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Tommaso Baldasso, basket: “Alla Virtus Roma hanno creduto in me e io credo in loro. Ho fame di raggiungere tutti gli obiettivi possibili”



Su di lui, dopo Virtus Roma-Olimpia Milano dello scorso finale di ottobre, ha speso parole molto lusinghiere Ettore Messina, lasciandosi andare a un “Ma quanto è forte?”. Tommaso Baldasso, 22 anni, di Collegno, da quattro stagioni ha sposato la causa romana, in un percorso che lo ha portato a diventare l’uomo sul quale la Virtus punta per il futuro, come dimostrato dal rinnovo triennale della scorsa estate. Abbiamo raggiunto telefonicamente Baldasso, che ci ha raccontato il suo vissuto cestistico, la situazione attuale e gli obiettivi futuri.

Come hai cominciato con la pallacanestro?

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“Ho iniziato che avevo quattro anni e mezzo. Ero molto appassionato di calcio, poi sono andato al campetto con mio padre, un ottimo “picchiatore” delle minors, presi questa palla da calcio con cui stavo giocando nel campetto da basket, imitai il gesto che mio padre stava facendo verso il canestro e a quel punto lì ho capito che sarebbe diventato il mio sport, e anche lui ha compreso che potesse essere una buona idea portarmi a giocare a pallacanestro”.

Qual è stato il tuo percorso nella trafila delle giovanili?

“Ho fatto minibasket fino ai 12 anni a Collegno, a casa mia, in quella che poi era l’Auxilium, il vero simbolo era rimasto a Collegno. Poi mi son spostato a Moncalieri, alla PMS, rimanendoci fino ai 18 anni quando sono venuto a Roma”.

In quegli anni (fino al 2015) si giocava sul campo della Stella Azzurra, a Roma, uno dei tornei giovanili organizzati dall’Eurolega. Nel 2015 sei andato a giocarlo in “prestito” con Milano.

“Ho fatto solo quel torneo lì lontano da Moncalieri perché sono stato invitato dall’Armani, però quella comparsa lì l’ho fatta”.

Quando sono arrivate le prime chiamate in azzurro?

“La prima volta a 15 anni, anche se già avevo fatto alcuni ritiri a 13-14 anni. La prima vera maglia azzurra l’ho messa a 15 anni con l’Under16, l’annata era la ’97 e avevano portato me e altri tre giocatori con i più grandi per fare esperienza. Da lì fino all’Under 20, dove purtroppo poi non son stato convocato per l’Europeo, ho sempre vestito la maglia azzurra”.

Poi avresti dovuto affrontare i Mondiali Under 19 nel 2017 (quelli in cui l’Italia arrivò in finale), ma non ci sei potuto andare.

“Quell’anno non sono andato perché avevo lo stesso problema alla spalla che mi porto dietro anche oggi, e quell’estate lì non ero riuscito ad andare perché si era riacutizzato il dolore, quindi mi sono dovuto fermare. Si tratta di un’instabilità della spalla e altri piccoli problemi di legamenti e un altro di cartilagine. Per risolverlo completamente servirebbe un intervento e star fermo quattro mesi, ma finché riesco a giocare non vorrei fermarmi”.

Come sei arrivato alla Virtus Roma, cosa e chi ti ha convinto?

“Al tempo Simone Giofrè (prima consulente e poi direttore sportivo, ndr) già nella stagione 2015-2016 mi chiese a gennaio di venire a Roma, ma avevo un problema alla schiena e a Torino stavo facendo una bell’annata in Serie B, per cui avevo preferito rimanere lì a finire l’annata. Durante l’estate, alle finali nazionali Under 18, mi vennero a vedere Giofrè e Fabio Corbani (ingaggiato come coach dalla Virtus a fine stagione, ndr). Mi parlarono subito, si presentarono in maniera molto educata, mi chiesero cosa volevo fare nella mia vita. Dissi loro che avrei voluto andare via da Torino per provare a fare il giocatore, e lì Corbani durante l’estate mi chiamò spesso e volentieri per cercare di portarmi a Roma, ma in realtà non ci volle tanto perché dopo due chiamate gli dissi che volevo venire a Roma perché è una città molto bella e affascinante, la società ha storia e tradizione, son passati grandi campioni per cui era per me anche uno stimolo venire a giocare nella Capitale, e c’era anche l’ambizione in tre anni di vincere il campionato. Questa fu la promessa che feci anche io a Giofrè quando firmai. Se quello era il suo obiettivo, noi avremmo vinto il campionato, e così è stato”.

