Pallavolo
Fragilità di base alle fondamenta e alternative non convincenti: l’Italia del volley si interroga
Sei vittorie consecutive, il primo posto nel girone e poi l’eliminazione davanti al pubblico di Torino. L’Europeo dell’Italia maschile non si spiega scegliendo soltanto una delle due immagini. Gli azzurri hanno mostrato risorse reali, soprattutto nella capacità di reagire alle difficoltà e nel rendimento di giocatori chiamati a responsabilità nuove. Non hanno però costruito una continuità sufficiente nei fondamentali per affrontare una partita a eliminazione diretta quando ricezione, attacco e muro hanno smesso di sostenersi a vicenda. La Finlandia ha saputo sfruttare quei problemi e ha meritato la semifinale.
Il giudizio deve partire da ciò che ha funzionato. Yuri Romanò è stato un riferimento offensivo affidabile per buona parte della manifestazione, capace di produrre punti anche quando il gioco non era fluido. Mattia Bottolo ha offerto momenti di grande efficacia, in particolare quando la sua battuta ha permesso all’Italia di comandare gli scambi. Daniele Lavia ha ritrovato da subito spazio e qualità dopo il percorso di recupero. Al centro, la crescita di Pardo Mati è stata una delle notizie migliori dell’estate azzurra, mentre Giovanni Sanguinetti ha dato continuità al primo tempo. Il torneo non è stato una lunga attesa della sconfitta: questa squadra ha avuto fasi di pallavolo convincente ma è bastata una squadra di medio livello come la Finlandia (dopo le difficoltà incontrate nel girone contro Grecia e Slovacchia) a fare emergere una fragilità di base delle fondamenta su cui era costruita questa squadra.
Il limite è emerso quando quelle risorse hanno dovuto funzionare tutte insieme, sotto pressione. Bottolo e Lavia avevano contribuito alla prima parte del cammino, ma nel quarto di finale non sono riusciti a garantire il consueto equilibrio tra ricezione e attacco. Non è corretto ridurre l’intero Europeo alla loro ultima prestazione; è invece necessario riconoscere che, senza un apporto stabile dei due schiacciatori, il peso del cambio palla è ricaduto troppo spesso su Romanò. Da lì il gioco è diventato più leggibile e ogni pallone difeso dagli avversari più difficile da trasformare in un nuovo attacco efficace.
La seconda linea è stata il problema più persistente. Fabio Balaso ha prodotto anche difese importanti, ma nel complesso non ha trasmesso alla squadra la sicurezza abituale in ricezione. L’errore nel momento cruciale del tie-break resta doloroso, tuttavia sarebbe troppo comodo attribuirgli il significato di un intero torneo. Il punto è più ampio: quando il primo tocco si allontanava da rete, l’Italia perdeva velocità, coinvolgeva meno i centrali e chiedeva agli schiacciatori di risolvere palloni prevedibili e non sempre (non solo contro la Finlandia) sono arrivate risposte efficaci.
Questo porta a Simone Giannelli, dal quale è giusto aspettarsi molto proprio perché è il miglior alzatore al mondo. Nell’ultima gara non ha sempre trovato la scelta o la precisione capaci di alleggerire gli attaccanti nei passaggi difficili. Sarebbe però semplicistico sostenere che abbia “tolto” i centrali dalla partita per una decisione personale: una ricezione instabile restringe concretamente le opzioni del regista. La critica più utile riguarda la capacità collettiva di conservare qualche soluzione rapida anche in condizioni imperfette. Quando l’Italia ha rinunciato al centro e alla pipe, il suo attacco ha perso una parte essenziale della propria identità.
