Marco Ceron, basket: “A Brescia non mi sono mai sentito solo. Sulla Serie A ogni questione va affrontata a bocce ferme”

Dal 25 novembre 2018, il giorno dello scontro con Mouhammadou Jaiteh dell’Auxilium Torino che ne ha messo a serissimo rischio la carriera (frattura cranica), Marco Ceron non si è mai arreso. Ed è tornato. E anche se son stati quattro secondi, nell’ultima sfida di EuroCup contro la Reyer Venezia, per lui e per la Germani Brescia sono stati quelli più belli, dopo 464 giorni di attesa. Abbiamo raggiunto Ceron telefonicamente proprio nelle ore in cui la Serie A stava per chiudere i battenti: ci ha parlato del recupero, dell’importanza di chi gli è stato vicino e della sua carriera.

Come hai vissuto il tuo ritorno in campo a porte chiuse e più in generale il fatto di doverti fermare di nuovo non per infortunio, ma per coronavirus?

“È stato molto difficile. Ero contento, avevo fatto la prima settimana di allenamento con la squadra, ero riuscito ad andare in panchina con Venezia, e poi si è rifermato tutto. Un po’ mi dispiace, ho pensato “cavolo, proprio adesso che stavo per tornare davvero”, però purtroppo non si può far niente. Però è un grosso rammarico”.

L’aria dello stop alla Serie A2 e alla Serie A si sente, l’ha anticipato il consigliere federale Marco Tajana.

“Stiamo tirando un po’ avanti per vedere se c’è qualche spiraglio per ripartire anche perché tutti hanno interesse a farlo, ma la vedo molto dura. Me l’immaginavo, stiamo aspettando l’ufficialità, ma non credo ci siano possibilità di ripartire in un campionato in cui gli stranieri sono andati via, il pubblico non si può richiamare perché non si può radunare tutta la gente al palazzo”.

Il che può diventare pericoloso e causare nuovi focolai, come più d’uno ipotizza sia successo a Pesaro per la Coppa Italia, quando non si sapeva molto e fu sottovalutata la situazione.

“In quel momento ancora non si pensava che la cosa fosse di questa gravità, e non si è fermato tutto come invece è accaduto con la Coppa di A2, che però sarebbe stata giocata più tardi. Non si può fare niente, ora bisogna aiutare le persone che sono in difficoltà, hanno la malattia, e i medici che stanno lavorando tutti i giorni per salvare le persone. Noi se possiamo fare qualcosa, dobbiamo farlo. Se bisogna fermare i campionati, bisogna farlo“.

Durante la riabilitazione, quali sono state le persone più importanti?

“Dopo quello che è successo mi reputo fortunato a essere qui, a raccontare le cose, a poter vivere da persona normale, e adesso poi ho anche la certezza di poter giocare a basket, quindi sono anche contento. Ho avuto tante persone, dalla società alla città di Brescia, i tifosi, poi la mia famiglia, la mia fidanzata, i miei amici, sono stati tutti parte di qualcosa che non mi ha fatto mai dire “ok, mollo perché non ne posso più”, perché alla fine sono andato avanti un anno e mezzo con l’incertezza sull’avere l’idoneità o no. Tutte le persone intorno a me mi hanno fatto capire che valeva la pena di lottare per qualcosa, e ne ho avute molte. Non mi sono sentito solo neanche per un istante. Ci sono stati dei momenti di crisi, a volte tornavo a casa e mi dicevo “sono ancora qui, devo fare le cause, i ricorsi eccetera”, e allora ci sta che ci siano dei momenti in cui dici basta, dopo un anno e mezzo così. Però nell’ambiente in cui ero tutti hanno fatto sì che non mi arrendessi”.

La prima parte della tua carriera cestistica l’hai vissuta tra Treviso e Venezia.

“A Treviso sono stato fino all’Under 16, poi sono andato a Venezia dove sono arrivato fino all’ultimo anno delle giovanili, quindi mi sono spostato a Recanati”.

Quali sono i ricordi principali?