Peraltro il primo anno è stato quello in cui il gruppo è riuscito a ricreare una sintonia per la quale si sentiva che c’era qualcosa. Quel gruppo nuovo, con Anthony Raffa, John Brown, faceva capire che si respirava un’aria diversa rispetto a quella dell’anno precedente. Le cose migliori che ti ricordi?

“Dell’anno prima erano rimasti soltanto Giuliano Maresca e Gabriele Benetti. Per le cose migliori, sicuramente il primo canestro fatto a Roma contro Agrigento, al primo svantaggio della partita, un tiro che Corbani mi ha sempre detto di prendere, con coraggio, un po’ di follia l’ho preso. Poi ci sono tanti episodi che hanno caratterizzato quella stagione. Il fatto che eravamo partiti come una squadra che a detta di qualcuno non doveva fare nulla di particolare, se non di nuovo i playout, e invece poi sono arrivati i playoff. Era una squadra giovane, con tanti ragazzi nuovi, gente che voleva esplodere, che voleva fare una buona annata. Lo stesso Massimo Chessa che arrivava da Trapani venne qui e fece un’annata devastante. Quella è stata la stagione un po’ della sorpresa, essere la mina vagante di un campionato in cui c’erano squadre molto più attrezzate della nostra. Noi siamo stati bravi a seguire le direttive di Corbani, a rimanere uniti, a creare un bel gruppo, perché eravamo tutti giovani che volevano emergere e farsi vedere. Siamo riusciti a sistemare bene quest’obiettivo comune e raggiungere poi un traguardo che era importante”.

Benetti che ha rischiato davvero di smettere di giocare e poi invece ha firmato con Latina.

“Sono stato felice di averlo rivisto negli scrimmage durante la prima pausa, perché alla fine si merita di giocare anche lui. Era un ragazzo che aveva tantissimo potenziale ed è stato sfortunato, e spero che riesca a fare del suo meglio”.

E quella squadra aveva anche John Brown (attuale centro di Brindisi) all’esordio in Italia e Anthony Raffa che sembrava essersi vestito da leader.

“John era micidiale, aveva un’energia incredibile. Lì però non c’era un vero e proprio leader, c’erano momenti di fuoco da parte di tutti, “Tonino”, per carattere suo, non è un enorme trascinatore, è più uno che ha delle grandi fiammate con cui ti può dare una mano. Siam stati bravi anche perché abbiamo saputo convivere col fatto che non ci fosse un vero e proprio leader, ma che tutti potessimo stare in campo e dar qualcosa”.

In mezzo ci fu l’Europeo a Samsun, in Turchia, che fu spostato a dicembre perché a luglio c’erano state tensioni successive al fallito golpe contro Erdogan. I ricordi di quella medaglia di bronzo e dell’esperienza?

“Io metto sempre sullo stesso piano nelle giornate più belle della mia vita sportiva la promozione con la Virtus e la medaglia di bronzo con l’Under 18. Fra l’altro è una soddisfazione che ha quel retrogusto un pizzico amaro per cui pensi “ho vinto una medaglia, potevo vincerne una più bella”, però c’è quella sorta di emozione che quando la ricordi dici “ho vinto la medaglia di bronzo”. E questa squadra era un’altra di quelle che non doveva vincere niente, che era una buona squadra ma che poteva non vincere niente e non sarebbe stata una sorpresa. La vera sorpresa è stata andar lì e vincere una medaglia, e in un contesto in cui tu lavori un’estate intera, l’Europeo salta, ci torni a dicembre, ci è tornato anche utile, vincere una medaglia, in quel modo, giocando determinate partite con un’intensità incredibile, rimanendo unitissimi, un gruppo che non si vedeva da mesi è riuscito a ritrovare di nuovo una chimica in poco tempo, secondo me è un insieme di cose per cui poi quando guardi la vittoria della medaglia di bronzo, pensi che non è un miracolo, però sì, ce la siamo meritata, perché alla fine è una gioia immensa. E da lì nasce l’hashtag #illegale che ci siam sempre portati dietro”.

