Tennis
Adriano Panatta duro contro Alcaraz: “Ha fatto un errore”. Esalta Cobolli: “Ci ha fatto vedere di che pasta è fatto”
Adriano Panatta si è pronunciato dagli studi della Nuova DS, in onda su Rai 2 HD, sui temi d’attualità del tennis internazionale. Una domenica in cui Flavio Cobolli ha affrontato nella finale dell’ATP500 di Monaco di Baviera (Germania) l’americano Ben Shelton, venendo sconfitto, ma concludendo una settimana pregevole che gli ha permesso di scalare la classifica mondiale. Il romano, infatti, da quest’oggi è n.13 del ranking.
“È un bravissimo ragazzo con un grande cuore. Tra l’altro io conosco benissimo il papà. La sua emozione dopo la vittoria su Alexander Zverev in semifinale per questo piccolo amico che ha avuto una disgrazia terribile è stata anche la nostra. Flavio era molto legato a questo ragazzino che faceva parte del suo stesso circolo di tennis. Cobolli ci ha fatto davvero vedere di che pasta è fatto anche oltre il campo“, ha ricordato Panatta. L’episodio fa riferimento alla commozione del tennista italiano al termine del confronto vinto con il n.3 del mondo, con la dedica a Mattia Maselli, un ragazzino di 13 anni del suo stesso circolo, il Tennis Club Parioli, tragicamente scomparso pochi giorni prima.
Un passaggio che sposta il focus dal risultato al valore personale, senza però dimenticare il campo e le sue leggi. Anche la sconfitta, in questo senso, viene ridimensionata: “La finale persa? Si può uscire sconfitti da una sfida contro Ben Shelton che è un ottimo giocatore. Tra l’altro la terra rossa in Germania è più veloce rispetto a quella mediterranea che c’è in Spagna o Italia“.
Panatta allarga poi lo sguardo, inserendo Cobolli in un contesto più ampio, quello di una generazione che cresce seguendo un modello preciso: “Flavio fa parte dell’ultimo gruppo di giocatori che stanno emergendo e stanno imitando Jannik Sinner. L’Italia in questo momento è la prima nazione al mondo come disciplina sportiva e lo è grazie a Jannik che sta portando avanti un vero e proprio movimento. Cobolli c’ha la gamba da calciatore (ha giocato nelle giovanili della Roma) e questo aspetto lo aiuta molto in campo“.
Il discorso si fa quindi più strutturale, quando si puntano i riflettori su chi lavora dietro le quinte. “Il tennis italiano è formato da tanti piccoli miracoli sia nel maschile che nel femminile e questi sono generati dall’impegno estremo dei loro maestri. Riccardo Piatti ha portato Sinner a livelli altissimi, Matteo Berrettini è stato cresciuto da Vincenzo Santopadre, Lorenzo Musetti ha Simone Tartarini che lo segue da quando aveva 12 anni. Guardate Rafael Nadal che è stato cresciuto dallo zio: il segreto sono chi allena questi ragazzi qui“.
E proprio parlando di allenatori arriva una riflessione che sfocia in una critica precisa, indirizzata al percorso di Carlos Alcaraz: “Secondo me ha sbagliato a lasciare Juan Carlos Ferrero che è uno tosto, difficile ma è anche un grande conoscitore di tennis. Carlos a 21-22 anni, con tutti i trofei che ha vinto, è diventato più intraprendente e ha sbagliato. Sarei felice per lui (e meno per Sinner) se tornasse con Ferrero“.
Legato a questo concetto, una riflessione sul rapporto tra atleta e coach: “Il rapporto tra gli allenatore e il giocatori è viscerale: gli allenatori rinunciano alla loro vita per una dedizione incredibile nei confronti dei giocatori che allenano e che seguono veramente ogni giorno rinunciando alla loro famiglia. Un allenatore prima di tutto deve capire di tennis e non deve avere lacune. Non devono essere genitori o confessori ma devono essere in grado di farti fare quel salto di qualità in linea con la tua età. Se resti per tutta la carriera con un coach padre c’è il rischio che il rapporto possa lacerarsi“.
