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Biathlon, “Santa” Dorothea Wierer da Anterselva salva il bilancio dell’Italia ai Mondiali 2020



I Mondiali di Anterselva 2020 si sono appena conclusi. La manifestazione iridata entrerà nella storia come quella della definitiva consacrazione di Dorothea Wierer, del record di medaglie di Marte Røiseland-Olsbu, della conferma dell’immensità della classe di Martin Fourcade e Johannes Bø, nonché dell’esplosione di Emilien Jacquelin. Terminate le dodici gare iridate, è giunto il momento di tracciare a caldo un bilancio relativo alla squadra azzurra.

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Per l’Italia, la manifestazione va in archivio con quattro medaglie, di cui due d’oro. Alla luce delle premesse della vigilia, si può affermare che il bottino in sé sia soddisfacente. Si sarebbe firmato con il sangue per riuscire a confermare il numero di titoli conquistati a Östersund 2019. Certo, manca un podio rispetto a un anno orsono, ma si sapeva che i cinque piazzamenti nella top-three dell’edizione svedese sarebbero stati difficilmente ripetibili. Pertanto, Anterselva 2020 passerà agli archivi come un’edizione in cui il movimento italiano si è tolto grandi soddisfazioni. Bilancio positivo, dunque? Ni. Tendente più al no che al sì. Non certo per volontà di fare i bastian contrari, bensì per onestà intellettuale. Sarebbe infatti un errore concentrarsi esclusivamente sulla punta dell’iceberg, facendosi ammaliare dai trionfi di Wierer. Anzi, Santa Dorothea da Rasun come dovrebbe essere ribattezzata d’ora in avanti.

Quanto fatto dalla ventinovenne altoatesina negli ultimi dieci giorni è sensazionale. Non solo perché in tutta la storia del biathlon nessun atleta, uomo o donna, aveva mai conquistato medaglie d’oro individuali in un grande appuntamento disputato sulle nevi dove è cresciuto agonisticamente, ma anche, e soprattutto, poiché la vedette del movimento azzurro è stata in grado di imporsi in maniera autoritaria, correndo da padrona nell’inseguimento e sapendo raddrizzare una situazione complicata nell’individuale. Insomma, i Mondiali 2020 hanno rappresentato la sublimazione di Dorothea, pienamente maturata e completamente realizzata agonisticamente.
Proprio per questa ragione, tutto il sistema biathlon italiano dovrebbe accendere un cero per ringraziare del rendimento della finanziera sudtirolese. Non fosse stato per lei, quindi per le imprese di una singola, il panorama sarebbe risultato desolante.

Per la verità, a parte Wierer, l’unico a essere rimasto davvero a galla è stato Lukas Hofer. Il trentenne di San Lorenzo di Sebato ha saputo esprimersi sui propri limiti, dimostrando di poter lottare per le medaglie nel caso fosse riuscito a tenere altissime le sue percentuali al poligono. Purtroppo ciò non si è verificato. Vuoi perché nel biathlon anche pochi millimetri possono fare la differenza tra bersaglio coperto ed errore, vuoi perché l’altoatesino sta vivendo una stagione difficile al tiro in piedi (la peggiore in termini di precisione da tempo immemore), verosimilmente causata dai problemi alla schiena che lo tormentano da mesi. Quantomeno Hofer ha mostrato una condizione atletica tale da permettergli di giocarsi le proprie carte, tirando fuori la prestazione migliore nella staffetta mista. Il discorso, viceversa, non vale per tanti altri.

Il Mondiale di Lisa Vittozzi è stato lo specchio della sua stagione, caratterizzata da qualche luce e da tante ombre. Indubbiamente il lancio della mista (coronato dalla medaglia d’argento) e quello della staffetta monosesso rappresentano performance positive, come non può essere denigrata la sesta piazza nella sprint. Cionondimeno nell’inseguimento, nell’individuale e nella mass start sono arrivate delle autentiche controprestazioni che dipingono il ritratto di un’atleta attualmente priva di stabilità e di fiducia, lontana parente di quella capace di indossare persino il pettorale giallo nel corso del passato inverno. Se la venticinquenne di scuola friulana ha quantomeno messo in mostra alcuni sprazzi di classe, Dominik Windisch è invece letteralmente imploso. Quantomeno ha saputo rispondere presente nella staffetta mista, ma durante il resto della manifestazione è risultato pressoché evanescente, tanto da poter prendere il via nella mass start (miglior gara del suo Mondiale) esclusivamente in virtù del fatto di essere campione in carica del format.