E in quella Nazionale ci son stati tanti giocatori che poi sono arrivati in Serie A.

“Sì, e ce ne sono anche altri che magari arriveranno tra un anno, altri ancora che faranno una carriera da protagonisti in A2, io questo non lo posso sapere. Ci sarebbe anche gente come Tommaso Oxilia che potrebbe benissimo giocare in Serie A, ma è stato sfortunato. Si è rotto il crociato anche lui, però è uno che sono sicuro che salirà”.

Poi che cos’è successo la stagione successiva?

“Ci siamo trovati con la squadra un po’ diversa, siamo partiti male e siamo stati sfortunatissimi perché avevamo preso Francesco De Nicolao (fratello di Andrea, N.d.R.), che doveva essere un play che ci dava una mano importante e si è fatto male prima dell’inizio della stagione, è arrivato Nicolò Basile che purtroppo arrivava da un momento di condizione non perfetta. Abbiamo iniziato con tanti problemi fisici, Chessa si era fatto male in preparazione e poi al rientro si ruppe il dito. Non fu una cosa semplicissima, è normale che ci sia stato un periodo iniziale in cui siamo stati molto in crisi, anche gli americani avevano avuto problemi fisici. Quindi diciamo che non avevamo a volte il numero giusto per allenarci per sfortune varie, un po’ come anche quest’anno è successo, per sfortune varie, e chi ne ha pagato le conseguenze è stato Fabio (Corbani, esonerato all’ottava di andata, N.d.R.), ma è stato un anno che ci ha insegnato molto e ci è tornato utile per quello successivo”.

Poi venne anche Davide Parente da Torino in A, e lui perse il padre poco dopo l’arrivo.

“Anche quella cosa lì fu una botta importante per lui, nel senso che è stata emotivamente parlando una cosa molto dura e molto forte. Lo sarebbe per chiunque, lui con suo padre aveva un rapporto suo. Davide è un mio amico, quindi spesso lo sento ed è dispiaciuto anche a me. Lui è rimasto molto scottato da questa cosa, com’è quasi normale”.

In quella stagione, fra l’altro, si fecero male tante volte i lunghi, a un certo punto erano fuori tre su cinque.

“Sì, è andata a finire che a un certo punto ci sono stati giocatori che erano 3 e hanno dovuto iniziare a fare il 4, come Maresca adattato. E’ stato più difficile, poi alla fine siamo andati a prendere Davide Raucci che ci ha dato una grossa mano e siamo riusciti a cavarcela, ma è stata veramente un’annata sfortunata”.

In quel periodo ci fu anche la chiamata con la Sperimentale di Meo Sacchetti.

“Ci furono quei due giorni di ritiro a Cremona, ed è stato bello, perché sei al passaggio successivo. Non ti senti al gradino più alto, ma ti senti che comunque quel sogno che vorresti coronare si sta per avvicinare, quindi sicuramente è stata una bella emozione anche andar lì. Secondo me la Sperimentale è un passaggio intermedio, è un po’ come definirla la squadra B della Nazionale, dovrebbe esserlo”.

E poi dall’anno dei playout è venuto quello della promozione, in cui è cominciata una specie di discorso particolare. Sei partito con Nic Moore, arrivato da Brindisi, che era il play titolare, e ci sono state delle occasioni in cui è sembrato che fosse più lui ad aver bisogno di te che tu di lui, per certi versi.