“A Treviso ho dei bei ricordi, anche perché entrai a far parte di una grande società. Mi ricordo che andavo a vedere la Serie A, negli anni belli, è stata un punto di partenza. La Reyer fu già qualcosa di più serio, perché ero andato là con degli obiettivi, già un po’ più grande, sapevo già quello che volevo, ma comunque sono scelte che se dovessi fare, le rifarei tutta la vita. Sono stati due punti di crescita per me importanti”.

Una Reyer che in quel periodo si stava riprendendo il posto nel basket di vertice che aveva in precedenza.

“Erano i momenti della rinascita, era nell’allora LegaDue, ma investiva molto perché voleva tornare in alto. Sono stati veramente dei begli anni”.

Poi Recanati.

“Fu il primo anno in B1, poi mi sono spostato a Napoli, in A2, e da lì sono tornato alla Reyer e sono rimasto sempre in Serie A con tre anni a Pesaro”.

Napoli con cui hai avuto un legame abbastanza lungo, in due periodi e due società diverse, delle (purtroppo) tante che si sono succedute in questi anni.

“Dispiace che Napoli abbia fatto questa fatica, perché è una piazza e una città che davvero mi è piaciuta. Se la società ha basi solide si può passare davvero un bell’anno di basket in un posto magnifico. Purtroppo ogni anno è andata male. Adesso mi sembra che si siano abbastanza stabilizzati, sono contento per loro perché è davvero una bella piazza che merita di più. Quest’estate avevo parlato coi dottori, c’era un bel progetto e hanno comprato gente di livello. Pino Sacripanti è andato ad allenare lì, e non è l’ultimo arrivato”.

E poi il ritorno alla Reyer in cui hai fatto un passo in più.

“Avevo l’ultimo anno di contratto con loro, avevamo un interesse comune e ho cercato di capire se ero pronto o no. Non ho avuto tantissime occasioni, ma anche quella è stata un’esperienza che rifarei subito: il primo anno in Serie A, con una squadra con tanti campioni e in cui tutti i giorni potevi imparare da loro, con Recalcati come allenatore, e non serve presentare il suo ruolo nel basket italiano. È stato un anno di puro apprendimento che è servito molto, perché bisogna saper osservare”.

Chi ti ha cercato in particolare per andare a Pesaro?

“Ricordo che avevo fatto una bella partita sia all’andata che al ritorno contro di loro, si sono interessati. Ovviamente anch’io cercavo una società che mi desse più spazio per poter utilizzare l’esperienza acquisita l’anno prima anche guardando i miei compagni, ed era il posto giusto dove avere spazio, possibilità di sbagliare, di crescere, anche perché se si vuole crescere bisogna sbagliare, e in una società come la Reyer dove si puntava allo scudetto i margini di errore erano minori. Io ero molto giovane, avevo bisogno di più possibilità di sbagliare. Abbiamo trovato in Pesaro la soluzione ideale, quindi son rimasto tre anni“.

E in questi tre anni hai cambiato davvero tanti giocatori, perché Pesaro cambiava spessissimo gli americani e non solo.

“Ogni anno otto decimi della squadra erano nuovi, però alla fine ognuno fa quel che può, anche perché le risorse lì non sono tante, quindi è difficile anche creare un progetto duraturo. Se prendi l’americano che magari quell’anno ti fa bene, magari l’anno dopo va a cercare altrove delle soluzioni migliori per lui, però in quei tre anni lì la salvezza è sempre arrivata, hanno fatto il loro lavoro, anche con poche risorse”.

Di questi giocatori che hai visto e vissuto a Pesaro, chi ti è rimasto più impresso?

Austin Daye e Trevor Lacey“.

E poi è arrivata Brescia. Che tipo di tramite c’è stato?

“Purtroppo l’ultimo anno a Pesaro non è stato dei migliori, ho avuto qualche screzio, non era andato come nelle aspettative. Abbiamo deciso che era meglio cambiare, come una relazione in cui si sente che qualcosa si rompe, e in quell’ultima parte della stagione si era rotto qualcosa, quindi avevamo tutti e due bisogno di separarci ed è arrivata l’occasione di Brescia, che per me è stata la cosa più bella che potesse capitarmi nella carriera perché ci ho lasciato il cuore qui”.

