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Scherma, fioretto femminile e un ricambio generazionale che prosegue a rilento. Incognite sul dopo Tokyo 2020



E’ una storia che si ripete: le giovani promettenti nel fioretto femminile italiano ci sono, dietro le ‘big’ ancora al top. Ma hanno bisogno di tempo, non tanto per maturare, perché quello lo sanno fare in fretta o comunque lo potrebbero fare in fretta, come racconta la storia. Semplicemente, per trovare spazio. E’ la condanna di un serbatoio che sarà magari meno numeroso di vent’anni fa (impossibile pensare di avere di nuovo, contemporaneamente, campionesse come Vaccaroni, Trillini, Vezzali, Bianchedi, Bortolozzi, Gandolfi, Zalaffi, tutte assieme), ma talenti li sa sfornare ancora.

Attualmente l’asse portante della squadra azzurra si forma su Arianna Errigo (classe 1988, impegnata anche nella sciabola), la ritrovata Elisa Di Francisca (classe 1982 e non è detto che smetterà dopo Tokyo 2020), Alice Volpi (classe 1992, nel pieno delle sue forze e forse non ancora arrivata al massimo livello) e, probabilmente, Martina Batini (classe ’89, atleta arrivata un po’ più tardi al top senza per la concorrenza di cui sopra, ora al rientro dalla maternità, ma dotata di classe e grinta da n.1). Questa potrebbe essere la formazione, di tutto rispetto, che andrà a contendere a Russia, Francia e Stati Uniti l’oro olimpico a squadre a Tokyo 2020, anche se un posto, immaginiamo, resta da assegnare (quello di Batini, a meno di cataclismi che non immaginiamo), e se lo contenderanno la stessa pisana con Erica Cipressa (che è classe ’96 e mostra ancora margini enormi di miglioramento), Francesca Palumbo, in grande ascesa lo scorso anno, senza dimenticare poi le giovanissime e vincenti a livello cadetti e senior Martina Favaretto (veneziana, guidata dal grande Mauro Numa) e Serena Rossini (anconetana, che tira però al prestigioso Club Scherma Jesi, purtroppo ora ferma fino a ottobre per un infortunio al ginocchio sinistro). In attesa di altre scoperte che possono sempre spuntare da un momento all’altro. I nomi su cui contare per ora sono questi.

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Il ricambio generazionale prosegue a rilento? C’è da preoccuparsi per il dopo Tokyo 2020? Non è detto. Chiaro che vorremmo vedere subito Rossini e Favaretto fare esperienza per poi essere in grado di esplodere in tutta la loro classe di qui a poco, ma la pazienza è veramente la virtù dei forti nel fioretto donne azzurro. Anche due fenomeni che non avremo mai più, come Giovanna Trillini e Valentina Vezzali non hanno mica dovuto ‘guardare’ due edizioni dei Giochi Olimpici da casa come riserve, quando già erano forti (la prima ,quelli di Seul 88, per la seconda è toccato a Barcellona ’92), data la concorrenza interna tremenda, composta dalle varie Zalaffi, Gandolfi, Vaccaroni, Bortolozzi, Bianchedi e via dicendo? Pure Elisa Di Francisca, Margherita Granbassi e Alice Volpi hanno dovuto attendere il loro momento in quanto ‘coperte’ da colleghe esperte e valide. E’ una situazione che non accenna a fermarsi. Certo, in questo preciso momento, l’Italia non è più padrona del fioretto mondiale a livello femminile, se guardiamo alle campionesse regnanti, sia olimpiche che iridate e pure a livello di squadra.

I punti chiave però sono probabilmente altri (visto che i nomi tutto sommato ci sono), principalmente due: recuperare al 100% Di Francisca (che pur con l’oro europeo e il bronzo iridato individuale 2019, per noi era ancora al 70%-80% della forma) e accadrà a breve perché sta lavorando veramente sodo; ritrovare in qualche modo la ‘vera’ Arianna Errigo, quella che si ‘mangiava’ le avversarie in pedana anche se, va detto, la muggireste dal podio non scende praticamente mai nei grandi eventi; portare al massimo livello, forse non ancora raggiunto come detto, Alice Volpi, che deve migliorare soprattutto il suo 14% di vittorie negli scontri diretti con Deriglazova (2 match vinti su 14 disputati, non la batte da quasi tre anni) e togliersi l’ultima ‘scimmia’ dalla spalla. Ma sono questioni comunque di ‘lana caprina’, perché il fioretto femminile italiano è vivo e vegeto pur avendo vinto leggermente meno nell’ultimo quadriennio olimpico. I conti veri si faranno in Giappone e soprattutto dopo Tokyo, quando comunque si potrà contare ancora su Volpi ed Errigo (minimo), mentre le citate Favaretto e Rossini cominceranno a mostrare il loro valore proprio nell’arco di tempo che separa Tokyo da Parigi 2024. Non c’è motivo di allarmarsi, senza però dimenticare ultime due considerazioni: al momento (e senza discussioni) la numero uno al mondo è e resta la russa Inna Deriglazova, donna da battere in Giappone fra nove mesi anche se le nostre hanno classe ed esperienza per ribaltare ogni pronostico; la concorrenza, soporifera per due lustri abbondanti (russe a parte), ha cominciato a risvegliarsi (con Francia, Germania, Corea del sud in primis) e sarà bene tenere d’occhio la 17enne plurimedagliata a livello jr. Yuka Ueno perché promette veramente bene e una rapidità di movimenti in pedana tale da poter mettere in difficoltà tutte le fiorettiste più forti. Ricordandosi, infine, che una Valentina Vezzali non può nascere a ogni generazione in casa Italia (e probabilmente non ne nascerà più una così).

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Foto: BIZZI

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