“Secondo me con Nic c’è stato un bel feeling, subito un bel rapporto anche fuori dal campo, nel senso che quando entri in spogliatoio e vedi che c’è questo ragazzo che ride, scherza, è alla mano, poi diventa più facile andarsi incontro nelle situazioni di campo. Lui aveva questo modo di giocare che si sposava bene col mio, che fu aiutato da tutti i compagni e anche dallo staff tecnico e dirigenziale, perché poi quando uno vede che ci può essere un problema, che non è ancora un problema, però potrebbe verificarsi, allora trova la soluzione in anticipo. Quando abbiamo capito che Nic aveva questo modo di giocare un po’ più da guardia in certi momenti siamo stati bravi a trovare il giusto equilibrio, io e lui in campo, da cercare comunque a lui di far sfruttare le sue caratteristiche, e magari cercare di farlo stancare il meno possibile e portare palla io, cercare di chiamare qualche gioco in più per lui, e quindi lui è stato bravo a sfruttare quest’occasione e io son stato bravo a sfruttare l’occasione di quelle volte che era più guardia che play e quindi riuscire a rubargli un po’ di minuti”.

Il momento più difficile di quell’annata?

“Sicuramente è stato a Rieti, dove eravamo avanti di 22 nel terzo quarto e poi perdemmo, ma c’è stato un momento difficile perché arrivi a un certo punto in cui comunque giocare per vincere tutte le partite è bellissimo, ma è più stressante. A volte si sentiva quell’ansia che i giornali comunque ci avevano puntato tanto addosso già dal primo giorno di ritiro, in cui si diceva “la Virtus Roma è una squadrona, vincerà”. Noi abbiamo comunque provato a non guardare la classifica per quanto possibile, poi sicuramente dopo Rieti c’è stato un calo, un accumulo di stress per il quale non riuscivamo più a giocare bene come prima ed è successo quello che è successo. Poi alla fine abbiamo conquistato la promozione, quindi va benissimo così!”. 

Com’è nato il discorso del rinnovo per tre anni?

“Io avevo già espresso la mia volontà di rimanere a Roma, avevo detto che stavo bene. Ovviamente quando apri mezza porta poi devi anche vedere come vanno le situazioni. La società è stata molto intraprendente, ci siamo parlati più volte. Loro erano molto intenzionati a rinnovarmi, e per questo ringrazio il patron Claudio Toti, il figlio Alessandro che poi ha assunto la presidenza, il direttore sportivo Valerio Spinelli e il direttore operativo Francesco Carotti, perché comunque siamo riusciti a trovare il giusto progetto. Abbiamo deciso di sposarlo per la seconda volta, e non è semplice. Loro mi hanno messo di fronte a una scelta che era difficile da rimandare perché il progetto era molto ambizioso, ed è un progetto che ancora oggi, malgrado l’annata sia andata in un certo modo verso la fine, che io voglio continuare a fare. Loro hanno creduto in me e io credo in loro, perché mi hanno dato fiducia fin dal primo momento, quindi perché non continuare su questa strada in questo club? Sicuramente è nato tutto in maniera molto tranquilla, ne avevamo parlato già da tempo, l’abbiamo fatto uscire con calma perché era giusto, la società doveva anche riorganizzarsi su tante cose, però siamo sempre stati in contatto, ci siamo sempre sentiti e quando loro mi hanno spiegato il modo in cui volevano lavorare su di me io non ho potuto dire di no”.

E poi questa stagione. Una prima metà con sette vittorie, poi le nove sconfitte e la situazione di Jerome Dyson. Cos’è successo?

