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Lorenzo Magri: “La gente moriva, ma l’ISU non decideva. Il pattinaggio artistico esiste in Italia? A volte me lo chiedo…”



Se il movimento italiano della specialità individuale maschile è in questo momento altamente competitivo, parte del merito è da attribuire a Lorenzo Magri, allenatore di pattinaggio artistico che, negli ultimi anni, ha cresciuto due talenti di spessore come l’altoatesino Daniel Grassl, quarto classificato agli ultimi Europei di Graz (Austria), e Gabriele Frangipani, terza forza azzurra reduce da una stagione ricca di soddisfazioni culminata con il tredicesimo posto proprio alla rassegna continentale. Due pattinatori che, insieme al più navigato pattinatore di Franca Bianconi Matteo Rizzo, formano una squadra di assoluto rispetto, determinata a prendersi la leadership in ambito europeo sfidando la compagine russa.

Lorenzo Magri, allenatore qualificato quarto livello europeo e technical specialist per la specialità delle coppie e del singolo, ha fondato nel 2013 la Young Goose Academy, strutturato club sito a Egna-Neumarkt (Bolzano) che in poco tempo ha accolto atleti da diverse parti del mondo, brillando in termini di prestazioni e risultati, frutto di anni di studio, sacrifici e dedizione. Il coach ha rilasciato una lunga intervista alla nostra testata, spaziando dagli attuali temi legati all’emergenza sanitaria del Coronavirus fino ad arrivare alle metodologie di lavoro che svolge con i suoi gioielli tra cui, recentemente, si è anche aggiunta Elisabetta Leccardi, rappresentante azzurra ai Mondiali di Milano nel 2018.

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Lorenzo, tra tutti gli allenatori italiani sei stato quello che più si è esposto per chiedere la cancellazione dei Mondiali di Montrèal. Cosa ti ha dato fastidio in particolare in quei giorni che hanno preceduto la decisione da parte dell’ISU?

Sarà semplicemente perché sono italiano, ma già ai Mondiali di Tallinn non si respirava una buona aria perché da noi iniziavano a scoppiare i primi casi. Per questo motivo siamo partiti molto tempo prima dell’evento temendo restrizioni dal volo dall’Italia, tra l’altro abbiamo la fortuna-sfortuna di abitare a Bolzano dove non c’è un aeroporto funzionante, per cui ogni volta non è semplice organizzare i viaggi. Eravamo quindi già in ansia prima dei Mondiali, personalmente avevo intuito il peggioramento della situazione, anche grazie a un mio collega che lavora in Cina e mi raccontava quello che succedeva lì. Eravamo quindi più sensibili degli altri sotto questo punto di vista. Purtroppo non abbiamo ricevuto molti riscontri in Estonia. A questo proposito credo manchi un po’ di realtà e di praticità, anche di gestione mentale da un punto di vista degli atleti, soprattutto se minorenni“.

Conclusa la rassegna iridata a Tallinn hai deciso coscienziosamente di non partire alla volta del Canada aspettando più chiarezza…

“Dopo i Mondiali Junior è stato molto duro capire cosa fare. Mi è sembrato poco rispettoso da parte dell’ISU il fatto di non prendere una posizione, soprattutto perché già da noi, in Italia, la gente iniziava a morire. Molti poi sono partiti, sia della Nazionale azzurra che dei membri ISU stessi per poi non disputare i Mondiali. Siamo stati quindi nel complesso tre settimane a Tallinn aspettando delle decisioni evitando di partire per il Canada, dove tra l’altro non avremmo avuto possibilità di allenarci nel weekend. Abbiamo aspettato dunque il responso rimanendo in Europa“.

Una situazione che ha creato non pochi imbarazzi, soprattutto se consideriamo che il giorno dopo il rinvio ufficiale dei Mondiali di Montrèal, a Nottingham (Regno Unito) si sono svolti regolarmente quelli di Sincronizzato Junior…

