Giuseppe Martinelli: “Nibali resta il faro, Aru si metteva tante cose in testa. Io ct? Nessuno mi ha chiamato”

Siamo ormai giunti a pochi giorni dalla partenza del primo appuntamento stagionale con le grandi corse a tappe: il Giro d’Italia. Una gara che ha segnala la storia da direttore sportivo di Giuseppe Martinelli che, da Marco Pantani nel 1998, passando per Stefano Garzelli, Gilberto Simoni, Damiano Cunego, sino a Vincenzo Nibali nel 2013 e 2016, ha visto trionfare cinque italiani per sei maglie rosa.

Quest’anno le prospettive della sua Astana-Premier Tech sono sì improntate sul leader Aleksandr Vlasov, ma senza trascurare il resto della formazione, specialmente gli azzurri. E parlando proprio del nostro Bel Paese in un’intervista esclusiva rilasciata ad OA Sport, il ds bresciano ha fatto un quadro generale sulla situazione del ciclismo tricolore guardando in faccia la realtà, ma senza perdere la speranza. Speranza che è ancora ripiegata anche su due campioni cresciuti con lui, ossia lo stesso Nibali e Fabio Aru, a cui ha riservato delle parole motivazionali per questa loro complicata fase di carriera.

Partiamo innanzitutto da un suo bilancio sulla prima parte di questa stagione.

“Diciamo che siamo partiti un po’ sottotono, perchè a febbraio sono state cancellate diverse corse a cui tenevano particolarmente; e da lì abbiamo cambiato un po’ i nostri programmi, come d’altronde tante altre squadre. Questo ha deviato la preparazione originale della squadra. Non sono mancati i risultati, però, se andiamo a vedere, finora abbiamo ottenuto soltanto due vittorie con Ion Izagirre e Alex Aranburu; ma siamo stati protagonisti in tante altre occasioni. Eravamo abituati ad arrivare al Giro con un bottino più importante, peró non va dimenticato che chi ha vinto finora in questa prima parte di stagione sono i grandi campioni, quelli che, al momento, sono sulla bocca di tutti, quindi Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Wout Van Aert, Primoz Roglic… Quando vincono sempre questi corridori, sei costretto a piazzarti. Se ci fossero state più gare, forse sarebbe stato più facile riuscire a vincere qualcosa in più. Ma ripeto, non sono demoralizzato, soprattutto se penso al podio della Parigi-Nizza con Ion Izagirre e Aleksandr Vlasov, e quest’ultimo nuovamente in top3 al Tour of the Alps”.

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Quali saranno i piani dell’Astana-Premier Tech per l’ormai imminente Giro d’Italia?

“Partiamo con Aleksandr Vlasov, che è un ragazzo che ha dimostrato tanto fin da subito vincendo il Giro d’Italia Under 23, sino ad arrivare terzo la scorsa settimana al Tour of the Alps. Insomma, possiamo pensare di poter far bene al Giro, e ci arriveremo con una buona squadra, ma senza essere totalmente legati al piazzamento o al podio di Vlasov. Proveremo anche ad essere protagonisti per le singole tappe più congeniali all’Astana-Premier Tech, perchè abbiamo un uomo come Luis Leon Sanchez che è abituato ad essere della partita. E poi ci sono due azzurri con cui mi auguro di poter ottenere delle belle soddisfazioni, e sto parlando di Samuele Battistella e Matteo Sobrero; senza dimenticarci di Fabio Felline che è sempre stato in grado di far bene”.

Ma in tutto ciò, guardando proprio all’Italia, cos’è successo ad Andrea Piccolo? Il giovane milanese non ha ancora debuttato in questo 2021.

“Purtroppo Andrea ha avuto un problema di salute che si è protratto di più rispetto al normale. Negli ultimi tempi sta molto meglio. Potrebbe ricominciare nel mese di maggio oppure giugno, e posso dire che tutto sta proseguendo per il meglio anche con gli allenamenti. Ovviamente all’inizio ci è mancato anche lui, perchè poteva essere uno di quei ragazzi in grado di dare qualcosa in più alla squadra, peró ha davanti a sé ancora del tempo per ritornare”.

Si parla di lei come possibile CT della Nazionale in futuro. Può confermare queste voci?