A maggior ragione per le motivazioni di cui si è detto.

“Non pensavo di poter trovare una società e una città così, che mi sta sempre accanto anche se ho giocato solo due mesi, perché poi a novembre mi sono infortunato e tuttora non sono di fatto ancora tornato”.

Ritorniamo un po’ indietro: in Nazionale hai fatto tutta la trafila delle giovanili in cui ha vissuto anche l’argento di Bilbao agli Europei Under 20.

“Quello è arrivato al penultimo anno di giovanili, poi l’ultimo anno con la mia annata (1992, N.d.R.) siamo arrivati decimi. Il ricordo della Nazionale giovanile che ho è quello di Bilbao con Alessandro Gentile, Achille Polonara, Riccardo Moraschini, Michele Vitali, un bel gruppo”.

Quali sono gli allenatori più importanti, che ti hanno dato l’impronta?

“L’anno con Carlo Recalcati è stato incredibile. Lo spazio non era tanto, ma mi ha dato tantissimo. Poi l’allenatore migliore che ho trovato è stato Andrea Diana lo scorso anno a Brescia. Avevo trovato un bel feeling davvero, sapevo cosa voleva, ho trovato una persona vera, che ti diceva esattamente le cose come stavano”.

Il giocatore affrontato più importante?

“Sempre Austin Daye, perché ci ho giocato anche contro, per l’importanza che ha avuto per me e il rapporto che c’è tra noi”.

In questo periodo con la pausa e quando si sentiva ancora una speranza di ricominciare, poi andata scemando, come trascorrevi quei momenti e quanto riuscivi ad allenarti e a mantenere dei contatti con squadra e staff tecnico?

“Io comunque sono sempre rimasto qui a Brescia, la prima settimana non sono uscito di casa dopo l’ospedale, poi ho iniziato la parte aerobica, perché dentro di me c’è sempre stato il desiderio di tornare e nel momento in cui fossi tornato non volevo essere fuori forma, quindi la parte senza contatto l’ho sempre fatta finché non si è fermato tutto e non ho più potuto fare allenamento con la squadra, però quel che potevo l’ho fatto in termini di senza contatti, poi la parte con i contatti l’ho iniziata quest’anno quando ho avuto l’idoneità”.

Il discorso obiettivi per te è diverso da quello di tanti altri, perché si tratta soprattutto di poter tornare prima e di migliorare poi.

“Sì, fortunatamente sono ancora giovane e le cose da fare le ho. Per due anni mi è stato tolto il campo, quindi la voglia è tanta. Sono dell’idea che si migliori anche a 35 anni, non solo a 27 come me. In questo anno e mezzo ho cercato di migliorare gli aspetti che non mi piacevano o secondo me non erano all’altezza. Cerco di guardare il lato positivo di questa cosa, ho avuto più tempo di lavorare sulle cose sulle quali per me era più importante, e poi anche mentalmente, dopo un trauma del genere la forza mentale è grande, i pensieri sono molti e quindi devi essere forte. Io mi sono rafforzato da quel punto di vista”.

Quali sarebbero secondo te le azioni da dover intraprendere successivamente allo stop sia a livello sportivo che non?

“Alla fine dei conti qui la situazione è di quelle in cui il mondo ne risentirà economicamente. Noi saremo pronti a fare delle rinunce, come le sta facendo la persona che lavora tutti i giorni in ufficio. Si tratta di una cosa doverosa in questa situazione. Dal lato sportivo, invece, io non posso prendere decisioni, ma la vedo difficile, se si ricomincia bene, sarei felicissimo. La vedo dura. Sui passi che arriveranno eventualmente, penso che siano tutte cose che vanno affrontate a bocce ferme, quando la crisi è finita”.

Quali sono gli idoli che ti hanno segnato?

Da piccolo ero innamorato di Tracy McGrady, poi Dwyane Wade quando sono cresciuto un po’, però l’idolo sportivo di sempre è Roger Federer. Lui come sportivo per me è il massimo“.

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Credit: Ciamillo

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