US Open 2021: Novak Djokovic, da Melbourne a New York il percorso verso la caccia al Grande Slam

Novak Djokovic è ormai vicinissimo a completare il Grande Slam, impresa che lo metterebbe sullo stesso piano di Rod Laver in fatto di impresa riuscita nell’Era Open (“Rocket” ci riuscì nel 1969, ma anche poco prima del liberi tutti, nel 1962). Per farlo, ha finora dovuto vincere 27 match, e gli manca il 28°, quello con il russo Daniil Medvedev. Non è stato un percorso semplice, il suo: vale la pena ripercorrerlo dall’inizio alla fine.

Agli Australian Open, suo tradizionale feudo di inizio anno, dopo una partenza senza problemi con il francese Jeremy Chardy e un set ceduto all’americano Frances Tiafoe, contro il connazionale di quest’ultimo Taylor Fritz il dramma rischiato: un infortunio addominale, due set di vantaggio persi, ma alla fine il successo al quinto. Si ritira? Non si ritira? Due giorni di domande, poi l’ingresso in campo: il canadese Milos Raonic e il tedesco Alexander Zverev escono sconfitti, così come la combinazione russa Aslan Karatsev-Daniil Medvedev, loro però senza conquistare alcun set, a differenza dei due precedenti. Il guaio fisico, però, lo costrinse fuori fino alla stagione sul rosso.

Al Roland Garros, però, il rischio più pesante. Dopo incontri non difficili con lo statunitense Tennys Sandgren, l’uruguaiano Pablo Cuevas e il lituano Ricardas Berankis, è Lorenzo Musetti l’uomo in grado di far passare un brutto momento di 135 minuti al serbo: indietro di due set, però, Djokovic rientra in campo travolgendo le resistenze del toscano, costretto al ritiro nel finale di quinto set avendo conquistato un unico altro game. Anche Matteo Berrettini lo spaventa: indietro di due parziali, il romano, nei quarti, minaccia la rimonta, fermata soltanto dal 7-5 al quarto del numero 1 del mondo. In semifinale, quest’ultimo infligge la terza sconfitta a Parigi in carriera a Rafael Nadal in quattro parziali e in rimonta, mentre in finale sono ancora due set di svantaggio quelli che deve rimontare a Stefanos Tsitsipas, mai realmente a un passo dal successo finale.

A Wimbledon, invece, inizio un po’ scivoloso con il britannico (wild card) Jack Draper: da quel primo parziale perso, però, ne arrivano solo di vinti. A cadere sono il sudafricano Kevin Anderson, l’americano Denis Kudla, il cileno Cristian Garin, l’ungherese Marton Fucsovics e il canadese Denis Shapovalov. In finale arriva dall’altra parte della rete di nuovo Berrettini, tre soli set persi nel cammino. In quella che è la prima finale di un italiano ai Championships, l’ormai prossimo numero 7 del Mondo riuscì a rimontare nel primo parziale e a vincerlo, ma gli altri tre videro Djokovic diventare sempre più lui, con punto di svolta definitivo a metà del quarto.

E adesso siamo giunti agli US Open: due settimane ormai ben note, dopo i dubbi destati da quel torneo olimpico in cui Djokovic, dopo la sconfitta con Zverev in semifinale e con Carreno Busta nella finale per il bronzo, aveva destato dubbi in termini di tenuta mentale. Il nervosismo c’era tutto: a farne le spese racchette, reti e anche tribune del centrale dell’Ariake, tra gesti di stizza e lanci particolarmente in alto sulle sedie vuote. Ben sei stavolta i set persi: solo al secondo turno il 3-0 sull’olandese Tallon Griekspoor. Per il resto, superati il danese Holger Rune, il redivivo giapponese Kei Nishikori, l’americano Jenson Brooksby, poi un’altra volta Berrettini e Zverev. C’è solo Medvedev, che ha faticato certamente meno di Djokovic nel torneo, tra il serbo e la storia, sia nel senso di Grande Slam che in quello della quota 21, con cui staccherebbe sia Federer che Nadal.

Foto: LaPresse

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