“Non so se qualcuno si sarebbe aspettato un inizio di campionato di questo genere, nel senso che comunque abbiamo vinto sette partite che, secondo me, nessuno pensava che potessimo vincere. E avremmo meritato di vincere anche a Venezia, quindi sarebbero state otto. Nel corso della stagione avremmo potuto tranquillamente avere otto punti in più rispetto a quelli che abbiamo ora, perché mi viene in mente sempre Venezia, ma anche Brindisi, Pistoia. Ci sono partite che potevamo tranquillamente portare a casa. Quello che mi dispiace è che di sicuro l’annata è partita in un certo modo, c’era più carica, eravamo molto carichi, volevamo far vedere che non eravamo quelli che molto probabilmente sarebbero retrocessi, ma quelli che lottavano per un qualcosa di più. Poi ovviamente ci sono delle cose che noi magari non conosciamo, però vediamo le situazioni come vanno. Jerome è stato un caso a parte, nel senso che di lui non abbiamo saputo assolutamente niente. Abbiamo capito che c’era qualcosa nell’aria, ma quelle son situazioni che poi alla fine gestiscono club e giocatore stesso, quindi sicuramente ha avuto un periodo di calo, ma come ha detto anche lui qui non si trovava più bene, quindi sicuramente ha fatto la scelta migliore, perché se uno dice di non trovarsi bene in un posto farà più fatica a giocarci e questa cosa è stata abbastanza evidente. Un po’ ci ha buttato giù, doveva essere la stella di questa squadra insieme a Davon Jefferson, che ha continuato per la sua strada, ha continuato a giocare, magari lui si trovava meglio di Dyson, che nel momento in cui si è trovato male ha iniziato a giocare in maniera abbastanza strana, sottotono, non era più lui e quindi sicuramente questo ci ha affossato. Se la tua stella inizia a giocare così, può essere che tu abbia dei problemi in breve tempo”.

Poi c’è stato questo momento un po’ surreale nel quale da una parte arrivavano le notizie dal mondo sul coronavirus, dall’altra sono arrivati prima Jaylen Barford, poi Corey Webster (con tutti i problemi del jet lag che non si può smaltire in due giorni), che sono rimasti troppo poco tempo per dimostrare quello che valevano.

“Però mi sembra che Webster sia comunque un giocatore valido, perché già dalla partita con Sassari aveva mostrato le sue qualità malgrado fosse arrivato da poco e non fosse ancora entrato nel meccanismo nel gioco, ma aveva già fatto vedere di essere un ottimo giocatore. Barford ha avuto un po’ più di tempo, è un ragazzo che penso sia venuto qua con grande voglia e determinazione dopo una parentesi forse per lui brutta come quella di Pesaro, ed è sempre rimasto molto disponibile per tutti, un ragazzo che comunque ci metteva tutto quello che aveva. Non parlerei mai male di un mio compagno di squadra perché nessuno si è mai comportato male con me e nemmeno a livello del gruppo”.

Come state vivendo tutti questo problema dell’interruzione? Com’è allenarsi sapendo che si naviga praticamente a vista?

“E’ un momento particolare, difficile. Noi alla fine siamo qui che proviamo a impegnarci, a pensare che ci sia una ripresa, a cercare di non arrivare a fine quarantena avendo perso forma fisica, per quanta si possa mantenere in questo periodo qua. Facciamo gli allenamenti a casa, i cardio che ci sono stati girati dal preparatore atletico Fabrizio Santolamazza, ma ripeto, è difficile cercare di mantenere una linea. Noi non sappiamo niente, non sappiamo quello che succederà. Di sicuro in questo momento è più importante pensare alla salute di tutte le persone, perché parlare di sport adesso lo trovo veramente triste. Ci sono persone in prima linea a fare la guerra contro un virus che non si sa da dov’è uscito, non si sa niente, questi sono lì in prima linea che ci combattono, forse loro in questo momento meritano di essere più chiacchierati di noi”.

Secondo te come potrebbe evolvere il discorso relativo a questa stagione, per quanto, come hai detto, sia difficile pensarci mentre ci sono altri che lottano per vivere e far vivere?

“Io penso che questa stagione la chiuderanno, penso che sia giusto fermarsi, capire quello che sta succedendo realmente e capire che ci sono persone che sono morte e che non possono vedere i propri cari, con questo virus che non si sa fino a quando potrà andare avanti. Secondo me la stagione in questo momento verrà chiusa, ma io non decido niente, è normale. Se domani mi dicono di scendere in campo, io torno in campo anche volentieri perché è normale che ognuno di noi abbia voglia di giocare, però razionalmente forse bisognerebbe fermarsi e pensare a salvare il salvabile e cercare di capire che ci sono cose più grandi di noi in questo momento qua”.

