Ciclismo femminile: il Dream Team azzurro nell’era della Cannibale

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Dal 2007 ad oggi, l’Italia femminile è restata a secco di medaglie, nella prova in linea, solamente a Varese 2008: quattro ori e altrettanti bronzi lungo sette edizioni dei Mondiali costituiscono un bilancio straordinario.

Tanto più straordinario se si pensa che queste due generazioni azzurre (le “veterane” Guderzo, Bronzini e Cantele da un lato, le “giovani” capitanate da Longo Borghini e Ratto dall’altro) hanno la sventura di essere nel pieno dell’impero di Marianne Vos. E’ sempre difficile fare paragoni tra sportivi di epoche diverse e, ancor più, di discipline diverse, tuttavia è altrettanto complicato trovare un termine di confronto per questa ventiseienne olandese (il tempo è ancora dalla sua parte) che finora può vantare in bacheca otto medaglie iridate su strada (tre ori e cinque argenti), due ori su pista, sei nel ciclocross, due titoli olimpici, un’infinità di classiche, tappe e corse di ogni genere. No, non facciamo paragoni, appunto, perché un cannibalismo di tali dimensioni è già storia, è già mito. Inoltre, le compagne di squadra della Vos non sono certo di basso livello, come dimostrato anche sabato: più in generale, l’Olanda è storicamente la seconda forza del ciclismo femminile con 26 medaglie iridate-prima è la Francia-, mentre l’Italia ne ha conquistate un totale di venti, di cui otto, appunto, negli ultimi sette anni.

L’Italia, appunto. L’Italia che è la squadra più forte, contro l’atleta più forte...forse di sempre. Ogni anno è il solito copione: si tenta di isolare la Vos, di staccarla in tutti i modi. A volte va bene, altre volte meno bene. Ma il podio c’è sempre, da quel podio non si scende. Quel podio è costruito col sudore di atlete ogni anno straordinarie, che sarebbero capitane in una qualunque altra nazionale, ma che quando vestono la maglia azzurra si parlano, lavorano insieme, si sacrificano l’una per l’altra. Non chiedete mai a Salvoldi chi è la capitana designata, perché sono tutte capitane e, se anche qualcuna non sta bene (come accaduto con la Guderzo sabato), altre non perdono l’attimo e si fanno trovare prontissime per finalizzare la grande opera azzurra.

E non sono solo le otto di Firenze, eh. Nonostante le grandissime difficoltà logistico-organizzative-economiche che il ciclismo femminile incontra quotidianamente tanto in Italia quanto all’estero, il movimento è florido e giovane. Perché se la Ratto è del 1993, la Cauz e la Zorzi del 1992, la Longo Borghini del 1991, la Scandolara del 1990, anche chi è rimasta a guardare ha età e risultati dalla propria parte. Come la campionessa d’Italia Dalia Muccioli, altra classe 1993 con un futuro da scalatrice, la pistard friulana Elena Cecchini (1992), la velocista bergamasca Barbara Guarischi (1990), la passista varesina Valentina Carretta (1989 come l’ex campionessa nazionale Giada Borgato), o le giovanissime che quest’anno hanno vissuto la prima avventura tra le élite, dalla Stricker alla Sanguineti, dalla Arzuffi alla Paladin.  Insomma, nei prossimi anni saremo sempre lì, sempre davanti, sempre a cercare di escludere la cannibale dal gioco mondiale.

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marco.regazzoni@olimpiazzurra.com

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