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Formula 1

Piola: “Ricordo Jochen Mass che piangeva: si sentiva responsabile per l’incidente di Gilles Villeneuve”

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Ci sono piloti che rimangono nella storia per le vittorie, altri per il talento e altri ancora per ciò che hanno lasciato nelle persone che li hanno conosciuti. Jochen Mass appartiene a quest’ultima categoria, almeno nel ricordo di Giorgio Piola, che con il tedesco ha condiviso anni di frequentazioni, serate e passioni, costruendo un rapporto andato ben oltre il paddock della F1. La sua scomparsa, avvenuta nel maggio 2025 all’età di 78 anni, ha riportato alla memoria una figura che, pur senza raggiungere la notorietà dei grandi campioni della sua epoca, ha saputo conquistare la stima di chi gli è stato vicino.

A raccontarla è proprio Piola, storico giornalista e illustratore del Motorsport, protagonista di una nuova puntata di Motor News, in onda sul canale Youtube di OA Sport, dedicata alla memoria di Mass e alla F1 del passato. Ne emerge il ritratto di un uomo gentile, disponibile e capace di creare legami autentici, ma anche quello di un pilota profondamente segnato da una delle giornate più drammatiche nella storia della categoria: il Gran Premio del Belgio del 1982, a Zolder, teatro dell’incidente mortale di Gilles Villeneuve.

“È stato uno dei piloti con cui mi sono trovato meglio“, racconta Piola, spiegando le ragioni della sua particolare vicinanza al tedesco. “Generalmente con i piloti non stringevo grandissime amicizie, anche per cercare di essere il più imparziale possibile. Però inevitabilmente ce ne sono stati alcuni che sono diventati anche amici, e Jochen è stato uno di questi“.

Un legame nato e cresciuto nel corso degli anni, alimentato da frequentazioni che andavano ben oltre gli impegni professionali. “Ho passato tantissime serate assieme a lui quando c’erano i Gran Premi“, ricorda Piola, che rievoca anche un episodio dei primi anni della loro conoscenza, a Montecarlo.

“Mi ricordo un anno, agli inizi, una corsa folle con le macchine sportive di Jochen Mass e Rikky von Opel. Io, invece, avevo una macchina che non era adatta a quell’uso e mi ritrovai, nella discesa di Nizza, completamente senza freni, con il pedale che era andato giù a fondo. Ho dovuto tirare il freno a mano“, ha raccontato Piola.

Un aneddoto che restituisce il clima di quelle giornate, fatto di spontaneità, avventure e momenti condivisi lontano dalle pressioni della pista. “Comunque, serate bellissime. Era molto gentile, è stato un fantastico compagno di squadra per i piloti che lo hanno avuto e credo che Riccardo Patrese, con cui ha corso, lo abbia apprezzato tantissimo, perché era veramente un compagnone, un gentiluomo“.

Piola non ha dubbi quando si tratta di definire il carattere del pilota tedesco: “Se dovessi dire, subito dopo Elio De Angelis, è stato il pilota più gentiluomo che ho conosciuto e con cui ho avuto anche più rapporti umani“. Un giudizio che nasce da un’esperienza diretta e che coinvolge anche il rapporto con Patrese, al quale Piola è legato da una lunga amicizia. “A Riccardo ho fatto addirittura la prima telefonata per farlo venire in Formula 1, una telefonata da ambasciatore per conto della Shadow. Io quindi ci tengo tantissimo, per cui ho avuto dei bellissimi ricordi, purtroppo anche dei ricordi molto tristi“.

Tra questi ultimi, naturalmente, c’è Zolder. Ma nella memoria di Piola convivono anche immagini più intime e quotidiane, che restituiscono la complessità di una persona conosciuta nel corso di decenni. “L’ho incontrato a una Mille Miglia che è passata da Genova. Purtroppo era invecchiato, non molto bene. Era un bellissimo uomo, fra l’altro aveva un successo incredibile con le donne, ma in maniera carina, molto da signore, molto gentile. Non l’avevo riconosciuto“.

Il riconoscimento arrivò soltanto quando Mass si voltò. “Mi ero avvicinato a questa Mercedes Ali di Gabbiano con su scritto Jochen Mass per cercare Jochen. Chiesi a un signore, abbastanza invecchiato, tutto un po’ curvo, e poi lui si girò e mi accorsi che era Jochen. Questo è successo pochi anni prima che mancasse“.

Il rapporto tra i due non si esauriva nelle conversazioni sulla F1. A unirli erano anche interessi personali che contribuivano a consolidare la loro amicizia, a cominciare dalla passione per le motociclette. “Voglio ricordare gli episodi belli. Avevamo anche tanti hobby in comune: per esempio, lui amava tantissimo le moto”, spiega Piola. “Io negli anni Settanta e Ottanta, quando andavo a Paul Ricard, andavo sempre con la mia moto. Fra l’altro era una Suzuki GSX 1100 nera con i bordini d’oro. Usavo una giacca Simpson nera con i bordini d’oro e un casco Simpson, quello famoso con la parte quadrata davanti“, ha aggiunto.

