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Leonardo Candi e la crescita dei giovani: “Se uno è forte, a 15 anni deve giocare tra i grandi”

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Leonardo Candi
Leonardo Candi / Ciamillo

Leonardo Candi è l’ospite della puntata di Focus, rubrica in onda sul canale YouTube di OA Sport. L’attuale playmaker della Reyer Venezia racconta i suoi inizi a partire dall’esperienza in Fortitudo, sottolinea la voglia di compiere un ulteriore salto di qualità e si proietta a quello che rappresenta il sogno di tutti gli atleti, l’orizzonte della maglia azzurra.

Sulle origini fortitudine: “Sì io sono fortitudino al 100% e come hai detto tu a Bologna c’è questa rivalità storica tra Fortitudo e Virtus. Quando nasci o sei fortitudino o sei virtussino. Io faccio parte di una famiglia di fortitudini per fortuna e sono fortitudino a tutti gli effetti”.

Sulla possibile chiamata della Virtus: “Questa è una domanda che mi fanno in tanti e spesso anche perché mi vogliono stuzzicare, però io rispondo sempre alla stessa maniera che mi dispiace, ma rifiuto e vado avanti”.

Sul debutto in prima squadra: “Io ero aggregato fin da giovanissimo alla prima squadra perché in quegli anni la Fortitudo stava vivendo un periodo non proprio bellissimo. Quello è stato il periodo della ripartenza, della rinascita e quindi io ero aggregato in prima squadra. Facevo parte delle giovanili e poi dopo ho avuto la possibilità di fare il salto di qualità grazie a Matteo Boniciolli che mi ha dato fiducia e mi ha fatto esordire a tutti gli effetti. Sono entrato a far parte in pianta stabile della prima squadra e ho giocato anche parecchio. È stato un bellissimo percorso che mi ha portato a essere qui alla Reyer”.

Sul rapporto con Boniciolli: “A Matteo devo tanto fin da quando è arrivato perché alla Fortitudo lui è arrivato in corsa. Fin da quando è arrivato m’ha subito messo all’interno delle rotazioni e m’ha concesso l’opportunità di farmi valere, poi dopo anch’io comunque sono stato bravo a guadagnarmi i miei minuti, il mio spazio in campo. A lui devo tantissimo e lo ringrazierò sempre per quello che ha fatto nei miei confronti”.

Sull’aver bruciato le tappe: “In Italia c’è sempre un po’ questa visione del giovane. Secondo me quando uno è forte anche se non ha l’età giusta per giocare, va fatto giocare nel senso che se uno a 15 anni merita già di giocare tra i grandi va fatto giocare. Purtroppo a mio avviso c’è un po’ questa paura di far giocare i ragazzi e io sono stato appunto fortunato perché ho avuto un allenatore che mi ha permesso di farlo e grazie a questo sono potuto migliorare tantissimo stando in mezzo ai più grandi e ho potuto appunto intraprendere il mio percorso e fare la mia carriera. Altri ragazzi purtroppo non hanno la mia stessa possibilità e credo che appunto bisognerebbe avere il coraggio e la capacità, perché non è semplice, di  far giocare questi ragazzi che magari possono meritare di giocare”.

Sull’utilità dell’esperienza all’estero da giovane: “Adesso i tempi sono anche un po’ cambiati rispetto a quando ero giovane io e ci sono magari possibilità diverse rispetto a quando io avevo sedici anni. Adesso un po’ il mondo della pallacanestro è cambiato e sicuramente fare un’esperienza all’estero può aprire la possibilità di crescere più rapidamente, di fare sicuramente un’esperienza unica. Credo che andare all’estero sia un qualcosa che ti fa accelerare il percorso di crescita perché ti responsabilizza sicuramente di più e per forza di cose ti tocca crescere più rapidamente. Secondo me è una possibilità che i giovani d’oggi possano prendere in considerazione alla grande”.

Sulla tentazione di un’esperienza all’estero: “Io sì, quando ero giovane e avevo sedici-diciassette anni ho avuto qualche proposta, però per me giocare alla Fortitudo era già il massimo. Non me la sono sentita in quel caso. Avevo tutti gli strumenti dov’ero per migliorare, per crescere, per fare bene e non ho sentito questa necessità, ma a un ragazzo che abbia la necessità di poter migliorare e la possibilità di farlo sono il primo che gli consiglia di andare”.

Sulla tentazione estera dopo la fine dell’esperienza in Fortitudo: “Ho avuto delle proposte dall’estero anche quando giocavo in A e purtroppo per vari motivi non si sono incastrate alcune cose, complice anche qualche mio infortunio e alla fine purtroppo non sono riuscito ad andare all’estero. Non  ho nessun rimpianto nel mio percorso di crescita e nella mia carriera e sono comunque soddisfatto e contento del percorso che sto facendo. Sono contento di essere qui a Venezia e in una società importantissima per cercare di fare sempre meglio”.

