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“Le scelte azzardate a volte pagano, ma in Italia si ha paura di rischiare” ‘Bersaglio Mobile’ con Renè Laurent Vuillermoz



I Mondiali di biathlon di Anterselva 2020 appartengono ormai al passato. In campo femminile la scena è stata dominata da Dorothea Wierer e Marte Røiseland-Olsbu. Fra gli uomini, Martin Fourcade e Johannes hanno superato le difficoltà (fossero esse previste o impreviste), timbrando comunque il cartellino e mettendosi al collo l’ennesimo oro iridato della loro carriera.
Andiamo dunque a discutere di quanto avvenuto nella XII puntata di “Bersaglio Mobile”, la rubrica di approfondimento e analisi legata al biathlon, tenuta in collaborazione con l’ex biathleta della nazionale italiana Renè Laurent Vuillermoz.

Renè, cominciamo dal settore femminile. Fra le donne Anterselva 2020 passerà alla storia come il Mondiale di Dorothea Wierer e Marte Røiseland-Olsbu, spartitesi equamente le medaglie d’oro. Quali sono i tuoi pensieri su di loro?
“È stato il Mondiale della piena maturità agonistica di due trentenni. Una predestinata, perché Dorothea a livello giovanile ha vinto tutto, l’altra, invece, ha saputo costruirsi nel corso del tempo grazie al duro lavoro, arrivando comunque nell’Olimpo della disciplina. C’è poco da aggiungere, hanno svettato rispetto a tutte le altre e non è un caso che abbiano vinto tutti e quattro gli ori”.

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Dietro al tandem del 1990, chi esce bene dalla manifestazione iridata?
“La Germania, in qualche modo, i metalli li porta sempre a casa. Non stanno certo vivendo il miglior momento della loro storia, ma comunque tutte le tedesche odierne sono arrivate al top della condizione, mettendosi al collo tre argenti in cinque gare. Discorso simile per le ceche, che bene o male sanno presentarsi con un buon livello all’appuntamento clou della stagione. Aggiungerei che Hanna Öberg ha lottato per il podio in ogni gara. Alla fine, ai Mondiali contano le medaglie e sono contento che sia riuscita a chiuderli con un bronzo dopo tante cocenti delusioni”.

Invece, chi torna a casa con le pive nel sacco da questa rassegna?
“Tiril Eckhoff e le francesi, che hanno fatto quasi da comparsa”.

Non ci aggiungiamo anche Lisa Vittozzi?
“Solo parzialmente. Lisa è stata bravissima nelle prove a squadre e si è comportata bene nella sprint, mentre è completamente mancata nelle gare sulle quattro serie. L’aspetto più preoccupante è il tiro. Alla vera Lisa potresti mettere in mano una fionda e cinque sassi, ma lei sarebbe comunque capace di trovarti lo zero! Invece, soprattutto tra individuale e mass start, è incappata in dei passaggi a vuoto che non aveva mai avuto. Sicuramente il problema più grosso è a livello mentale, perché altrimenti non passi dalle stelle alle stalle in ventiquattro ore come successo tra staffetta e partenza in linea. Si capisce che non è tranquilla. Quindi, Lisa è un’atleta da ricostruire. Non da zero, perché con lei non si riparte da capo. Però va sostenuta e curata”.

Restiamo sull’Italia femminile. La formazione schierata in staffetta ha fatto parecchio discutere. Hai un’opinione in merito?
“No, non voglio dire niente. È stato scelto quest’ordine e non serve a nulla fare polemica. Resto dell’idea che ai Mondiali si dovrebbe rischiare un po’ di più e forse dare una possibilità a Nicole sarebbe stato meglio”.

Va bene, allora il sasso lo lancio io. Non sarebbe stato il caso di far disputare la sprint a Gontier anziché a Carrara, mettendo poi quest’ultima nella 15 km e, solo a quel punto, valutare come muoversi in ottica staffetta?
“Sicuramente la sprint era più adatta a Nicole che a Michela. Il problema è che nessuna delle due è da 15 km, perché né l’una né l’altra è una tiratrice. Sai, alla fine cadiamo sempre lì, il discorso è che la coperta è corta. Dico solo che io avrei preso maggiormente in considerazione Gontier, se non altro per crearmi un’alternativa”.

Infine, due parole su Federica Sanfilippo?
“Maluccio. Non ha corso al suo livello ed è un peccato, perché anche lei è al massimo della maturazione agonistica e dovrebbe raccogliere di più di quanto non stia facendo. Non sarà Dorothea Wierer, ma ha comunque il talento per esprimersi molto meglio di quanto ha fatto”.

