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Pallanuoto

Gianni De Magistris: “Alla pallanuoto bisognerebbe cambiare nome. Ho un rimpianto: nel 1984…”

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Settebello / LaPresse

Gianni De Magistris è una leggenda della pallanuoto italiano. Sicuramente uno dei più grandi campioni che il panorama italiano abbia espresso. Un esempio di longevità clamoroso, con ben cinque Olimpiadi all’attivo. Un vero e proprio monumento del suo sport, che è stato ospite di OA Focus, il programma condotto da Alice Liverani su YouTube, dove ha ripercorso tutta la sua grande carriera, tra aneddoti e ricordi indelebili, ma anche con una stoccata alla pallanuoto attuale.

Tanti record nella sua carriera: “I record sono fatti per essere battuti, ma credo che uno sia difficile da battere ed è quello di essere stato capocannoniere per sedici anni consecutivi, io conto anche diciassette visto che lo sono stato anche l’ultimo anno in A2″

Un amore totale per la sua Firenze: “Io mi sono sempre sentito orgogliosamente fiorentino, anche se negli ultimi anni mi sono un po’ disinnamorato. Bisogna vivere il presente, pensando al futuro, ma senza dimenticare il passato e invece qualche volte ce se ne dimentica. La mia città qualche volta lo ha fatto ed io, avendo un grande difetto che sono permaloso, un po’ me la sono presa. Firenze però rimane sempre Firenze”.

Prima del Settebello c’è la Nazionale di nuoto: “Fino ai 7-8 anni, anche se mi fa ridere dirlo, ero l’enfant prodige dei corsi di nuoto. Poi ho avuto tre anni circa dove arrivavo sempre ultimo e i miei genitori discutevano se farmi continuare. Poi a dodici anni a Firenze arrivo il mio mentore ed in sei mesi cambiò il mio modo di nuotare e vinsi anche i Campionati Italiani di categoria, facendomi debuttare anche in Nazionale e poi pure in Serie A a pallanuoto a quattordici anni appena compiuti. La linea sottile tra il continuare e smettere è stata davvero sottile”.

Essere atleta prima rispetto ad ora: “Secondo me era più facile anche perché ci si allenava il giusto senza tutti questi mental coach, dietologi, professionisti vari. Io non ho mai fatto diete, mangiavo gelati. Era un’altra vita, tante cose sono cambiate e sicuramente tante anche in meglio. Certo l’assenza ora di una piscina naturale come l’Arno di quei tempi si sente. Ora è molto difficile allenarsi per il nuoto e la pallanuoto, le piscine costano e gli impianti vacillano”.

Una carriera straordinaria con ben cinque Olimpiadi: “Tre fatte anche da capitano ed è una cosa veramente bella. Avrei potuto aspirare a fare anche la sesta, ma ci fu un cambio di allenatore e un rinnovamento e forse sarebbe stato giusto così. Io ho smesso a 36 anni, ma avevo ancora fatto 80/90 gol ed ero in condizione ed il mio contributo penso di averlo dato”.

Un rimpianto, però, c’è in chiave olimpica: “A Los Angeles avrei dovuto fare il portabandiera. Io avevo la certezza che a farlo fosse Mancinelli, che era alla quinta Olimpiade come me, ma essendo più anziano toccava a lui. Una volta spettava proprio a chi avesse partecipato a più Olimpiadi. Poi venne fuori che Mancinelli si sarebbe presentato a Los Angeles con qualche giorno di ritardo rispetto alla Cerimonia d’Apertura e quindi per una settimana venne fuori il mio come il candidato principale. Ora ci tengono ancora ma un po’ meno ed essere portabandiera un tempo era veramente un grande prestigio. Poi intervennero fattori esterni, poi il presidente della FIDAL, Primo Nebiolo, ebbe da ridire perché nel 1980 era toccato a Klaus Dibiasi, che era della stessa mia Federazione e cercò di imporre il nome di un grandissimo che era quello di Pietro Mennea. Alla fine venne un nome nuovo, che era la classica decisione all’italiana, che era quello di Sara Simeoni, che è una grandissima atleta e campionessa. Da quel momento cambiò proprio quella regola. Quello mi dispiace ancora un po’ “.

Il ricordo principale delle sue Olimpiadi: “Sicuramente Città del Messico. Non avevo ancora la patente e poi era ancora un’Olimpiade umana. C’erano diecimila messicani ad aspettarti fuori dal villaggio olimpico, ti portavano in giro per la città. Non c’erano i telefonini ed io scrivevo con le lettere di posta aerea. Andare in Messico oggi era di una facilità estrema, immagina nel 1968. Inoltre ricordo che alla prima partita di quelle Olimpiadi, non c’erano tutti i cambi come ora e quindi i sette titolari poi giocavano, e ricordo benissimo il momento in cui l’allenatore aveva dettato la formazione. Dopo sei nomi ci furono cinque secondi di pausa e disse Gianni. Ricordo quei cinque secondi e poi l’emozione di sentire il mio nome. Da quel momento non sono più uscito, sono anche entrato nella squadra del torneo e fui anche miglior marcatore. Poi comunque le Olimpiadi sono tutte belle. A volte si parla di sport minori in questa circostanza ed io è una cosa che ho sempre combattuto. Ci sono degli sport che fanno i Mondiali ogni anno e quindi è più facile vincere medaglie, io per esempio ne ho solo fatti quattro perché c’erano ogni quattro anni e magari se ne avessi fatti venti qualche Mondiale lo avrei vinto”.

Il pensiero sulla pallanuoto attuale e il nuovo regolamento: “Tanto per cominciare è gestita malissimo. Una prima cosa che mi fa dispiacere è che i vecchi campioni, non importa che sia io, non vengono minimamente considerati. Nel tennis vedi sugli spalti tutti i grandi campioni, mentre nella pallanuoto nessuno. Ormai alla pallanuoto bisogna trovare un altro nome. Questo non è più lo sport che facevamo noi. Non voglio fare quello che dice per forza che prima era tutto meglio, ma semplicemente è un altro sport. Il campo è cambiato, il possesso palla pure, i cambi sono volanti, le espulsioni sono aumentate a caso. I punteggi finiscono con 30 gol, non è più una partita di pallanuoto, ma di pallamano in acqua. La bellezza del nostro sport era altro. Sinceramente non mi piace per niente, apprezzo i giocatori che la fanno, ma non è lo sport che ho fatto io”. 

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