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Giro d’Italia 2010: il bis di Ivan Basso e la cavalcata sullo Zoncolan



Erano i giorni di Josè Mourinho e del Triplete dell’Inter, l’anno dello scoppio della primavera araba, la stagione in cui un giovane ragazzino tedesco di nome Sebastian vinceva il Mondiale di Formula 1 e nessuno, davvero nessuno, credeva più in Ivan Basso, vincitore quattro anni prima di un Giro d’Italia memorabile e colpevole, agli occhi dell’opinione pubblica, di aver tradito la propria gente. Il corridore della Liquigas, malgrado tutto, quell’anno vincerà una corsa rosa memorabile, con una delle più grandi imprese ciclistiche della storia recente.

Ivan era caduto da tempo nel dimenticatoio, colpevole, agli occhi dei suoi tifosi, di aver ferito l’Italia due volte: la prima, per aver riacceso nel suo cuore le terribile emozioni legate al mito dello scomparso Marco Pantani con le sue imprese incredibili; la seconda, quella che nessuno gli perdonava, per essere caduto anch’egli nel vortice dello scandalo doping dell’operazione Puerto. All’opinione pubblica nulla importava che Basso fosse sempre risultato negativo ad ogni test, avesse collaborato con la giustizia e avesse scontato la sua pena, nessuno credeva più in lui.

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Allo scalatore, a cui la dirigenza della Liquigas nel 2009 aveva regalato una seconda chance con un biennale pieno di attese e carico di rischi, serviva letteralmente un’impresa per riavere dalla sua l’opinione pubblica. Per sua fortuna, alla partenza di un Giro d’Italia che annoverava tra gli iscritti campioni quali gli australiani Richie Porte e Cadel Evans e lo spagnolo David Arroyo, Basso potrà contare sulla presenza al suo fianco di un giovane messinese che di nome fa Vincenzo e che di lì a pochi anni deciderà di riscrivere la storia del ciclismo italiano e non solo.

Il Giro quell’anno parte da Amsterdam e nelle prime due settimane Ivan non riesce ad essere performante. Lo spagnolo Arroyo allunga in classifica e l’italiano finisce a più di 6′ dalla testa della generale. Si arriva quindi sullo Zoncolan e il 23 maggio 2010 Basso si rende conto che il mostro più temuto dai ciclisti di tutto il globo è l’unico che potrà restituirgli la gloria persa.

Il destino a volte fa brutti scherzi. Porta un uomo distrutto dal paragone con Marco Pantani a redimersi nel luogo in cui il Pirata ha svolto la sua ultima recita sulle due ruote. Spinge un uomo che nell’anno della vittoria al Giro (2006) era stato vittima di una furibonda lite sull’Aprica con Gilberto Simoni (scandalo per un presunto tentativo di corruzione per una vittoria di tappa da parte di Basso verso il suo avversario, poi smentito) a staccare tutti proprio sulla salita che di Simoni era stata la reggia e il più grande habitat.

La rivincita di Basso poteva avverarsi solo sullo Zoncolan, là dove ogni legge perde di valore. 1.210 metri di dislivello in soli 10,5 chilometri alla pendenza media dell’11.6% tra picchi di oltre il 20%, l’Inferno trasformato in mulattiera. “Non avevamo l’abitudine né la possibilità di usare i rapporti agili di adesso. Oggi sono cambiate le regole del ciclismo ma non si può scattare sullo Zoncolan: si va su solo di forza e resistenza. dirà riguardo la terribile salita il celebre telecronista di Eurosport Wladimir Belli.

Basso, quel 23 maggio, si riprenderà la sua rivincita scattando negli ultimi 500 metri, quelli oltre quota tremila, dove osano solo le aquile, staccando tutti e arrivando al traguardo con 1’30” su Evans e quasi 3’50” su Arroyo in rosa. Il corridore della Liquigas balzerà al terzo posto della generale. Non sarà la cosa più importante: l’Italia infatti, finalmente, era tornata a gioire con lui. Il Giro, ora, era davvero alla portata.

“Lo Zoncolan rappresenta il momento in cui ho ritrovato definitivamente me stesso e la mia dignità di fronte al pubblico del Giro. In quel giorno ho reso qualcosa al ciclismo e lo stesso ciclismo mi ha restituito la sofferenza di quegli anni. È stato uno dei momenti in assoluto più belli della mia carriera e non solo per la vittoria e per aver tagliato il traguardo a braccia alzate. (Ivan Basso)” racconterà anni dopo, tra qualche lacrima.

Col furore del popolo a spingerlo, Basso attaccherà ancora nella terzultima tappa sull’Aprica e, con lo splendido contributo di Vincenzo Nibali, otterrà un vantaggio che Arroyo non riuscirà più a colmare. Se ho addosso la maglia rosa e vincerò questo Giro buona parte del merito è di Vincenzo. Ma non è ancora finita. Nibali è un fuoriclasse, il futuro è suo”. Dirà a fine tappa, lanciando una premonizione più che azzeccata.

Qualche giorno dopo, il 29 maggio, un Ivan Basso redento e felice entrerà da vincitore in un arena di Verona in tripudio per lui. I suoi compagni lo acclameranno e lui, con il suo secondo Giro, scaccerà tutti i fantasmi degli ultimi anni, passando virtualmente il testimone a quel ragazzino dello Stretto che si era finalmente rivelato al mondo in quelle tre settimane.

michele.giovagnoli@oasport.it

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