Il ricordo si trasforma poi nel racconto di un progetto che testimonia quanto quella passione fosse concreta. “A un certo punto parlavamo persino di realizzare una moto assieme. Poi l’ho fatto: ho modificato una Suzuki Katana, ho fatto proprio il restyling per renderla più fruibile per i viaggi. Avevo realizzato due invenzioni, avevo fatto anche un brevetto: due borse sotto la sella per poter avere tutto l’equipaggiamento necessario, per esempio, per una gita di pochi giorni“.

Un’idea nata dalla necessità di coniugare velocità e praticità, che Piola descrive così: “Ovviamente non tenevano come le borse tradizionali. C’è proprio una foto mia a Paul Ricard in cui gli sto mostrando queste soluzioni. Parlavamo anche di questo e poi di un’altra passione comune: le barche“.

Tra gli oggetti che raccontano quella vicinanza c’è anche una barca a vela, la Joyette, sulla quale Mass aveva mostrato interesse. Si trattava di un’imbarcazione storica, progettata dal celebre architetto navale Charles Nicholson e varata nel 1907. Per Piola, però, non era soltanto una barca: era un sogno che aveva osservato per anni, ormeggiato nel porto di Santa Margherita Ligure, proprio vicino alla sua abitazione.

“Quella barca si chiamava Joyette, era un ketch disegnato da Nicholson, un famosissimo progettista. Credo fosse del 1907; poi, andando a guardare su Wikipedia, ho visto che era stata varata proprio in quell’anno. Era in fondo al porto di Santa Margherita, dove io avevo la casa, e la vedevo tutti i giorni. Era il mio sogno, perché era stata lasciata completamente in disuso“, ha rivelato.

“Jochen era interessato a questa barca e io avevo cercato di fare da tramite. Non sono un velista, purtroppo sono uno di quelli che vogliono andare veloci e partire subito, senza avere il tempo di armare una barca a vela. Però quella aveva una linea veramente bella, e lo si vedeva anche nella fotografia“, il ricordo di Piola.

L’imbarcazione, in quel momento, non si trovava nelle condizioni migliori, perché era stata tirata a terra in vista di un restauro. Eppure il suo fascino rimaneva intatto. “Era un po’ conciata male, perché era a terra proprio nel momento in cui dovevano iniziare il restauro, però si vedeva questa linea slanciatissima, bellissima. Jochen è venuto una o due volte a Santa Margherita, gliel’ho presentata, ma poi la situazione non è andata in porto“.

L’incidente di Gilles Villeneuve, avvenuto durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio del 1982, rappresenta il punto più doloroso del racconto. Dopo quella giornata, Mass si allontanò progressivamente dalla F1 per dedicarsi alle competizioni endurance, e i contatti con Piola si fecero meno frequenti. Ciò che rimase impresso nella memoria del giornalista fu soprattutto la sofferenza del pilota tedesco, convinto di avere avuto una responsabilità determinante nell’accaduto.

“Una delle ultime volte che ho visto Jochen è stata proprio in relazione a quella giornata orribile di Zolder. Dopo, lui abbandonò un po’ la F1, si dedicò all’endurance e a quel punto ci siamo persi. Mi rimane il ricordo di lui che piangeva, veramente rovinato, distrutto, perché si era sentito completamente responsabile dell’incidente di Gilles“, le sue parole.

La dinamica dell’incidente era legata a una manovra compiuta da Mass mentre Villeneuve stava arrivando alle sue spalle. Nella ricostruzione di Piola, il tedesco aveva agito con l’intenzione di agevolare il rivale, senza rendersi conto che proprio quello spostamento avrebbe contribuito alla tragedia.

“Aveva fatto una manovra, se vogliamo, molto buona, molto brava, perché voleva aiutarlo, voleva lasciargli lo spazio. Si è spostato. Invece, purtroppo, era la manovra più sbagliata possibile, perché Gilles aveva già deciso di passare dalla parte dove lui prima non c’era. Spostandosi, ha causato l’incidente“, ha spiegato.

È il paradosso che, secondo Piola, rese ancora più difficile per Mass convivere con quanto accaduto: un gesto concepito con un’intenzione positiva che finì per produrre conseguenze irreparabili. “Ovviamente lui l’aveva fatto con lo spirito opposto. Con il senno di poi e con l’esperienza di come si comportano i piloti in pista, aveva fatto però la manovra più sbagliata possibile. E questa, credo, non se la sia più perdonata“.

Si vuole evidenziare come il peso psicologico di quell’episodio abbia cambiato profondamente il tedesco. Per spiegare la portata della trasformazione, lo mette a confronto con Niki Lauda, che dopo il terribile incidente del Nürburgring del 1976 riuscì a tornare alle corse e a costruire una nuova fase della propria vita sportiva.

“Quando ho incontrato ancora Jochen in F1, devo dire il contrario di Lauda: Niki, dopo l’incidente, è rinato come un uomo nuovo. Jochen, purtroppo, dopo quell’incidente è cambiato, era un altro uomo, ma in negativo, dal punto di vista morale, perché aveva sempre questa responsabilità addosso“, ha sottolineato.