Sulla vittoria del miglior giocatore Under 22 di A2: “Sinceramente mi aveva fatto molto piacere ma non ci avevo dato molto peso, nel senso che ero contento di esserlo stato in quell’annata, però ero già focalizzato al futuro e a cercare di crescere sempre di più e a quello che sarebbe stato l’anno successivo. Quindi sì, mi ha fatto molto piacere, ma non è stato in quel momento che ho capito di poter diventare un giocatore di alto livello. È stato solamente un premio per il lavoro svolto in quell’annata e che m’ha spronato a lavorare ancora di più negli anni successivi”.

Il momento in cui capire il proprio valore: “Il susseguirsi delle stagioni m’ha rinforzato il mio pensiero di essere un giocatore di buon livello, ma allo stesso tempo confrontarmi con realtà di più alto livello e mettermi alla prova ogni giorno mi sbatte in faccia la realtà. Per rimanere a questo livello bisogna migliorarsi sempre, ogni giorno, perché quello che è successo ieri non conta più niente nel mondo dello sport. Conta solamente quello che si fa il giorno dopo e la partita dopo e bisogna sempre rimanere sul pezzo, migliorare e lavorare perché se smetti di farlo c’è qualcun altro che ti sorpassa”.

Sulla storica tripla nel 2017 contro Trieste: “Far parte della storia della Fortitudo mi fa un certo effetto e ne sono onorato e sono molto contento di ciò che abbiamo fatto alla Fortitudo. Un pizzico di rammarico per non aver raggiunto la promozione in Serie A c’è. In quel momento lì è stato un momento incredibile e lì per lì non mi ero reso conto veramente di cosa avevo fatto”.

Sulla valutazione dell’azione: “All’inizio ho avuto subito un occhio critico nei miei confronti, mi ricordo perché il coach aveva disegnato un’azione, ma non eravamo riusciti a metterla in pratica e quindi io essendo il playmaker ho detto sicuro Matteo mi dirà qualcosa e appena ci rivediamo, però dai, ne siamo usciti alla grande ed è stato un momento bellissimo. Poi mi ricordo veramente il boato del pubblico di tutto il PalaDozza quando ho fatto canestro, che è stato qualcosa di unico e che ancora adesso, mentre ne sto parlando, mi ricordo benissimo, è stata un’emozione unica. Quella era una partita importantissima, purtroppo dopo non è andata proprio come volevamo, però è stato un momento veramente bellissimo”.

Sull’attuazione degli schemi: “Quando il coach disegna qualcosa e in campo andiamo noi e lo mettiamo in pratica è comunque una soddisfazione sia per lui ma anche per noi. E recentemente magari adesso, senza entrare troppo nei particolari, magari qualche rimessa comunque che dà un buon canestro oppure qualche gioco a inizio della partita e qualche schema particolare che fai subito canestro e ti indirizza la partita nel miglior modo possibile. Questo ti permette di affrontare la partita con una carica ancora più importante, più tosta”.

Sul ruolo strategico del play: “Io negli anni ho provato a migliorarmi tanto e credo di essere riuscito comunque a ritagliarmi il ruolo non solo di playmaker, quindi di aver ampliato il mio arsenale, di poter ricoprire anche più ruoli e questo sicuramente mi ha dato più possibilità nella mia carriera ma le ha concesse anche agli stessi allenatori di potermi utilizzare all’interno del campo in maniera differente. Nel basket di oggi non ci sono ruoli predefiniti, si va sempre di più verso ruoli combo e questo riesce ad appianare un po’ quello che hai detto tu e quindi magari anche per un playmaker comunque avere la soddisfazione di fare qualche assist in meno e qualche canestro in più oppure viceversa. Durante le partite non c’è mai una cosa standard, non sono mai le stesse cose che fai. Io cerco sempre di fare quello che il coach mi chiede e di fare il massimo che posso fare in campo, poi quel che viene, viene. Io dò sempre il 100% sapendo che l’importante alla fine è il risultato di squadra e non delle mie statistiche. Poi quello che è il mio tabellino viene dopo, però io sono un giocatore che cerca sempre di mettere in primis la squadra e credo che in una grande squadra questo sia molto importante”.