Non condivido il modo di operare dell’ISU. Tende principalmente a preparare i giudici e i pannelli tecnici, non occupandosi degli allenatori, io lo posso dire perché ricopro entrambi i ruoli in quanto ISU Technical Specialist. Loro pensano che gli allenatori abbiano già i loro guadagni, tuttavia non c’è formazione per noi e neanche per gli atleti. La percezione è che l’ISU si occupi del budget, dell’immagine, della vendita degli spazi pubblicitari e televisivi; è più che altro un progetto legato al buisness, ha perso molto del valore che potremmo definire di etica sportiva e di principi legati al valore dello sport. Trovo ad esempio che non ci sia considerazione dello standard di vita che tante giovanissime atlete, ad esempio quelle del Team Tutberidze, devono avere per mantenere quel determinato livello di prestazione, capacità e resa soprattutto in funzione di un periodo di “vita” agonistica breve se non brevissima; questo è un problema che coinvolge la Russia, altre federazioni e a cascata anche l’ISU stessa. Dall’altra parte c’è da dire che il pattinaggio di figura è uno sport che ancora rende, tanto che molti atleti di una certa età, anche italiani, non vogliono abbandonarlo per rimanere in auge e rientrare nel circuito degli show“.

Sui tuoi canali social inoltre non hai risparmiato critiche riguardo gli aiuti economici da parte dello Stato per la tua categoria, quella degli allenatori, in questi tempi un po’ abbandonata a se stessa …

La verità è che siamo molto poco rappresentati. Come visione siamo abituati a vedere gli sport di nicchia come inesistenti; esiste molto volontariato in questi campi, volontariato che io ho rifiutato nel club che ho fondato, la Young Goose Academy, cercando di retribuire tutte le figure specializzate. Più ti strutturi più le cose vanno bene, se vedi i risultati infatti ti accorgi che i club che tirano in Italia sono tutti ben strutturati, tutti contesti dove c’è un certo tipo di professionalità; dall’altro lato però non c’è molto rispetto al CONI Sport e Salute perché non esiste in realtà un’inquadratura di qualche tipo e te ne rendi conto quando in situazioni come queste ti accorgi di non esistere, e ti chiedi: ‘ma io dov’è che figuro?’ Pago i contributi, guadagno quello che posso ma come faccio ad entrare nella cerchia di chi percepisce diecimila euro l’anno se questa è la mia professione primaria? Se poi conviene fare un altro lavoro con una realtà identificativa ditelo. I problemi di gestione sono svariati in queste situazioni. Ho lavorato diversi anni a Milano assieme a Franca Bianconi. Ho deciso di trasferirmi a Bolzano optando per un contesto più piccolo e differente. Ci sono riuscito, ma in un momento in cui tiri le somme pensi: il club va bene, i risultati ci sono ma alla fine non mi sento rappresentato: con tutte le ore che faccio, ben più di tanti professionisti in questo momento aiutati, mi sento solo. A Roma, dove svolgo la facoltà di Scienze Motorie insieme ai miei colleghi abilitati con il quarto livello europeo, mi trovo in un contesto insieme ad altri allenatori importanti e siamo tutti sullo stesso piano. Poi guardi al mondo del calcio che non fa neanche i corsi con noi e che ha avuto, fin da tempi non sospetti, il potere di dire: io dal quattro maggio mi alleno. In questo contesto mancano tanti tasselli. Anche all’interno della FISG dovremmo avere delle forze di qualche tipo per lamentarci, chiedere, domandare. In Federazione la nostra Commissione Tecnica non comprende alcun allenatore. Non capisco perché non ci possa essere un rappresentante italiano degli allenatori, che sia ad esempio Franca Bianconi, Gabriele Minchio, Edoardo De Bernardis o qualcun altro non fa differenza, purché democraticamente eletto“.

Entrando dentro la pista. Nell’intervista rilasciata a OA Sport Daniel Grassl ha dichiarato di non aver avuto particolari problemi con i quadrupli in relazione alla sua crescita avvenuta in tempi rapidi. C’è un’età ideale per iniziare a impostare i salti da quattro giri di rotazioni?