Quanto è stata strana l’ultima partita al PalaEur a porte chiuse, in un ambiente spettrale, senza gente sugli spalti, nell’ultima partita contro Sassari?

“E’ stato difficilissimo, io ad esempio non ho giocato, però mi guardavo intorno e mi dicevo “mamma mia, non si capisce niente”. Una tristezza assoluta, fra l’altro ci siamo spaventati tutti quanti perché si era diffusa la voce incontrollata di un possibile contagio. Lì è stato un disastro. E’ stato veramente un momento strano perché non si è capito niente di quello che stava succedendo, un momento di confusione in cui non sapevamo neanche cosa fare, cosa dire, paralizzati come a dire ‘e adesso che è successa questa cosa qui, che facciamo e cosa sappiamo noi?’ “. 

Ritornando a cose di campo, il modello a cui ti sei ispirato di più per il tipo di gioco qual è stato?

“Un modello vero e proprio non ce l’ho, cerco di fare del mio meglio. Penso che sia giusto seguire il proprio stile. L’unica cosa a cui mi ispiro tanto perché mi diverte vedere la semplicità con cui fa le cose è sicuramente Milos Teodosic, però uno non può guardare, secondo me, un singolo giocatore per prendere tutto, ci sono tanti giocatori che possono farti vedere tante loro qualità. Ci sono giocatori come David Moss che ti possono far vedere delle qualità difensive, Peppe Poeta è un giocatore molto scaltro, molto furbo, quindi puoi prendere qualcosa anche da lui. Guardo quello che fanno i giocatori contro cui gioco e provo a prendere qualcosa, a rubare qualche piccolo trucco e poi farlo mio. Poi c’è Sergio Rodriguez che è uno che ha una capacità realizzativa fuori dal normale, quando lo guardo ha l’aria del vincente, di uno che quando è il momento decisivo lui fa il canestro giusto, che quando entra ha quelle fiammate in cui è in grado di mettere in ritmo anche Ettore Messina, se vuole, perché è un fenomeno, è molto leader. Teodosic è disarmante, non sai cosa fare perché lui fa le cose con una facilità estrema”.

Fra l’altro, Teodosic sembra quasi avere una sorta di leadership condivisa con Stefan Markovic e Giampaolo Ricci nel gruppo della Virtus Bologna.

“Teodosic è la stella di quel gruppo, ovviamente tutto è incentrato su di lui. Quando è entrato lui contro di noi alla prima di ritorno ha cambiato la partita in un minuto e mezzo, eravamo 11-0 e poi è finita la partita. Markovic è secondo me il giocatore che si sposa alla perfezione con lui, è uno che fa un lavoro diverso, fa girare la squadra, riesce a sposarsi con Teodosic e Ricci è un altro che riapre gli spazi. Ma sono fatti molto bene, sicuramente lì quella che è la stella è sicuramente Teodosic, poi ha tutti giocatori intorno che hanno grande esperienza e capacità di adattarsi a determinate situazioni, sono riusciti a incastrarsi bene in un determinato sistema di gioco, quindi secondo me sono tanti i fattori che li rendono molto forti”.

C’è un obiettivo preciso a cui vuoi ancora arrivare e cui tieni tanto?

“Ce ne sono tanti. Ogni tanto qualcuno mi chiede se sono soddisfatto. Non sono mai soddisfatto, perché se me lo chiedono posso dire “sono contento di com’è andata l’annata”, ma non soddisfatto. Sono tanti gli obiettivi che vorrei raggiungere, come quello di poter vestire la maglia della Nazionale, anche se so che è difficile, però uno ci prova e da tutto per raggiungerlo. Voglio dire, ho 22 anni, ho fame di raggiungere tutto quello che posso raggiungere, e quel che potrò raggiungere lo raggiungerò, sono tanti obiettivi e se anche non li avrò raggiunti avrò il cuore in pace per aver messo comunque tutto quello che avevo per raggiungere quell’obiettivo.”