Sulla difficoltà di adattare il proprio stile di gioco e la propria vita alle nuove esperienze: “Io sono fortunato perché questa è la mia decima stagione in Serie A e ho cambiato solamente tre squadre. Però ogni anno è sempre diverso rispetto all’anno precedente e anche personalmente si cresce, si cambia e le esigenze, le richieste sono diverse. Ad esempio, sono diventato papà l’anno scorso, la mia vita è cambiata e di conseguenza anche le mie esigenze e necessità al di fuori del campo sono cambiate. Non è mai facile, però sicuramente sono stato fortunato perché sono stato in tre società che hanno sempre accolto le mie richieste. Succedeva anche con la Fortitudo quando giocavo in Serie A2, quindi non posso lamentarmi assolutamente”.

Sul rinnovo di contratto e il sentirsi un uomo spogliatoio: “Mi fa molto piacere innanzitutto essere rimasto qui a Venezia, di aver continuato il mio rapporto con la Reyer perché sono arrivato in una società di altissimo livello. Sono molto contento di continuare a far parte della squadra e che nel comunicato ci sia stata questa cosa mi ha fatto ancora di più piacere perché comunque credo che soprattutto al giorno d’oggi creare un buon spogliatoio, un buon gruppo è di fondamentale importanza ancor prima di creare l’amalgama all’interno del campo di gioco. Io sono uno che cerca di curare questo aspetto e credo che si sia visto e quindi sono molto contento e bisogna continuare come stiamo facendo”.

Su un sogno nel cassetto da provare a costruire: “””””Un sogno che ho sempre avuto è quello di vincere l’Eurolega, quindi quello è un sogno che mi rimane sempre. L’anno scorso siamo andati a due partite da vincere lo scudetto, è un qualcosa che ci siamo andati vicino e quindi stiamo lavorando per cercare di poter ritornare a giocare le nostre possibilità per quello. Il tricolore è un sogno un po’ più concreto, anche perché l’Eurolega non la sto giocando, però il mio sogno principale è quello”.

Sulla possibilità e sul piacere di indossare la maglia azzurra: “Se farò parte del roster questo lo deciderà il coach, ma starà a me dimostrare in campo se merito di far parte oppure no. Bisogna continuare a lavorare, crescere ogni giorno per fare il massimo in campo. Sicuramente far parte della nazionale è sempre motivo di orgoglio, rappresentare il proprio paese è bellissimo, è magnifico e io ho fatto parte già della nazionale per tante finestre di qualificazioni, ma non sono mai riuscito a far parte di una competizione ufficiale, quindi un Europeo, un Mondiale o Olimpiadi. Sarebbe un qualcosa a cui terrei particolarmente e sto lavorando anche per cercare di poter riuscire a fare questa cosa. Quindi è ancora tutto in ballo e bisogna meritare, dimostrare sul campo e cercare poi di convincere il coach”.

Sul sogno olimpico: “Le Olimpiadi sono sempre le Olimpiadi, credo che sia la massima competizione per eccellenza.  Più delle Olimpiadi nello sport credo che non ci sia altro e di conseguenza anche in uno sport di squadra almeno a mio avviso come la pallacanestro è l’ambizione più grande. Io ho fatto parte della squadra della preparazione preolimpica e quando poi sono andati a farle a Tokyo nel 2021 però purtroppo sono stato tagliato verso la fine della preparazione quindi è stato un qualcosa che ho toccato con mano e un po’ di rammarico c’è stato, però come ho detto mi sono rimesso a lavorare per cercare di convincere il coach a convocarmi”.

Sui margini di miglioramento in ottica azzurra: “Un pizzico di esperienza in più mi sarebbe servita sicuramente. Se riguardo indietro magari il Leo di oggi forse qualcosa sarebbe riuscito a cambiare però sono cose che fanno parte del processo di crescita e quindi va bene così ecco e io cerco sempre di guardare avanti e di guardare il bicchiere mezzo pieno quindi bisogna sempre essere propositivi e mai negativi”.

Sugli obiettivi personali, di squadra e le aspettative future: “Gli obiettivi di squadra sono quelli, molto banalmente, di vincere più partite possibili, di fare il meglio in ogni partita. Noi giochiamo ogni tre giorni, ogni partita vogliam provare a vincere e poi dopo chiaramente mano a mano che la stagione andrà avanti saremo in grado di capire quali potrebbero essere realmente i nostri obiettivi. A oggi ti dico lavorare per creare la miglior amalgama possibile in campo e spogliatoio e poi appunto di cercare di vincere più partite possibili. L’anno scorso siamo andati a due partite dallo scudetto, diciamo che un po’ in testa questa cosa ci frulla. Personalmente vorrei tentare di migliorare, cercare di essere sempre una persona migliore prima di un giocatore migliore e  trasmettere il mio pensiero e cercare appunto di trasmettere ai miei compagni il mio spirito e diventare un giocatore migliore anche in campo. Questi sono i miei principali obiettivi e poi tutto il resto viene di conseguenza quindi sono convinto che se uno alla fine lavora tanto alla fine il lavoro ripaga sempre”.

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