati trovasse un cavillo nel Deed of Gift lanciando una sfida in cui la barca era decisa dallo sfidante: uno scafo di 90 piedi (27 metri) alla linea di galleggiamento, quaranta metri fuori tutto. Cominciò così un’eterna diatriba legale. Alla fine la corte suprema dello stato di New York, cui spetta l’ultima parola su tutto quello che riguarda il Deed of Gift, decise che americani e neozelandesi dovessero risolvere in mare la questione. Gli americani costruirono un catamarano di 18 metri con vela alare che gli permise di vincere agilmente. I neozelandesi continuarono la loro battaglia legale sostenendo che non si potesse schierare il catamarano. Una prima sentenza fu a loro favore e portarono la Coppa a Auckland, ma la sentenza definitiva decise che doveva restare a San Diego. Intanto un gruppo di progettisti, tra i più noti nello yacht design, studiarono una nuova barca, più moderna dei 12 metri oramai obsoleti.

Era nata l’ International Americas Cup Class. Per la Louis Vuitton Cup 1992 ci furono 8 sfidanti. Due australiani, un neozelandese, uno spagnolo, un francese, un giapponese e uno italiano: il Moro di Venezia. Raul Gardini, dopo aver vinto diversi campionati del mondo di vela, decise di lanciare la sfida usando la Montedison di cui aveva il controllo. Una sfida megagalattica, con varo sfarzoso a Venezia, cinque barche un budget illimitato fino a quando fu estromesso dal colosso della chimica che rimase come puro sponsor. Grazie alle dirette di Telemontecarlo la vela tornò argomento di discussione nei bar, lo skipper Paul Cayard un sex simbol. Il Moro vinse la Louis Vuitton Cup contro i neozelandesi, ma perse la Coppa 4 a 1 contro America Cube. Il sogno italiano di tornare a San Diegò fini con il suicidio di Gardini travolto da Mani Pulite.

Nel 1995 si presentano sette sfidanti, un giapponese, due australiani e poi francesi, spagnoli e due neozelandesi. Team New Zealand, guidato dalla leggenda della vela kiwi Sir Peter Blake con al timone Russel Coutts, riuscì nell’impresa di battere gli americani e di portare finalmente la Vecchia Brocca a Auckland grazie all’abilità dei velisti e non alle decisioni dei tribunali.
Si arriva quindi al 2000 e all’esordio di Luna Rossa. E’ Patrizio Bertelli, il marito di Miuccia Prada e amministratore delegato di Prada, a decidere di buttarsi nell’avventura. Ci sono ben 11 sfidanti, sei americani, uno giapponese, uno svizzero, uno francese, uno australiano, uno spagnolo e Luna Rossa. La barca italiana fa faville nella fase iniziale. La finale della Louis Vuitton Cup contro Paul Cayard al timone di America One è combattuta e spettacolare: le dirette tv in Italia un successo di audience. Francesco De Angelis al timone, sempre impassibile, riesce ad avere ragione del suo vecchio amico, già skipper del Moro. Luna Rossa porta per la seconda volta l’Italia al match di Coppa America, De Angelis è il primo timoniere non anglosassone in Coppa America. Purtroppo Black Magic è inesorabilmente più veloce e vince 5 a 0, Russel Coutts è il primo timoniere a vincere nove regate di coppa consecutive tra 1995 e 2000, ma già lo aspetta un ricco contratto in Svizzera.

La Coppa del 2003 infatti è segnata dall’ arrivo dell’imprenditore italo-svizzero Ernesto Bertarelli che praticamente compra il meglio del pacchetto neozelandese portandolo tra le Alpi. Si presentano 9 sfidanti: tre americani, un francese, un inglese, uno svedese, due italiani, con Luna Rossa affiancata da Mascalzone Latino, e gli svizzeri di Alinghi. Luna Rossa sbaglia il progetto delle barche, Mascalzone Latino fa la comparsa vincendo una sola delle sedici regate dei round robin. Alinghi è una spanna sopra tutti e stravince la Coppa 5 a 0 contro i neozelandesi.