Sul resto del gruppo c’è poco da dire. Il rendimento di Federica Sanfilippo, Michela Carrara, Thomas Bormolini e Daniele Cappellari è risultato in linea con quello visto nelle settimane precedenti, senza che vi siano stati sussulti di alcun tipo. Piccola eccezione in positivo per Thierry Chenal che, seppur molto silenziosamente, è stato in grado di difendersi nell’unica occasione in cui è stato chiamato in causa.

Ricapitolando, dei nove elementi impegnati durante il Mondiale di casa dell’anno 2020, uno solo ha davvero brillato. D’accordo, lo ha fatto con l’intensità di una stella, ma proprio per questo bisogna rammentare il proverbio boemo che recita “sotto il candelabro, c’è il buio più grande”. La metafora è evidente: non bisogna farsi abbagliare dall’accecante luce emanata dai trionfi di Dorothea Wierer, perdendo di vista le difficoltà del resto del team.
Pertanto, cullarsi sugli allori conquistati dalla ventinovenne altoatesina sarebbe un errore. Piuttosto, sarebbe bene cogliere al volo l’occasione per effettuare una riflessione in merito al percorso di avvicinamento all’evento, con la serenità di poter evitare processi sommari, proprio in virtù delle quattro medaglie giunte. D’altronde, i quesiti sollevati dagli ultimi giorni sono almeno cinque. Non tanto sulla manifestazione in sé, quanto sul sentiero seguito negli ultimi mesi (se non addirittura anni).

1) Qual è la ragione dietro la brusca interruzione all’inesorabile crescita di Lisa Vittozzi, inopinatamente trasformatasi da pretendente alla Sfera di cristallo ad atleta che, oltre a faticare ad avvicinare le posizioni di vertice, è soggetta a inquietanti controprestazioni sinora sconosciute?
2) Com’è possibile che le varie Federica Sanfilippo, Nicole Gontier e Alexia Runggaldier, le quali pochi inverni orsono erano in grado di far breccia nella top-ten in Coppa del Mondo e addirittura di salire sul podio, siano tutte progressivamente regredite sino a presentarsi con una competitività scarsa o nulla a quello che avrebbe dovuto essere l’appuntamento clou della loro carriera, ovvero un Mondiale di casa nel momento della piena maturità agonistica?
3) Per quale motivo si è arrivati a un Mondiale in casa dovendo schierare, come ultima frazionista della staffetta, una ragazza dall’esperienza minima, ancora acerba sia al tiro che sugli sci e mai entrata in zona punti in Coppa del Mondo? [Corollario del quesito 2]
4) Perché Dominik Windisch, nonostante l’oro iridato di Östersund 2019, ha preso la decisione di non allenarsi con la squadra élite, preferendo preparare Anterselva 2020 seguito da un altro staff tecnico? E perché la sua competitività sugli sci stretti è scemata nell’ultimo biennio?
5) Possibile che, tra tutti i ragazzi nati negli anni ’90, non si intraveda all’orizzonte alcun biathleta altamente competitivo nel fondo?

Sono queste le domande che bisognerebbe porsi, serenamente, perché comunque Anterselva 2020 per l’Italia passerà alla storia come un Mondiale da due ori e quattro medaglie complessive.
Tuttavia, al di là del ricco bottino incamerato, Wierer non è eterna (difficilmente proseguirà dopo Pechino 2022). Colei che ha il potenziale per diventare la sua erede ha agonisticamente perso la trebisonda e va assolutamente recuperata. Soprattutto, al di là di questo obiettivo, bisogna capire come far rifiorire quel florido sottobosco dietro alle punte della squadra, venuto meno nel corso degli ultimi anni. Infatti, al momento, dietro ai big c’è il deserto e non è detto che in futuro possa esserci sempre “Santa Dorothea”, o chi per lei, a salvare baracca e burattini, nascondendo quelle problematiche emerse negli ultimi tempi alle spalle della “salvatrice della patria” e confermate dall’andamento della rassegna iridata di casa di quest’epoca.

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paone_francesco[at]yahoo.it

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Foto: LaPresse

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