“Più che altro si ‘vocifera’, peró, direttamente da persone informate sui fatti, non mi è stato mai prospettato nulla. Diciamo che, personalmente, chi non sarebbe gratificato di poter aver questa possibilità? Ma per conto mio, Davide Cassani si trova al posto giusto nel momento giusto. Sarei molto contento se la nostra Nazionale proseguisse assieme a lui”.

L’Italia è praticamente sparita dall’alto livello del ciclismo, sia per le corse in linea che a tappe. Come si è arrivati a questo? Ne usciremo? E se sì, in che modo?

“Dico la verità, sul ‘come ne usciremo’, secondo me sarà difficile finché in Italia non ci sarà una squadra di altissimi livelli in grado di fare da specchietto per le allodole. Noi abbiamo degli ottimi corridori distribuiti in tante squadre all’estero, dove però queste ultime hanno anche grandi campioni non italiani, e di conseguenza, tante volte, gli azzurri devono lavorare per gli stranieri. Dunque, spesso e volentieri, abbiamo degli ottimi corridori, ma che lavorano per campioni che in quel momento sono più forti. Siamo arrivati a questo punto perchè c’è stato un frazionamento e un individualismo dei corridori italiani. Non c’è più un gruppo in una o più squadre dove si possono coalizzare e far sentire lo spirito azzurro. Tutte le squadre a livello mondiale hanno degli italiani, ma talvolta non sono i rispettivi capitani”.

Ha già in mente qualche nome di giovani corridori italiani a cui aggrapparci sia per corse a tappe che di un giorno?

“È una domanda a cui vorrei rispondere con più serenità. Direi che, al momento, non so che corridore ci sia per poter competere con tutti i giovani stranieri che per anni avranno in mano lo strapotere del mondo del ciclismo. Stiamo parlando di Pogacar, Evenepoel, Van Aert, Van der Poel… Saranno loro il futuro. Inserire un altro uomo in mezzo a loro, lo vedo davvero difficile. Diciamo che la speranza è l’ultima a morire. Penso che alla fine abbiamo degli ottimi atleti, anche perchè finora sì, non siamo stati protagonisti in prima persona alle classiche, però siamo sempre stati della partita; come nei casi di Nizzolo, Trentin e Colbrelli. Secondo me dovremo aspettare ancora un po’, anche se, guardando tra i dilettanti e anche le ultime corse che hanno fatto, qualcosa si vede. Speriamo che ci sia qualcosa dietro l’angolo”.

Secondo lei, Vincenzo Nibali riuscirà a reggere nonostante il ricambio generazionale in atto oppure ormai farà fatica a giocarsi il podio in un grande giro o la vittoria di una classica?

“Io aspetterei a dirlo dopo questo Giro d’Italia. Anche se ha avuto quest’ultimo infortunio, prima dell’incidente si trovava in una buona condizione per poter essere competitivo alla Corsa Rosa. Potrebbe essere un po’ la sorpresa del Giro. Vincenzo deve insistere, perchè è il faro del ciclismo italiano, quindi io spero che duri ancora. Che non ci pensi neanche a smettere, perchè secondo me, quando parte lui, può sempre succedere qualcosa. Ha ancora una grandissima voglia di correre e di mettersi in gioco. E poi potrebbe fare un po’ da traino per coloro che devono arrivare”.

Perché la carriera di Fabio Aru, di fatto, è finita quando ha lasciato l’Astana? È vero che lo avrebbe ripreso?

“Rispondo alla seconda domanda dicendo che, quando ha lasciato la nostra squadra, a me è dispiaciuto molto. Quest’anno l’ho sì visto in poche corse, ma ho comunque notato un Fabio Aru che ha ritrovato un po’ di serenità per correre e mettersi in gioco. Deve essere contento anche se non è protagonista al 100%, ed è questo che gli è mancato negli ultimi anni. Secondo me si era messo in testa tante piccole cose da togliere energie a quello che poteva essere l’aspetto fisico più che quello psicologico. Insomma, era diventato più importante esserci con la testa che con le gambe. Adesso l’ho visto totalmente ristabilito. Non so cosa riuscirà a fare, ma io gli auguro di essere sereno, perchè correre in bicicletta è ciò che ama di più”.

Foto: @Gettysport (ufficio stampa Astana-Premier Tech)

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