Dopo 152 anni la vecchia Brocca torna in Europa, ma non si può correre sul lago di Ginevra, quindi Bertarelli sceglie la citta di Valencia in Spagna, facilmente raggiungibile da tutta Europa. Nel 2007 Valencia vive un momento magico. Ci sono 11 sfidanti, tre italiani con +39 che si aggiunge a Luna Rossa e Mascalzone Latino che finalmente riesce a mettere in campo un team competitivo. Tra gli esordienti, sudafricani e cinesi. Luna Rossa arriva brillante alla finale della Louis Vuitton Cup, ma perde ancora 5 a 0 contro Team New Zealand, che però viene superata 5 a 2 da Alinghi che conserva la Coppa.

Bertarelli sceglie di cambiare il tipo di barca, ma soprattutto di cambiare alcune regole scegliendo come Challenger of Record un neonato yacht club spagnolo che non avrebbe posto alcuna obiezione. Larry Allison, il fondatore di Oracle, uno degli uomini più ricchi del mondo, che nel frattempo aveva ingaggiato Russel Coutts fuoriuscito da Alinghi, decide di attaccare le scelte per via legale. Si ripete più o meno lo stesso copione del 1988. Nel febbraio 2010 il trimarano Oracle con vela alare batte il catamarano Alinghi e la Coppa vola a San Francisco. Russel Coutts vince la coppa per la quarta volta, ma con tre bandiere diverse, e decide che il futuro è dei catamarani.

Nel 2013 con i catamarani di 72 piedi (22 metri) e vela alare nella baia di San Francisco ci sono solo tre sfidanti. Gli svedesi di Artemis, Luna Rossa e Emirates team New Zealand. Tre barche lontane in prestazioni una dall’altra. I kiwi hanno trovato il modo di far volare il catamarano sui foil che lo sollevano dall’acqua come un aliscafo. Arrivano facilmente al match per la Coppa. Anche Oracle vola, ma non riesce a farlo navigando di bolina, contro vento. I neozelandesi dominano portandosi a un punto dalla vittoria. Sono sull’ 8 a 1 quando la regata definitiva viene sospesa perché il vento cala. Nel frattempo il team di Oracle capisce come condurre la barca per farla volare di bolina e mette in atto la più incredibile rimonta nella storia dello sport. Finisce 9 a 8 per il catamarano Stelle e Strisce.
Per il 2017 Oracle lascia San Francisco per Bermuda, approfittando delle ricche sovvenzioni del governo locale. Russel Coutts decide di ridimensionare le barche a 50 piedi (15 metri), sempre volanti.

Anche Luna Rossa lancia la sfida, ma poi si ritira per protesta proprio contro la scelta di cambiare le regole in corsa riducendo a 50 piedi i catamarani con una decisone in pratica unilaterale del defender. A Bermuda si presentano neozelandesi, inglesi, svedesi, giapponesi e francesi. Lo scenario del paradiso fiscale in mezzo all’Atlantico è magnifico. Le regate avvincenti, anche se le hanno perso l’interesse di un tempo complici prima le battaglie legali e i continui cambi di regolamento. Luna Rossa collabora con i neozelandesi con diverse soluzioni, compresa quella di mettere dei ciclisti a bordo per generare l’energia che serve per i circuiti idraulici: le gambe ne forniscono più delle braccia dei grinder. Emirates Team Wew Zealand vince la Coppa America 7 a 1 e il 26 giugno, quando taglia la linea di arrivo, trova Patrizio Bertelli e Agostino Randazzo, commodoro del Circolo Vela Sicilia, con la sfida. Dalla collaborazione tra i designer neozelandesi e italiani nascono i motoscafi volanti con cui si correranno la Prada Cup e l’America’s Cup 2021. Il resto è attualità.

Stefano Vegliani

Foto: Luna Rossa Press

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