Formula 1
Wolff e la scommessa su Antonelli: “Dieci milioni e più spesi per la sua carriera”. L’orgoglio del titolo in arrivo
Toto Wolff conta i giorni che separano Kimi Antonelli dal titolo mondiale. Salvo sorprese enormi, sarà a Città del Messico, domenica 1° novembre, e la Mercedes si prepara a incassare una scommessa che, un anno e mezzo fa, in pochi avrebbero firmato. Il Team Principal, alla Gazzetta dello Sport, rivendica il percorso del ventenne bolognese, ma ne sposta il merito sul collettivo: “Sono orgoglioso del percorso di Antonelli. Il merito però non è solo mio, ma di tutta la squadra e del reparto giovanile che lo ha scoperto quando aveva 11 anni e ha seguito la sua formazione“.
È una precisazione che pesa, perché smonta la lettura più comoda, quella del colpo di genio o del colpo di fortuna. Wolff insiste sulla costruzione, sul tempo, sul denaro: “Non è una cosa capitata così, dal niente. Questo talento, quello che vediamo, è il risultato di molti anni di sviluppo, molti anni di sacrifici, di integrazione nella squadra, di collaborazione con gli ingegneri, di dieci o più milioni di euro spesi per lo sviluppo della sua carriera, delle sue capacità, del suo carattere e dell’impegno che ci ha messo insieme al lavoro enorme dei suoi genitori“.
Dieci milioni, o più, sono una cifra considerevole per un programma giovanile, ma irrisoria se rapportata al valore di un titolo piloti e a quello di un campione di 20 anni, legato alla squadra e con un’intera carriera davanti. Un investimento di lungo periodo, nel quale la Mercedes ha scelto di crescere in casa il proprio pilota anziché acquistarlo sul mercato, assumendosi il rischio di bruciarlo.
Quel rischio era stato evidente nel 2025, quando l’esordio di Antonelli aveva attirato più dubbi che applausi. Il passaggio chiave è nelle parole di Wolff: “Ci sono state molte persone che l’anno scorso, dopo nove gare consecutive in cui Kimi non è andato a punti, dicevano che non avrebbe dovuto essere alla Mercedes. Persone che fanno parte di altre scuderie che dicevano che non avrebbe nemmeno dovuto essere in F1“.
Quella serie negativa, più che un verdetto, era il prezzo dell’apprendistato. Un ragazzo di 18 anni, chiamato a raccogliere l’eredità di Hamilton, aveva bisogno di tempo, e Wolff ha deciso di concederglielo mentre il paddock chiedeva prudenza, se non un passo indietro. Averlo protetto in quella fase ha reso possibile la maturazione vista quest’anno.
Se il titolo arriverà, sarà dunque una rivincita doppia. Per Antonelli, che ha smentito chi lo riteneva prematuro, e per Wolff, che ha difeso una scelta controcorrente fino a trasformarla in un successo. Con un’avvertenza: il successo vale anche come metodo. Dimostra che, in un campionato dominato dall’urgenza del risultato, la pazienza può ancora essere la strategia più redditizia.