Davvero difficile rispondere. Ci sono così tanti paradigmi come i presupposti legati alla biologia umana, alla genetica e alle abilità pregresse; è una domanda da un milione di dollari. Nella risposta tra l’altro non ci può essere un basamento scientifico. Un’altra delle cose che manca tantissimo nel nostro mondo sono infatti gli studi sugli sport cosiddetti tecnico-combinatori. Il caso di Daniel è paritario al sistema di crescita del cosiddetto “complesso Kostner”, vista Carolina come complesso fisico e mentale, entrambi sono atleti che hanno una certa dote fisica in crescita ossea e muscolare, quindi muscoli lunghi, ossatura leggera, rapporto bacino spalle positivo. Normalmente se hai un pattinatore che sviluppa il bacino largo a livello osseo ha sfortuna nel centro di rotazione perché il baricentro si trova più o meno sopra l’ombelico. Sintetizzando: se un atleta è largo di ossa gira meno veloce.
Esistono rapporti che si possono studiare, definiamoli di peso-potenza: se tu hai un rapporto di leve meccaniche che esprimono salto nel minor tempo possibile con minor dispendio energetico e allo stesso tempo hai un diametro o raggio piccolo ottieni il massimo di espressione della capacità di saltare e di fare rotazioni in aria. La fisicità sta la base ma è una dote intrinseca alla persona, dipende dalla genetica e anche in parte all’alimentazione. Alla base del valore c’è quello, successivamente come ti alleni e in che tempi arrivi a determinate cose. Poi esiste il lato mentale, ci sono competenze neurologiche complicate da analizzare. Secondo me in generale prima arrivi a impostare il quadruplo meglio è rispetto ad ogni tipo di atleta che tu hai, soprattutto per ciò che concerne la capacità di riuscire a riproporre tante volte qualcosa di molto difficile: si tratta di una catena di movimenti complessa che meccanizzi tanto quanto prima tu fai. Questo è legato allo sviluppo del cervello e delle competenze. Esistono delle finestre temporali entro le quali puoi fare un determinato tipo di sviluppo prima che si chiudano; quindi vai a mettere dei tasselli sulle competenze già acquisite: per rendere fluido e facile un elemento difficile in ogni sport prima ci arrivi meglio è, per la fluidità del gesto e per il fatto di avere molto meno attiva la fase cosciente“.

Ovvero?

Se io imparo un quadruplo da molto piccolo sono molto meno concentrato e spendo meno energia nel farlo perché il mio corpo è in grado di eseguirlo senza troppa concentrazione. Poi però esiste una casistica ristretta di quelli che fanno altri sport, per esempio equitazione o danza classica, che iniziano a tredici anni a pattinare e dopo due anni fanno già il triplo axel. Esistono ma sono grandi fortune in quanto naturalmente dotati“.

L’attuale terza forza azzurra, Gabriele Frangipani, è un tuo atleta. Anche lui ha stupito in questa stagione piazzandosi agilmente al tredicesimo posto ai Campionati Europei di Graz. Pensi che la competizione interna con Daniel Grassl lo abbia stimolato a migliorare? Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono i tuoi due atleti?

Loro due hanno sempre gareggiato assieme sin da piccoli, lo stimolo lo hanno sempre avuto. Sono due mondi diversi: uno più forte e potente, l’altro leggero ed elastico, uno più passionale e l’altro più cognitivo. Quello che li ha sempre stimolati è il contesto competitivo. Daniel è arrivato da me qualche anno prima di Gabriele. Dopo aver visto il miglioramento di Daniel l’allenatrice precedente di Gabriele mi ha chiesto di lavorare anche con lui: ha fatto una grande crescita anche se deve lavorare per eseguire in maniera più pulita gli elementi in gara. In questa stagione Gabri è riuscito a presentare con costanza programmi tecnici di spessore e abbiamo lavorato tanto sul quadruplo toeloop, salchow e Loop. Di certo vogliamo inserirli al più presto in gara e cercare podio nel circuito di Grand Prix Juniores.
Per quanto riguarda Daniel, il quadruplo toeloop e il quadruplo salchow sono salti che in allenamento atterra anche se è tendenzialmente più forte dal lato destro, per questo è un grande saltatore di rittberger, flip e lutz. Da un certo punto di vista è un vantaggio perché flip, lutz e loop valgono di più, quindi uno deve anche giocare con le carte che ha. Quando la crescita dei miei ragazzi sarà terminata si potrà lavorare su una struttura fissa. L’ultima grande fortuna di Daniel è quella di essere leggero ed elastico, questo consente una grande capacità di prevenire gli infortuni, fattore che su un’evoluzione di un atleta fa tantissimo. L’elasticità è una fortuna innata, abbiamo visto ad esempio Alina Zagitova faticare molto in quest’ultima stagione dopo la crescita: quando sono piccole puoi lavorarci di più, poi cambiano, vedi Lipnitskaya, Zagitova, Medvedeva, divenute in un certo senso più inefficaci con il processo di crescita compiuto“.

