Seguici su
LEGGI OA SPORT SENZA PUBBLICITÀ
ABBONATI

TennisUS Open

Novak Djokovic subito fuori in uno Slam: non accadeva da vent’anni. La questione del fattore tempo

Pubblicato

il

Novak Djokovic
Novak Djokovic / LaPresse

Chissà se anche Novak Djokovic, dopo la sconfitta contro l’argentino Mariano Navone, ci sta pensando. Il fattore tempo, è vero, con lui assume traiettorie particolari, ma oggi più d’uno ha iniziato a pensare al fatto che, forse, le lancette dell’orologio stanno dando anche a lui qualche segnale non da poco.

Djokovic non perdeva da 20 anni, anzi anche di più, al primo turno di uno Slam. L’ultima volta si era verificata agli Australian Open 2006, e anzi Melbourne è l’unico Slam nel quale è stato estromesso all’esordio, non una ma due volte. Perché nel 2005 si trovò subito davanti Marat Safin che poi avrebbe vinto il torneo, mentre la vicenda del 2006 ruotò attorno all’americano Paul Goldstein, giocatore americano arrivato al numero 58 del mondo e poi rimasto nel tennis a livello universitario come allenatore all’università di Stanford.

Cosa stia succedendo al 24 volte campione Slam non è dato saperlo, lui ne parla poco e nessuno è in grado di comprenderlo con assoluta certezza. Certo è che Djokovic ha vissuto, senza ombra di dubbio, il peggior rendimento Slam dagli inizi della propria carriera. Non solo erano vent’anni che non perdeva al primo turno, ma erano anche vent’anni che non arrivavano più di due Slam senza di lui almeno ai quarti. Dal 2007, insomma, quella di Djokovic è rimasta una presenza costante, anche quando le annate erano lontane dall’essere le migliori, anche in quel periodo tra 2017 e 2018 in cui il serbo non sembrava più in grado di poter rimettere mano alle grandi altezze del tennis mondiale.

C’è anche un altro dato da rimarcare. Se si eccettuano il quarto contro Jurgen Melzer del Roland Garros 2010 e il terzo turno sempre dello Slam parigino contro Joao Fonseca, in cui è stato rimontato dopo aver avuto due set di vantaggio, Djokovic ha perso per la quinta volta in situazione di vantaggio di due set a uno. Gli è capitato in numerosi contesti: in Coppa Davis nel 2005 contro il belga Olivier Rochus, agli ottavi degli US Open nello stesso anno contro lo spagnolo Fernando Verdasco, agli ottavi di Wimbledon 2006 contro il croato Mario Ancic, ai quarti degli Australian Open 2010 contro il francese Jo-Wilfried Tsonga e al 2° turno degli Australian Open 2017 contro l’uzbeko Denis Istomin. Il tutto lasciando da parte una sesta ricorrenza: la Coppa Davis 2008, in cui Djokovic era avanti proprio 6-4 6-3 4-6 contro Nikolay Davydenko, ma si ritirò prima di iniziare il quarto set, perciò quello contro il russo è un caso da non tenere in considerazione.

Chissà se Padre Tempo è arrivato, alla fine. E le risposte date da Djokovic in questo senso sono contrastanti. Non si parla di quelle in conferenza stampa, che sono state particolarmente verso sé stesso e ingenerose nei confronti di Mariano Navone. Ingenerose perché lo spazio occupato dai complimenti all’argentino è stato minimale, praticamente nullo. Eppure bisognerebbe davvero fare i complimenti all’argentino, perché solo due anni fa tutti lo avevano bollato come giocatore non in grado di uscire fuori dal discorso legato alla terra rossa. Ebbene, in un’estate americana ha battuto prima Matteo Berrettini, che potrebbe ritrovare qui al secondo turno qualora il romano battesse Stan Wawrinka, e adesso Djokovic, il che corrisponde indubbiamente al miglior risultato della sua carriera.

Padre Tempo, si diceva. E anche indicazioni contrastanti. Perché Djokovic, in realtà, ogni volta che ha dato segnali negativi è riuscito a rialzarsi. Faceva male nei Masters 1000? Lo si ritrovava in semifinale Slam. Si dubitava di lui? Ha raggiunto la finale agli Australian Open. Ha avuto un Roland Garros meno brillante del dovuto? Ha messo in piedi cinque ore abbondanti contro Felix Auger-Aliassime nei quarti a Wimbledon. Per questo sembra una situazione di Padre Tempo a fasi alterne. Resta però una domanda molto chiara. Se è vero che Djokovic vuole durare fino a Los Angeles 2028, il dilemma diventa questo: in che condizioni ci potrà arrivare? Ai posteri l’ardua sentenza, se ci sarà una sentenza.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
Pubblicità