Mannion, Moretti, Spissu, Pajola. Stiamo tornando a produrre tanti bei play, tanti giocatori…

“Ci sono stati gli anni di Hackett, di Vitali, di Poeta, che sono durati per tante generazioni, poi ovviamente adesso è un momento diverso. C’è Spissu, ci sono tanti giocatori emergenti, quindi alla fine uno dovrà far la guerra nel senso positivo della cosa, con tutti, per guadagnarsi un posto”.

Fra l’altro Hackett e Vitali hanno lasciato la Nazionale, perché a un certo punto arriva quel momento in cui devono scegliere se fare la Nazionale o i club.

“Alla fine son tutte situazioni diverse rispetto alle dinamiche di un club normale, perché tu vieni scelto per giocare, quindi devi dimostrare che ci sei e giochi, mentre invece una selezione dipende tanto da quello che sarà”.

Rapporti con gli allenatori: quanti e quali sono quelli che ti hanno lasciato il maggior segno fino ad ora?

“Se dovessi fare una top 5 dei miei allenatori metterei sicuramente il mio allenatore di minibasket, che era un super nel suo, una persona molto attenta ai particolari, che mi ha insegnato le basi ed è una di quelle persone con cui ho ancora un buon rapporto e che ringrazio assolutamente. Poi ci sono Vincenzo Di Meglio, che è stato il mio allenatore nelle giovanili per 3-4 anni, ed è stato veramente il più bravo a quel livello. E poi metterei Andrea Capobianco, che per quanto io abbia avuto poco e soltanto in Nazionale mi ha insegnato tanto soprattutto a livello di testa, di calma, di consapevolezza, di quello che uno può e non può fare, di gestione di alcuni ritmi, di fiducia. Sicuramente è tra i migliori per capacità, è bravissimo, anche per caratteristiche umane. Poi metterei Fabio Corbani e Piero Bucchi. Corbani perché a 18 anni mi ha lanciato in Serie A2, e spesso finivo le partite con lui, che era quasi una cosa anormale per chiunque non si chiamasse Davide Moretti, e quindi lo ringrazio tanto, perché mi ha lasciato tanto. Bucchi è la persona che ho avuto per più tempo da senior, ormai da due anni, e ho un bel rapporto umano, in campo, c’è un’ottima comunicazione tra me e lui. Mi ha sempre aiutato, quindi diciamo che tutte queste cinque persone le apprezzo tantissimo dal punto di vista umano e poi come allenatori, perché penso che la parte fondamentale sia il lato umano di un allenatore. Loro sono quelli che ho saputo apprezzare di più dal lato umano”.

Quant’è importante il fatto che tu, Moretti, Spissu, Pajola, giocavate minuti importanti già in A2?

“Certamente tanto, c’è un senso di responsabilità che viene dato quando si è giovani. Corbani mi chiamava “Pippo” all’inizio, per prendermi in giro, perché ero piccolino (ride), però lo faceva quasi con quella sorta di sfida, per spronarmi, perché sapeva che se qualcosa mi dava fastidio io mi arrabbiavo e facevo ancora di più. Sicuramente lui mi ha dato tante responsabilità, poi come tutti gli altri ragazzi che le hanno avute in A2 con un certo tipo di percorso poi si sono trovati negli anni dopo a saper gestire determinate situazioni in campo e fuori in maniera diversa, più matura”.

La scelta di nominare capitano Giovanni Pini dopo la partenza di Dyson è nata in spogliatoio?

“In realtà è Bucchi che ce l’ha detto, ma l’avremmo votato tutti quanti nel caso ci fosse stata necessità, perché è un ragazzo molto intelligente, viene ascoltato in spogliatoio, e quello per essere capitano è una cosa fondamentale. Ha sempre una parola positiva, è una persona molto generosa, anche questa è la qualità di un capitano, quindi lui, che le riassume bene, era perfetto per questo ruolo, e alla fine infatti è stato lui quello scelto ed era giusto così. In quel momento è stata la soluzione migliore”.

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Credit: Ciamillo

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