In questo senso pensi che Shcherbakova, Trusova (che ha recentemente lasciato Eteri Tutberidze per approdare da Plushenko) e Kostornaia avranno lo stesso destino della pattinatrici citate? Molti pensano già a Kamila Valieva come potenziale outsider per Pechino 2022…

Probabilmente sì, ma c’è un fatto: alla Russia interessa conquistare le medaglie; hanno un tipo di ragionamento e un tipo di cultura differente dalla nostra. Per questo motivo gli allenatori sono superstar: Mishin, Tutberidze, Tarasova, Mozer, Buianova. Loro sono i forgiatori di medaglia, chi conquista la medaglia è più che altro un mezzo. Noi non ci possiamo proprio avvicinare a un concetto del genere; io sono felice di quello che ho fatto fino a questo momento, ho lavorato l’80% del mio tempo su Daniel, Gabriele e con gli altri atleti. Non ho il tempo né la forza di fare lo stesso tipo di lavoro con i pattinatori molto piccoli. In Russia arrivano bambini di 8 anni già competitivi da portare avanti. Noi portiamo avanti solo quello che abbiamo, è molto diverso, il contesto lì è di altissimo livello. Il primo approccio al ghiaccio è già professionale, a 6 e 7 anni fai già il doppio axel. L’aspetto positivo per il nostro movimento è che finalmente, dopo tanti anni, il livello dei nostri allenatori è cresciuto tantissimo“.

Dalla scorsa stagione è entrata nel tuo roster la milanese Elisabetta Leccardi, pattinatrice di alto profilo che ha rappresentato l’Italia ai Mondiali di Milano nel 2018. Qual è stato l’impatto con lei?

Il caso suo è opposto a quelli su cui abbiamo discusso in precedenza: siamo davanti a un tipo di atleta che è riuscita a fare da piccola gesti tecnici complessi con un fisico esile e minuto e fasce muscolari veloci e reattive. Elisabetta crescendo non ha fatto un adattamento tecnico per via di svariati stop: se hai infortuni a catena correlati dallo sforzo e nessuno che ti dice che devi stare ferma perché c’è il circolo vizioso delle qualifiche, dei test, del Grand Prix, vai a finire che ti rompi davvero, stando poi ferma quando era meglio non farlo, ovvero nel periodo dello sviluppo. Elisabetta è arrivata da me un mese prima dei test del Grand Prix fuori forma, da ex infortunata e con una resa precaria. Io quest’anno ho cercato di scaricarla tanto dall’aspetto agonistico, dall’attesa dei grandi risultati per provare a cambiare; ahimè non ci sono riuscito al cento per cento anche perché la federazione vuole comunque rispettare i criteri di selezione della nazionale. Quando avrei voluto togliere le gare e partire dai basilari mi sono ritrovato nella situazione di non poterlo fare; lei è alta, esile spesso subisce infortuni nel basso della schiena, non è ancora in grado di usare tutta la sua forza e tende ad andare in sovraccarico. L’allenamento nel tempo è molto migliorato e lei ne è molto cosciente. La pausa del Coronavirus per lei è stata e sarà molto positiva, sta approfittando del momento per eseguire degli esercizi di base fondamentali“.

Come ormai tradizione in questo ciclo di interviste la domanda finale riguarda il miglior programma di questa stagione. Qual è stato secondo te, a prescindere dalle specialità?

Molto complicato rispondere. Sono uno che guarda poco le competizioni da quando ho tanti atleti. Guardo molto i protocols e poco le gare e non ho un atleta preferito in auge. Sono rimasto impressionato dalla costruzione e del programma libero dei canadesi Kirsten Moore Towers e Michael Marinaro, soprattutto guardando alla loro storia:  non sono bellissimi ma riescono a fare dei programmi eccezionali. Per il resto non credo di avere un programma preferito. Mi emoziona certamente Jason Brown e non mi ha dispiaciuto l’anno scorso l’esperimento nel corto, poi cambiato, di Evgenia Medvedeva. Poi permettimi di dire che sono rimasto trasportato da molti programmi dei miei atleti: per me agli Europei vederli molto coinvolti nel libero è stato meraviglioso. L’orgoglio più grande è vedere i tuoi atleti in grado di fare ciò per cui sono preparati, vedere che hanno le ali per spiccare il volo da soli, quindi qualcosa che non ha a che fare con vittoria; forse è proprio questo il bello di questo lavoro: vedere la tua competenza e la tua capacità espressa dall’atleta, sentirsi parte del suo percorso, avergli dato le linee guida su come gestire il suo corpo, insomma, cesellare un diamante, che poi tra l’altro è sempre stato lì nascosto fin dall’inizio“.

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Foto: Olivier Brajon (per gentile concessione di Lorenzo Magri)

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