Ci spostiamo sugli uomini. È stato un Mondiale esaltante, perché abbiamo assistito a gare molto incerte, alcune davvero splendide, nonché a duelli all’arma bianca. Quali sono i tuoi pensieri in merito?
“Bellissimo il dualismo Bø contro Fourcade. Però voglio darti una chiave di lettura diversa, nel senso che secondo me questi sono stati i Mondiali di un protagonista mancato. Parlo di Quentin Fillon Maillet, che a mio avviso è stato il più forte di tutti, ma alla fine gli è mancato qualcosa al tiro e lo ha pagato a caro prezzo, perché non è riuscito a conquistare medaglie d’oro. Certo, quando sei in pista contro Johannes e Martin, è dura vincere. D’altronde questi due sono spaziali e ad Anterselva l’hanno confermato per l’ennesima volta. Fourcade voleva a tutti i costi la 20 km, sapeva di avere qualcosa in meno sugli sci e quella era l’unica gara in cui poteva vincere con le sue forze. Quindi ci ha fatto una croce sopra e l’ha vinta. Certo, con un aiutino da parte di Bø, ma se vogliamo fa il pari con l’individuale delle Olimpiadi di PyeongChang, dove invece i ruoli furono opposti. Riguardo Johannes, vorrei sottolineare il modo in cui ha vinto la mass start, perché ha gestito la gara meravigliosamente. Ha evitato di strafare nei primi giri, come gli è sovente capitato durante questo Mondiale. Ha amministrato le energie al meglio, gestendo anche il poligono e mettendo la quinta marcia solo quando gli è servito. Applausi, vuol dire che ha assimilato qualcosa da Martin ed è maturato”.

Ci spostiamo sul movimento azzurro. Si sapeva che le medaglie sarebbero state difficili da conquistare, ma si chiude una rassegna iridata senza neppure un piazzamento nella top ten. Come valuti le prestazioni degli italiani?
“Hofer è un pilastro, ormai sono dieci anni che è sempre lì e porta avanti la squadra. La differenza con il passato è che adesso inizia a essere davvero obbligato a trovare lo zero per fare podio. Non c’è mai riuscito, ma è rimasto lì a giocarsela. Comunque bravo, perché ha fatto un bel Mondiale e meno male che c’è lui. Windisch è sulla falsariga dello scorso anno, quando però era riuscito a cogliere al volo l’attimo propizio e a fare il numero proprio a Östersund. Bravissimo, perché quella medaglia d’oro gli ha salvato la stagione. Però i jolly non si pescano sempre e ora è giunto il momento di capire come sia possibile che Dominik sia involuto in questo modo. Anche nel giro conclusivo, non è più quello di una volta. Sugli altri c’è poco da dire. Bormolini ha sempre fatto fatica nell’ultimo terzo di gara. Peccato, perché disputandolo allo stesso livello dei primi due potrebbe giocarsi piazzamenti nella top-fifteen. Su Cappellari voglio essere franco, non ha ancora il livello per correre in Coppa del Mondo. L’infortunio di Montello e il podio nella staffetta di Östersund gli hanno però consentito di guadagnarsi credito e un determinato status. Gli altri hanno avuto poche occasioni e non è semplice cercare di fare risultato sapendo di avere chance limitate. In questo senso, Chenal ha pagato una serie negativa nell’individuale, altrimenti avrebbe disputato una prova più che discreta. In generale, credo che in primavera ci si debba sedere a un tavolo e cercare di capire qual è il reale problema di tanti nostri atleti, che faticano a tenere il passo sugli sci di quelli delle altre nazioni nell’arco di tutta la gara, con la tendenza a calare con il passare dei chilometri. Vista la mole di lavoro che affrontano questi ragazzi durante l’estate, mi sembra strano ed inquietante non riuscire a tenere venti minuti di gara”.

Dai, chiudiamo con una chiosa finale. Qual è la summa di René sui Mondiali di Anterselva 2020?
“Alla fine le nazioni forti hanno tutte risposto presente. L’Italia ha confermato di avere i propri punti di forza in Dorothea e nella staffetta mista, però facciamo tanta fatica su tutto il resto. In ottica 2022 bisognerà lavorare bene con i giovani che stanno arrivando, perché a Pechino potranno già farsi valere. Inoltre è fondamentale recuperare Lisa il prima possibile, sia fisicamente che soprattutto mentalmente. Infine, vorrei far notare quanto avvenuto in Germania, ovvero il gran Mondiale di un riservista come Erik Lesser, che durante il primo weekend della manifestazione era a correre in Ibu Cup. Però lo staff tecnico lo ha promosso al volo e lui ha risposto presente, mettendosi al collo due medaglie. D’accordo, in prove a squadre, però in entrambi i casi ha fatto egregiamente il suo sporco lavoro. Lui ha dimostrato che le scelte azzardate a volte pagano e, secondo me, ogni tanto in Italia si ha paura di rischiare. La vita stessa è un rischio, quindi, quando è necessario, non bisogna avere timore di giocare d’azzardo”.

BERSAGLIO MOBILE – PUNTATE PRECEDENTI
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paone_francesco[at]yahoo.it

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Foto: La Presse

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