Marcello Violi, rugby: “La mia giornata in quarantena. Zebre, non è tutto negativo. L’Italia si sta adattando a Smith”

Il mediano di mischia dell’Italrugby e delle Zebre Marcello Violi racconta in un’intervista esclusiva a OA Sport come sta vivendo questo periodo di stop dello sport a causa del Coronavirus. Dalle paure del momento agli allenamenti in casa, passando per gli obiettivi che uno sportivo deve comunque fissarsi anche in questo periodo particolare.

Marcello, prima domanda banale. Come stai e come è la tua giornata tipo in questo difficile periodo?

“Per adesso bene, dai. Sono anche fortunato che ho 20 metri di giardino, quindi posso correre e allenarmi un po’ senza stare chiuso in casa e ho preso anche un po’ di attrezzi per la parte ‘palestra’. Anche se di base siamo fermi, io cerco comunque di svegliarmi abbastanza presto per iniziare subito con una prima corsa, poi colazione e leggo un po’ di libri per non diventare più capra di quello che sono già. Poi mi alleno con il programma messo a punto dallo staff delle Zebre, mi cucino qualcosa. Qualcosa di semplice, eh, che non sono uno da Masterchef. Dopo pranzo leggo ancora, guardo tv o ascolto un po’ di musica. Poi mi invento una seduta di palestra per quello che è possibile fare in casa, poi serie tv, cena e dormire”.

Come vivi questa situazione di quarantena forzata e la paura del contagio?

“Io sono una persona che in generale soffre un po’ queste situazioni, mi faccio prendere un po’ dall’ansia, ma fortunatamente vivo solo, non ho grandi contatti. Ho anche la fortuna che mio zio ha un negozio di frutta e verdura, dove lavora anche mia mamma e mi faccio portare la spesa a casa. Se penso, però, a come vivono e lavorano i medici o gli infermieri oggi, con turni di 12 o più ore, tra chi ha il Covid-19, non posso certo lamentarmi. Anzi”.

Gli infortuni dell’ultimo anno ti hanno tolto la chance di giocare i Mondiali e non ti hanno dato un ruolo da protagonista nel Sei Nazioni. Questa sosta per un atleta che arriva da un lungo infortunio può essere un aiuto – per recuperare con calma – o è un nuovo stop che ti rallenta, visto che non puoi mettere minuti di gioco nelle gambe?

“Sì, negli ultimi due anni ho giocato veramente poco. Stavo tornando ad avere confidenza nell’ultimo periodo, ma poi è arrivato questo stop. Rispetto alla tua domanda la verità sta un po’ nel mezzo. Qualche incertezza sulla spalla l’avevo ancora, poi avevo preso una botta anche all’altra e avevo dei dolori al ginocchio, quindi non prenderci qualche botta per un po’ non è male. Avrei preferito comunque giocare, perché non giocare così a lungo non aiuta di certo a riprendere confidenza. A casa per fortuna ho 20 palloni, quindi alleno anche la parte tecnica e Paul (Griffen, ndr) mi manda dei video con esercizi da fare con la pallina da tennis. L’importante è che quando si potrà tornare in campo io mi faccia trovare pronto”.

Come detto, purtroppo proprio tornando dall’infortunio non hai potuto dare il tuo contributo in campo, ma facevi parte del gruppo per il Torneo. Come hai vissuto, e come avete vissuto come squadra, lo stop al Sei Nazioni e l’idea di giocare le ultime partite probabilmente in autunno?

“Per tutti è stato qualcosa che ci ha trovati impreparati. Non c’era ancora la sensazione che l’epidemia fosse così grave e che si fermasse tutto e con la testa eravamo già all’Inghilterra da un paio di settimane. Quando ci hanno detto che la partita sarebbe saltata, beh, la prima sensazione è stata di tristezza, perché sono mesi che aspetti solo il Sei Nazioni, mancavano due partite importanti, l’ultima in casa che era anche l’addio di Sergio dalla Nazionale. Però è giusto così, la sicurezza e la salute sono più importanti”.

In queste settimane ci sono state tante polemiche per i runner in strada, la volontà di molti di fare attività fisica comunque. Da atleta professionista come stai vivendo questo momento proprio da un punto di vista di preparazione fisica e allenamento? Come ci si allena senza avere “un obiettivo” davanti a sé?

“Non è facile, perché rischi di non avere le motivazioni, non hai la partita, non hai gli allenatori, non hai, come dici tu, un obiettivo certo. Ma anche qui esce la forza di volontà, la voglia di esserci, di farti trovare pronto, di essere un professionista. Sarebbe facile dormire fino a tardi, stare tutto il giorno sul divano, tanto non ti vede nessuno. Per mia fortuna mi piace allenarmi, quindi non mi pesa e poi è il mio lavoro e so che devo farlo. Però, come detto, ci si deve allenare a prescindere anche se non sai se si gioca quest’anno o la prossima stagione. E mi sento con gli altri ragazzi, facciamo spesso videochiamate, e tutti lo stiamo facendo. Allenarsi da solo non è facile”.

La stagione delle Zebre non è stata facile, con poche soddisfazioni. Un bilancio su quest’anno che è finito qui?

“Io ovviamente all’inizio non c’ero, così come mancavano i nazionali ai Mondiali e con tanti permit e giocatori nuovi non è mai facile. Da metà novembre sicuramente c’è stato un gran miglioramento, a partire dallo 0-3 con il Leinster. Gli irlandesi non hanno mai perso quest’anno e, forse, con noi è stata la partita dove hanno rischiato di più. Ma secondo me non è così negativo come anno, avessimo vinto con Leinster e il primo derby con Treviso, dove sono colpevole anche io, la stagione sarebbe stata un’altra. Soprattutto in difesa abbiamo fatto un grande passo in avanti e considero che sia una difesa da squadra top”.

Torniamo al Sei Nazioni. Come sono stati questi primi mesi sotto Franco Smith? Cosa è cambiato rispetto alla gestione O’Shea, qual è stata invece la continuità tra i due?

“Smith ha voluto proseguire il lavoro di Conor, ma portando ovviamente le sue idee. È molto preciso, quasi maniacale nel curare ogni minima parte del gioco. Il suo gioco è un po’ più fisico e anche gli allenamenti sono più tosti, un po’ diversi da prima, ma credo ci stessimo adattando di più in queste settimane, ma purtroppo non abbiamo avuto la possibilità di dimostrarlo in campo”.

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Foto: Nazzareno Marangon – LPS

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