Per Piola, proprio questa sofferenza è una delle testimonianze più forti dello spessore umano del pilota. “Anche questo fa vedere lo spessore umano di questa persona, perché era veramente molto gentile. Spesso si dice che i piloti debbano essere cannibali, che il compagno di squadra sia il tuo peggior nemico. Non è affatto vero“.

La vicenda di Mass, secondo il giornalista, va letta anche alla luce dell’importanza dei rapporti personali nel mondo delle corse, spesso descritto come un ambiente dominato dalla rivalità e dall’istinto competitivo. La sua esperienza, al contrario, gli ha mostrato come dietro la durezza della pista possano esistere solidarietà, fiducia e amicizie autentiche.

“Credo che, se uno intervistasse Riccardo Patrese, lui potrebbe parlare di Jochen. Non dico come me, perché forse la sera lo frequentavo più io che lui: Riccardo veniva spesso con la moglie o con il figlio, mentre io e Jochen uscivamo ogni tanto da soli. Però credo che anche lui abbia il ricordo di un pilota sempre gentile, che lo aiutava, che gli dava consigli. Una persona di cui ti potevi veramente fidare“, ha dichiarato.

Nel corso della conversazione emerge anche il riferimento a un’altra vicenda traumatica, quella dell’incidente di Monza del 1978, vissuta da Patrese in un clima di accuse e contestazioni. Per Piola, tuttavia, le due esperienze non sono sovrapponibili: la differenza decisiva sta nel modo in cui ciascuno ha interiorizzato la responsabilità. “C’è una grossa differenza. Riccardo, in cuor suo, sapeva di non essere stato il responsabile, perché poi venne fuori che la colpa maggiore era di James Hunt. L’episodio di Monza Riccardo lo ha patito per le accuse ingiuste, per essersi sentito additare come responsabile. Addirittura, in quell’occasione, i piloti si comportarono molto male, perché non lo volevano far correre. C’era la rabbia, ma non il rimorso“.

Nel caso di Mass, invece, la ferita era interiore e molto più difficile da elaborare. “La cosa peggiore per Jochen era proprio il rimorso. Lui era convinto al cento per cento di essere stato il responsabile, involontario, di quello che era successo a Gilles. Quindi un dramma molto più profondo, molto più interiore, che credo non abbia superato molto bene“.

La carriera di Mass si sviluppò tra gli anni Settanta e Ottanta, in un periodo nel quale la F1 era caratterizzata da grandi rivalità e da un livello di rischio elevatissimo. Esordì nella categoria nel 1973 con la Surtees e approdò successivamente alla McLaren, diventando compagno di squadra di Emerson Fittipaldi e poi di James Hunt. Il suo bilancio in Formula 1 comprende una vittoria e otto podi: il successo arrivò nel controverso Gran Premio di Spagna del 1975, interrotto dopo un incidente che provocò la morte di quattro persone.

Nel 1989 vinse la 24 Ore di Le Mans, confermando la propria versatilità, e negli anni successivi contribuì anche alla crescita di giovani talenti, tra cui Michael Schumacher.

Per Piola, il ricordo sportivo si lega inevitabilmente anche a una delle vetture più significative di quel periodo: la McLaren M23, protagonista della stagione 1975. Il giornalista conserva un proprio disegno della monoposto, che mostra durante la conversazione. La vettura ritratta porta il numero 11 di Hunt, mentre Mass correva con il 12.

“È la McLaren con cui ha vinto in Spagna. Purtroppo il disegno è ovviamente al numero 11, quello di James Hunt, mentre lui aveva un numero che adesso piacerebbe molto all’italiano che ci sta facendo impazzire, perché era il 12“, ha raccontato.

Il passaggio alla McLaren, dopo l’esordio con la Surtees, aveva permesso al tedesco di condividere il box con campioni di primo piano. “È stato prima il compagno di Emerson Fittipaldi e poi di James Hunt. Anche in McLaren mi ricordo che era trattato benissimo, perché questo suo aspetto di gentilezza e onestà lo esternava in tutti gli ambienti, in tutti i settori“.

Il giornalista non nasconde che Mass non apparteneva alla ristretta cerchia dei piloti più celebrati, ma lo colloca comunque tra le persone che più lo hanno colpito nel corso della sua lunga esperienza nel motorsport. “Pur non essendo un pilota super blasonato come tanti altri, io lo ritengo uno dei quattro o cinque a cui ero più affezionato. Mi piace ricordarlo, però, soprattutto nei momenti simpatici. Fra l’altro aveva un modo di sorridere, facendo le grinze con le sopracciglia, che era veramente simpatico. Aveva questa smorfia che era proprio la sua caratteristica. Ripeto, una persona veramente piacevolissima e di grande umanità“.

Il viaggio nella memoria di Jochen Mass si chiude così, senza cancellare il dolore di Zolder, ma restituendo spazio a tutto ciò che è venuto prima e dopo quella tragedia: le amicizie, le passioni, i momenti leggeri e la gentilezza che tanti hanno riconosciuto nel pilota tedesco.

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