Tra i centrali, Sanguinetti merita un giudizio distinto. La sua efficacia in attacco è stata una delle certezze azzurre, compresa la partita decisiva. A muro ha trovato anche punti diretti, ma l’Italia non è riuscita a costruire con sufficiente regolarità un sistema capace di contenere i principali terminali finlandesi. Il muro, del resto, si valuta anche per i palloni rallentati e per la posizione della difesa alle sue spalle. Mati ha aggiunto energia e presenza, pagando a tratti l’inesperienza di un ruolo assunto rapidamente; Galassi ha offerto un’alternativa, senza che si stabilizzasse una coppia centrale pienamente rodata. Il reparto dei centrali è arrivato all’Europeo profondamente cambiato. Dopo l’addio di Simone Anzani alla Nazionale, l’Italia ha dovuto fare a meno di due giocatori importanti come Roberto Russo e Giovanni Gargiulo. De Giorgi ha così affrontato il torneo con Galassi, Sanguinetti e il giovane Mati, promosso rapidamente a un ruolo di primo piano. Mati ha risposto con personalità e Sanguinetti ha offerto continuità in attacco, ma ricostruire in pochi mesi intesa, letture a muro e gerarchie di un reparto così importante era un compito difficile. È un’attenuante concreta, non una spiegazione sufficiente dell’eliminazione, perchè trovare in fretta qualche contromisura a muro contro Jokela e Marttila era possibile, lo ha dimostrato la Francia in semifinale.
L’assenza più pesante nell’economia del gioco è stata però quella di Alessandro Michieletto come titolare a pieno servizio. Era nella rosa e ha dato il contributo che il suo programma di recupero consentiva: lo stesso giocatore aveva spiegato durante il torneo la necessità di procedere senza accelerazioni per evitare ricadute. Contare sulla sua presenza non equivaleva, quindi, a poter contare sul Michieletto capace di reggere ogni fase di una gara lunga. La sua importanza va oltre i punti: offre qualità in ricezione, una soluzione offensiva anche sulle palle difficili e un riferimento fondamentale soprattutto quando la squadra attraversa un momento complicato. Sperare che il prossimo ciclo lo ritrovi completamente recuperato è ragionevole; costruire un’Italia che sappia competere anche durante una sua assenza è altrettanto necessario.
Le scelte di Ferdinando De Giorgi vanno esaminate senza cancellare le circostanze. La VNL ha dato spazio a molti giocatori e ha permesso di individuare Mati, ma la transizione fra sperimentazione e assetto europeo non ha prodotto abbastanza alternative pronte nei ruoli più delicati. In Nations League l’Italia aveva già concluso il proprio cammino ai quarti contro gli Stati Uniti: era un segnale da studiare, soprattutto per la tenuta del cambio palla sotto pressione. All’Europeo, gli ingressi dalla panchina hanno avuto spesso compiti brevi e specifici; quando è servito cambiare stabilmente l’equilibrio della partita, nessuna soluzione ha convinto fino in fondo. È una responsabilità di preparazione, gerarchie e utilizzo dei giocatori, prima ancora che del singolo cambio.
Anche la gestione della battuta merita una revisione. Cercare di limitare gli errori è comprensibile, ma la pressione non si misura soltanto contando ace e servizi sbagliati. Se l’avversario riceve con continuità palloni comodi, il muro italiano deve affrontare un attacco completo; se si forza senza scegliere bersagli e momenti, si regalano rotazioni. La soluzione sta in un piano di battuta più preciso per ogni avversaria e nella capacità di modificarlo durante la gara. La Finlandia, nei quarti, ha avuto meriti tecnici e caratteriali evidenti: sminuirne il valore impedirebbe proprio di capire come sia riuscita a mettere in difficoltà l’Italia.
La delusione è legittima, così come una critica anche severa allo staff e ai giocatori. Due eliminazioni ai quarti nei grandi appuntamenti della stessa estate impongono una verifica delle scelte, senza trasformare una stagione storta in una sentenza sul valore di un gruppo campione del mondo. Per ripartire servono un Michieletto pienamente disponibile, tempo per definire il nuovo reparto centrale e più concorrenza concreta in seconda linea. Servono inoltre sostituti preparati a giocare minuti importanti, non soltanto a entrare per una rotazione. Servono scelte decise e motivate da parte del tecnico, che quest’anno ha lasciato qualche falla aperta che poi si è allargata nel momento decisivo. Soprattutto, l’Italia deve conservare varietà e lucidità anche quando la ricezione non è perfetta. Il talento per tornare a competere per le medaglie c’è; questo Europeo ha mostrato dove non basta affidarsi al talento.
