Silvano Barco: “Ammiro De Fabiani che vince ogni tanto ma non è un’impressionante macchina come Sundby”

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Ex fondista di spicco azzurro, capace nel 1988 di concludere al secondo posto la 50 km di Holmenkollen. Il secondo miglior risultato italiano dopo il successo di Pietro Piller Cottrer del 1997. Silvano Barco viene ricordato tuttavia per aver denunciato le pressioni subite per fare uso di eritropoietina (EPO) e il ruolo del centro di Ferrara nel trattamento di tanti atleti di vertice. Centro gestito da Francesco Conconi e protagonista di uno degli episodi più inquietanti dello sport italiano. A distanza di quasi 20 anni da quella vicenda, terminata nel 2004 con la prescrizione nei confronti degli imputati, Barco ha detto la sua su varie tematiche: dal pericolo doping che rimane ben presente, al talento di Francesco De Fabiani, per arrivare all’enorme gap che separa lo sci di fondo dal biathlon.

«Doping di Stato» meglio conosciuto come «processo Conconi». Cosa ti senti di dire dopo tutto questo tempo?

“Se da una parte non è stata fatta giustizia per via delle prescrizioni, per lo meno si è instaurata una coscienza dei fatti accaduti. In molti hanno capito che cosa veramente succedeva e può benissimo succedere ancora quando in primo piano vengono posti successo, prestigio, potere e politica. Purtroppo gli atleti sono l’anello più debole di tutta la questione: quelli che probabilmente non si doperebbero mai se dipendesse da loro. Devono subire pressioni che provengono da varie parti, le quali però ,quando succede un caso di positività, si tirano indietro e riescono sempre a farla franca”.

Senti ancora i tuoi vecchi compagni di nazionale?

“Si qualcuno di loro lo vedo e lo sento”.

«Il mio sangue l’ho prelevato e ributtato dentro. Ma quando si è arrivati all’Epo, ho detto di no». Nauseato dall’ambiente, hai deciso di abbandonare il fondo. Secondo te la situazione doping nel panorama internazionale è cambiata negli ultimi 15 anni?

“Ancora una volta la storia del doping forte si è ingrossata con prove schiaccianti. Questo insegna che anche dietro a calme apparenti ci sono ancora purtroppo quelle tracce profonde che il sistema doping ha scolpito. Quale disciplina e/o federazione che ha ottenuto medaglie successi, prestigio, onore e ricchezza è disposta a fare retromarcia e dire: siamo qui solo per il piacere di fare sport pulito? Quindi credo che allo stato attuale i controlli antidoping continuino ad essere poco efficaci e che le vie di fuga rimangano ancora molte”.

Lance Armstrong si è sempre difeso dicendo che tutti si dopavano e, pure senza doping, i valori degli atleti sarebbero rimasti inalterati. Condividi questa considerazione?

“Molto probabilmente senza un doping cosi asfissiante, mirato, morboso e articolato Armstrong non avrebbe vinto neanche la metà di quel che ha vinto; non esiste nessuna controprova che i valori sarebbero rimasti inalterati anche se il 99% era dopato”.  

La Finlandia, paese dove vivi, ci ha messo parecchi anni per risollevarsi dallo scandalo doping di inizio secolo. Come valuti il movimento finlandese?

“Credo che ancora tiri un po’ di aria di crisi, anche se non conosco nei dettagli la situazione. Più in generale penso che tale crisi colpisca un po’ tutti gli sport di resistenza. Devo ripetere il concetto: quale federazione o disciplina  dopo aver conquistato successi e medaglie col doping ha il coraggio di dire: da ora in poi meglio ultimi ma puliti? Ma i norvegesi quanti nasi fanno storcere? Anche qui a Lahti nel fine settimana la supremazia della Norvegia è stata imbarazzante, anche per l’appiattimento nell’ambiente.Tutti parlano coscienti dell’anomalia ben più marcata di DDR e URSS ma nessuno alza un dito o la voce”.

Federico Pellegrino e Francesco De Fabiani stanno ottenendo risultati strabilianti, rilanciando il fondo italiano dopo qualche anno buio. Sino a dove possono arrivare?

“Stanno dimostrando che sono già in grado di vincere! De Fabiani specialmente, da atleta forte ma umano, vince ogni tanto e sale sul podio, ma non è un’impressionante macchina da rullo che non ha mai cali come Sundby! E questo è molto ammirevole”. 

Il valdostano ad Holmenkollen è entrato nella ristretta cerchia degli azzurri capaci di centrare la top ten nella 50 km. Pensi che possa riuscire a fare meglio del tuo secondo posto del 1988?

“De Fabiani è uno splendido atleta che può senz’altro vincere anche la 50 km di Holmenkollen. Io venni sbattuto a fare la 50km spaventato dai vecchi che mi consigliavano di pensarci bene prima di iniziare il secondo giro (allora si facevano 2x25km). ‘Perché se prendi la cotta nessuno viene a prenderti nel bosco’ mi dicevano. Gli incoraggiamenti erano questi”. 

Fatta eccezione, il fondo è dominato dalla Norvegia, movimento di cui hai già fatto capire la tua opinione. Secondo te c’è la possibilità di avvicinare il biathlon, dove invece ci sono 30-40 atleti in grado di salire sul podio?

“Il gap tra fondo e biathlon cresce sempre di più! La differenza tra le due gestioni è evidente: molto più dinamica e manageriale quella dell’IBU, molto più politica, quasi reazionaria, quella del fondo. Questo, insieme alla componente ‘tiro’ che crea la suspense magica, attira naturalmente il pubblico! Sembra che la FIS se ne accorga ma non voglia cambiare”. 

Il biathlon italiano sta vivendo un momento magico, soprattutto in campo femminile. Tra gli azzurri chi ti entusiasma di più?

“A parte gli atleti, vedo il movimento molto più motivato e organizzato rispetto ad altri. Questo sport è in grado di attirare persone, interessi, numeri e soldi (sempre questi). Le biathlete italiane sfatano un po’ la teoria che dalla quantità esce la qualità; in Russia ci sono centinaia e centinaia di biathlete, in Italia si e no sono sette o otto, forse meno. Insieme alla ditta per cui lavoro REX ho conosciuto Dorothea Wierer, un’esperienza curiosa e sorprendente anche per me”. 

Che idea ti sei fatto di Alex Schwazer e della decisione di Sandro Donati di allenarlo?

“Donati ha umanamente capito il dramma di Schwazer, gli ha offerto un’ultima spiaggia tranquilla e sicura per continuare a marciare e vivere!  Sicuramente lo stare assieme gli permetterà di conoscere meglio il passato di Alex e le sue esperienze piu profonde! Certo io nel suo dramma non avrei esitato a svuotare il sacco totalmente e subito. Questione di carattere”.

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francesco.drago@oasport.it

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