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Giro d’Italia 2013: Vincenzo Nibali, l’eroe delle Tre Cime di Lavaredo



Più forte della bufera, più forte della neve, del vento, del freddo delle Dolomiti, ad una sola giornata dalla gloria, con quella maglia rosa conquistata centimetro dopo centimetro, contro tutto e tutti. Quel 25 maggio del 2013, sulle strade che conducono all’ultima salita della novantaseiesima edizione del Giro d’Italia, Vincenzo Nibali ha messo la ciliegina sulla torta di una Corsa Rosa dominata sin all’inizio, con ben quattordici giorni di leadership e due memorabili vittorie di tappa.

Ma l’impresa dolomitica alle Tre Cime di Lavaredo, di quel puntino rosa e azzurro in mezzo ad una tempesta di neve, è stata sicuramente l’immagine più pura e bella dell’essenza di questo sport racchiusa in un solo uomo, che da lì ad un anno sarebbe salito sul gradino più alto del podio del Tour de France, entrando nella storia come uno dei pochi eletti dalla tripla corona (Giro, Tour e Vuelta). Il 26 maggio 2013 Brescia ha abbracciato lo Squalo in divisa Astana, vincitore indiscusso di quella Corsa Rosa, che lo ha consacrato consacrato una volta per tutte come il nuovo Re del ciclismo italiano. Alle sue spalle Rigoberto Uran seguito da Cadel Evans; quarto l’indimenticabile Michele Scarponi, che tre anni dopo lo avrebbe supportato nella sua doppietta al Giro 2016, e che da tre anni a questa parte continua a dargli forza da lassù.

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Il giorno prima dell’impresa di Vincenzo Nibali alle Tre Cime di Lavaredo, i corridori furono costretti a rimanere nelle loro stanze. Era impossibile superare i 2600 metri di altitudine e la doppia scalata al Passio Gavia e il Passo dello Stelvio, i protagonisti di quella edizione del Giro e che avrebbero caratterizzato la tappa regina, con quel clima polare. Ma lo Squalo dello Stretto non era d’accordo: voleva una tappa storica da inserire nel suo palmares. La cronoscalata di Polsa contava sì, ma il Gavia e lo Stelvio sono la storia delle due ruote, uno spettacolo e un’impresa irrinunciabili. Per non parlare poi dei giudizi dei tifosi più criticoni e la loro definizione di “Giro falsato”. Vincenzo aveva sete di vittoria, voleva mangiarsela tutta questa Corsa Rosa. Rimaneva una sola occasione, una sola salita per mettere il punto definitivo, per cucirsi addosso, una volta per tutte, quella maglia, quel primato.

Pochi chilometri, ma che guardano tutti all’insù: da capogiro. Nessun altro passo di mezzo se non quello delle Tre Croci, la rampa di lancio verso le Tre Cime di Lavaredo. 3 gradi sotto zero, 600 metri di pendenza con punte del 18%. Ci provano in tanti a portarsi a casa questa frazione memorabile: Eros Capecchi, Gianluca Brambilla, Peter Weening, Robert Kiserlovski e Darwin Atapuma. Ma la maglia rosa è assetata di vittoria. Vincenzo scatta a 3000 metri dal traguardo e non ce n’è più per nessuno sotto quella bufera bianca. Prova ad impensierirlo Fabio Duarte, ma il colombiano è costretto alla resa e al secondo posto di tappa. La lotta definitiva per la classifica generale ha confermato quanto visto fino a quel momento. Nessuno come Nibali: il re di quel Giro. Ha fatto l’impresa zittendo tutti quanti, lasciando a bocca asciutta tutti gli avversari. L’Italia e il mondo intero si inchinano dinnanzi a lui. Vincenzo non ha mai accettato vittorie banali. Vincenzo è un uomo d’altri tempi alla continua ricerca dell’impresa. Vincenzo è ancora oggi il degno erede di uomini come Fausto Coppi, Gino Bartali, Felice Gimondi, Francesco Moser e Marco Pantani. Grazie al messinese l’Italia è tornata a sognare e sperare sempre in lui, l’immagine più bella e pura della determinazione e dell’eroicità del ciclismo azzurro.

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lisa.guadagnini@oasport.it

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Foto: Lapresse

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